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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

LA SCUOLA CALCIO, IL SETTORE GIOVANILE E AGONISTICO F.B.C. BORGHETTO 1968
AUGURANO A:
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GENITORI
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DIRIGENTI
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ALLENATORI
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ISTRUTTORI
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GIOCATORI
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ISCRITTI
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SIMPATIZZANTI
BUONE FESTE
DA SPALLETTI UNA LEZIONE A TUTTI I GENITORI
L'altro giorno Luciano Spalletti, non più allenatore della Roma, ha raccontato una storia capitatagli quando, all'inizio della carriera, era l'allenatore di squadre giovanili. Spalletti lo ha fatto parlando ai ragazzi d'un centro dedicato ai giovanissimi. Vi racconto una storia- ha detto. Ed ha subito acceso la curiosità dei piccoli giocatori.
"Avevamo formato una bella squadretta, una delle tante, e quando si trattò di iniziare il torneo c'era il problema di nominare il capitano". I ragazzini che lo ascoltavano con palese avidità, pensarono che il capitano sarebbe stato il più forte della squadra e invece Spalletti, sorridendo, li sorprese. "Ho nominato capitano il ragazzo che aveva ottenuto la pagella più brillante a scuola".
Poi rivolgendosi ad alcuni adulti che lo accompagnavano, Spalletti confidò che il padre d'un ragazzino certamente in erba, andò da lui a protestare, per la mancata investitura di capitano,minacciando di togliere suo figlio dal gruppo.
Lo spettacolo dei genitori aggrappati alle reti di recinzione dei campetti ove centinaia di ragazzini passavano per seguire corsi di calcio, sospinti dalla loro passione ma spesso anche per la smania dei genitori di vederli crescere con le stimmate del campione fortunato, sono sotto gli occhi di tutti.
Basta frequentare i campetti. Spesso sono reti affollate di gente che segue le innocenti partite con impeto che travalica la passione. I ragazzini corrono in campo. L'istruttore li richiama, li sollecita col proposito evidente di farli divertire, ossia di farli giocare, come ovviamente deve essere negli anni ancora verdissimi dei giocatori, ma lo spettacolo che s’avverte al di là della rete di recinzione è di tutt'altra natura.
Le sollecitazioni dei genitori ingombrano il campo, disturbano il lavoro e il gioco dei ragazzini, accendono tensioni delle quali naturalmente i protagonisti sono destinatari e vittime. Volano anche insulti, spesso diretti all'allenatore che non si avvede in tempo del valore d'un ragazzo o d'un fallo che un avversario ha commesso nei suoi confronti.
Insomma è tifo della peggior qualità ed è contro quest'onda di contestazioni istintive che spesso anche volgari che buona parte del lavoro degli allenatore s'infrange .Il problema non è solo del calcio.
L'altro giorno Federica Pellegrini parlando di giovani promesse nello sport ha praticamente denunciato lo stesso problema. Ha detto: "La famiglia può portare alle stelle o distruggere un talento. Molti ragazzi sono rovinati da genitori che anche quando mi portano a modello non capiscono che se la ragazzina non riuscirà ad emulare Federica, rischiano di crearle un trauma per tutta la vita. Cresce complessata". E' vero. Ed è anche qui palese la spinta negativa della famiglia quando i genitori si mettono in testa d'avere in casa il futuro campione, il fenomeno, magari il fuoriclasse destinato a guadagnare, col suo talento e la sua popolarità, un sacco di quattrini.
Ma non è tutto qui. Ci sono anche genitori che avvicinano il medico della squadra nella quale il ragazzino gioca, sempre inseguendo un sogno e una passione, e s’informano con grande determinazione se esiste qualcosa per irrobustirlo, per alimentarlo meglio, per farlo diventare più forte. Lo fanno, non c’è medico in tutti i campi dello sport che non sia pronto a raccontare storie quotidiane di tale aberrante e inconsapevole crudeltà. Nessuna famiglia lo fa per cattiveria. Però lo fa. Forse perché sospinta da una società che vede nel successo, possibilmente conquistato in fretta, l'unico valore autentico da inseguire nella vita, fin dalla tenera età.
Ed è invece giusto dire che è necessario imparare a perdere prima ancora di imparare a vincere.
Fonte : Sergio Neri dal Corriere dello Sport (11/09/09)
ORGANIZZAZIONE DELLA SCUOLA CALCIO DELL'AJAX E METODOLOGIE DELL'ATTIVITÀ CALCISTICA DAGLI 11 AI 12 ANNI*
di Robin Pronk e Marten Stekelemburg
Nel 1900 nasce ad Amsterdam l'Ajax, nel 1934 viene costruito lo stadio "De Meer" (20.000 posti) che diventa lo stadio ufficiale della società con adiacente la struttura che ospita i giovani calciatori delle squadre giovanili.
La storia dell'Ajax si divide in tre periodi principali:
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negli anni '70 l'Ajax ha vinto tre Coppe dei Campioni con Rinus Michels che ha portato i giocatori ad allenarsi ed a guadagnare come dei veri e propri professionisti;
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negli anni '80, in coincidenza con i frutti migliori del settore giovanile e con Johan Crujff come allenatore, c'è stato un periodo di vittorie (Coppa delle Coppe - Supercoppe);
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negli anni 1995/1996 un grande allenatore Van Gaal ed un grande lavoro del Settore Giovanile hanno portato a nuovi successi.
La filosofia della Società
Il calcio olandese non ha possibilità economiche per poter comprare grandi giocatori, quindi per sopravvivere deve produrre in proprio i giocatori per venderli. L'Olanda è una piccola nazione che comunque a livello mondiale compete con il Brasile, l'Italia e la Germania. I risultati ottenuti dipendono dal fatto che mettono sempre in discussione loro stessi, le loro metodologie, il lavoro svolto ed il sistema di gioco. I loro spettatori sono molto esigenti. A loro non basta vincere, vogliono vedere anche il bel gioco e le belle giocate.
La formazione di base è il 4-3-3, che può diventare un 3-4-3 spostando il centrale difensivo (n° 4) a centrocampo.
Fase di possesso palla
Innanzitutto è importante che il portiere sappia essere un buon giocatore. Non deve saper solo parare, ma deve impostare l'azione sugli esterni.
Fin da piccoli insegnano ai bambini a giocare la palla avanti, evitando passaggi laterali. La verticalizzazione per loro è fondamentale in quanto permette di guadagnare terreno e di creare con un passaggio la superiorità numerica (in Olanda effettuano un pressing molto alto).
Il n° 6 ed il n° 8 hanno il compito principale di copertura ed organizzazione del centrocampo. Il n° 7 ed il n° 11 hanno il compito di "divertire" gli spettatori, vengono quindi fatti giocare molto larghi per guadagnare più spazio e mettere in luce le loro abilità tecniche.
Giocando spesso nella metà campo avversaria, lasciano molto spazio al contropiede; per questo motivo cercano di tenere la squadra corta effettuando un pressing alto. Appena perdono palla cercano di recuperarla nella metà campo avversaria perché pensano che in questo modo prima o poi il goal arriverà.
E' essenziale che tutti i giocatori, nella fase di non possesso palla, abbiano accortezza tattica effettuando movimenti orientati verso la palla. Questo tipo di gioco è molto rischioso per i difensori e quindi vengono allenati molto nello studio dei tempi e dei movimenti. Fondamentale anche la tecnica, compresa quella dei difensori.
I Tecnici dell'Ajax utilizzano questo sistema fin dalle squadre giovanili anche se sanno che è rischioso e soprattutto difficile con i bambini, ma pensano sia fondamentale che loro capiscano immediatamente la filosofia del loro gioco. Sollecitano spesso l'apprendimento dei ragazzi con domande e riflessioni tecniche, cercando e stimolando costantemente il loro coinvolgimento attivo nelle sedute di allenamento.
Nel giudicare un giocatore entrano in gioco quattro parametri, identificati con la sigla T.I.P.S. (T=Tecnica, I=Intelligenza, P=Personalità, S=Velocità).
Nell'Ajax sono coscienti di avere i migliori giovani d'Olanda, quindi se notano qualcuno nei tornei che disputano cercano immediatamente di portarlo nella loro Società perché sanno che con il loro metodo può sicuramente migliorare.
Nel processo di selezione l'Ajax si avvale di un osservatore che segnala il ragazzo prescelto attraverso una relazione all'allenatore della categoria di appartenenza del ragazzo stesso. L'allenatore, a sua volta, organizza una giornata di allenamento alla quale assistono tutti gli allenatori del Settore Giovanile. Se il feedback è per tutti positivo, il ragazzo viene chiamato per un periodo di prova nella squadra ed in questo periodo vengono incamerati e computerizzati tutti i dati riguardanti il ragazzo stesso e successivamente analizzati per la decisione finale.
Nella scelta prevalgono gli aspetti meno allenabili, cioè l'intelligenza tattica (la visione di gioco) e la personalità.
Per quanto riguarda la tecnica, molto si può fare tra gli 8 ed i 12 anni.
Un altro punto fondamentale per loro è la velocità, in particolare nei primi 10 metri con o senza palla. Anch'essa, però, è poco allenabile, quindi nelle sedute di allenamento molto spazio è dedicato alla tecnica.
"Bisogna avere occhi allenati alla mentalità Ajax per vedere un bambino da Ajax". Per questo ogni squadra ha due allenatori: il titolare ed il secondo, che è il titolare di un'altra squadra.
Ogni squadra ha anche un Team Manager che partecipa attivamente e costantemente alla vita della squadra e dei suoi giocatori, riceve relazioni dagli allenatori e le effettua per la Società. Ogni squadra ha un proprio fisioterapista (in genere sono studenti dell'ultimo anno di corso) che assiste a tutti gli allenamenti e a tutte le gare. Due di loro sono professionisti e lavorano con la prima squadra e la primavera.
Nell'Ajax esistono regole disciplinari molto rigide:
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la puntualità;
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la presenza;
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niente orecchini, braccialetti e anelli;
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il rispetto per l'allenatore ed i dirigenti del club, ma anche per i compagni, gli avversari e l'arbitro;
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il comportamento deve essere corretto anche fuori dal campo (trasferte, tornei, ecc.);
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regole di comportamento generali, perché i giocatori sono considerati gli "ambasciatori" dell'Ajax.
L'Ajax ha un edificio principale dove ci sono gli uffici, il ristorante e gli spogliatoi. Inoltre sono presenti tre campi da gioco ed uno spazio coperto che viene utilizzato nei periodi di cattivo tempo. Infine, la società possiede un campo in erba sintetica ed uno spazio libero in erba naturale delle dimensioni di tre campi da calcio.
Dai 13 anni in poi è previsto un sistema di trasporto per i giocatori, un insegnante per far svolgere i compiti di scuola, un esperto per i consigli alimentari ed uno staff medico.
Per quanto riguarda le competizioni, dai 6 anni in poi hanno tornei con classifica. Fino agli Under 12 svolgono tornei regionali, oltre i 12 anni disputano tornei nazionali.
La Federazione olandese organizza tornei under 5 che vengono disputati in 4 contro 4, con risultati e classifiche. Fino all'Under 8 giocano 7 contro 7.
L'Ajax gioca tutte le manifestazioni oltre gli 8 anni con 11 giocatori.
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L'Under 12 effettua tre allenamenti a settimana e una gara nel week-end;
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l'Under 15 quattro allenamenti a settimana e una gara nel week-end;
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l'Under 16 sei allenamenti a settimana e una gara nel week-end.
Tre volte l'anno viene disputato il cosiddetto "TOP 3" con le tre società più importanti d'Olanda: Ajax, Feyenord e PSV Eindhoven. Una quarta società viene invitata da chi organizza il torneo.
Si gioca in una sola giornata e serve soprattutto per verificare il livello delle altre squadre.
Metodologia d'allenamento (8-12 anni)
Viene curata prevalentemente la tecnica, con una progressione didattica varia perché il bambino in questa fascia d'età vuole apprendere sempre cose nuove e perché ha una capacità d'attenzione limitata.
In primo luogo devono imparare a stare in campo, quindi viene curato anche l'aspetto tattico parallelamente a quello tecnico.
Con i bambini tra gli 11 ed i 12 anni il lavoro tecnico è abbinato al gioco di squadra, la gara quindi diventa un costante punto di riferimento.
I Tecnici olandesi organizzano blocchi di lavoro di 3-4 settimane, dove l'obiettivo è la risoluzione degli aspetti negativi emersi durante la gara. Successivamente si passa all'analisi di altri elementi. Se emergono carenze tecniche, l'attenzione dello staff viene focalizzata sul dettaglio da correggere senza mai perdere di vista l'obiettivo da raggiungere.
La seduta di allenamento dura 90 minuti e comprende:
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riscaldamento= 15/20 minuti;
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lavoro tecnico sull'obiettivo proposto= 20/25 minuti (gli esercizi devono essere sempre vari);
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verifica dell'obiettivo (con partite 4 contro 4, 6 contro 6, 7 contro 7 utilizzando particolari accorgimenti per favorire il raggiungimento dell'obiettivo).
Durante la seduta l'attenzione e l'attiva partecipazione dei bambini viene stimolata con continue domande e dimostrazioni pratiche. Nelle gare, avendo a disposizione i giocatori migliori di Amsterdam, l'Ajax fa giocare i propri bambini con quelli di un anno o due più grandi.
Ogni bambino è tesserato per un solo anno e al termine della stagione viene valutato per decidere se farlo rimanere oppure no.
Al lavoro coordinativo senza palla vengono dedicati 30 minuti a settimana, tutto in rapidità curando in particolare l'aspetto della velocità massima sui 10 metri. Inoltre, una volta a settimana, ai bambini viene consegnato un compito per casa da imparare.
Durante la partita il tecnico dà indicazioni solo nei primi 10 minuti, poi i bambini vengono lasciati giocare e solo tra il primo e secondo tempo, eventualmente, interviene di nuovo.
Inizialmente i bambini vengono provati in 3-4 posizioni diverse del campo e solo dopo i 10 anni avviene la specializzazione in un determinato ruolo.
Infine, ogni domenica un giocatore dell'Under 10 partecipa al prepartita della prima squadra ed entra in campo con i giocatori portando il pallone di gara.
*Tratto dagli Atti del Corso Young Coach Educator organizzato a Chianciano Terme (26 giugno - 5 luglio 2000) dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio (Settore Giovanile e Scolastico - Settore Tecnico - Squadre Nazionali Giovanili - AIAC, Associazione Italiana Allenatori Calcio).
NUOVA CONCEZIONE DEL GRUPPO E DELLA LEADERSHIP NELLO SPORT
La psicologia dello sport è una vasta corrente di pensiero dove confluiscono diverse dottrine (psicologia, educazione fisica, sociologia, riabilitazione, ecc.) ed ha assunto, soprattutto negli ultimi anni, un ruolo fondamentale nella preparazione di ogni atleta.
Fino a pochi anni fa, e forse per alcuni è ancora così, lo sportivo era una vera e propria macchina programmata per allenarsi, perfezionarsi e vincere; pian piano si è cominciata a far strada l'idea, banale in apparenza, che l'atleta fosse prima di tutto un essere umano, con i suoi pensieri, le sue idee, il suo atteggiamento e soprattutto il suo universo emozionale e relazionale. Da questa considerazione nasce la centralità della figura dello psicologo sportivo; diventa, infatti, importante iniziare ad assumere una nuova prospettiva: non più il solo dato tecnico da insegnare e perfezionare, ma si prospetta anche la necessità di assegnare il giusto valore al dato umano.
Da questa prospettiva nasce l'importanza di riconsiderare il concetto di gruppo nello sport, non più solo come un semplice insieme di individui che volgono verso un obiettivo comune, ma in senso specificatamente umano, andando ad esaminare parallelamente allo scopo comune anche tutto quell'insieme di meccanismi che si instaurano nel momento in cui delle persone "stanno insieme". Ed ecco che il gruppo non viene più ad essere inteso, come in passato, come un'entità statica, bensì come "un processo dinamico dotato di un suo specifico significato". Parsons, in particolare, specifica le caratteristiche che vanno a distinguere questo nuovo concetto di gruppo dalla semplice aggregazione: la partecipazione dei suoi membri alle decisioni, la minima differenziazione dei ruoli, il sistema comunicativo faccia a faccia e lo spazio circoscritto, dato dal numero dei partecipanti che si percepiscono reciprocamente come facenti parte di un gruppo.
Alla luce di questo passaggio dall'atleta-macchina all'atleta-uomo si è andato specificando un significato di "gruppo sportivo", molto più complessivo e, a mio parere, precisamente inquadrato dalla definizione di Minguzzi: "un insieme dinamico costituito da individui che si percepiscono vicendevolmente come più o meno interdipendenti per qualche aspetto".
Che cosa si intende, però, nello specifico per interazione dinamica? Antonelli ci dice: "la dinamica di gruppo consiste nell'insieme fluido e mutevole delle interazioni e dei rapporti interpersonali tra i membri di un gruppo e tra questo e la realtà sociale esterna".
Due sono i concetti chiave da chiarire, in questa definizione, per cogliere precisamente il ribaltamento teoretico operato dal mondo psicologico nell'intendere la relazione gruppale: Interdipendenza e Rapporto interpersonale.
Il primo identifica un processo attraverso il quale due o più persone si influenzano a vicenda, diventando l'una per l'altra causa ed effetto delle rispettive azioni. Queste ultime rispondono alle prescrizioni di ruolo e aspettative reciproche. Un esempio può far riferimento allo scherma: i due schermitori regolano le loro mosse sul comportamento l'uno dell'altro.
Con il secondo concetto, Rapporto personale, invece, ci si sposta fuori dal campo del sistema normativo e valoriale per entrare in una dimensione specificatamente umana, fatta di simpatie, affetti, emozioni. Psicologicamente è legato al concetto di:
a) attrazione, ossia la similarità tra i membri per idee, atteggiamenti e tratti significativi;
b) rifiuto, quindi l'indifferenza, la divergenza ideologica ed emotiva;
c) conflitto, dato imprescindibile della vita e, quindi, della vita sportiva per svariati motivi: rivalità, addebito di responsabilità, meccanismi transferali e proiettivi, concorrenza di potere, e altro.
Ecco, dunque, ben delineata la distanza tra le due concezioni passata e attuale del mondo sportivo: alla staticità precedente, fatta di regole volte a generare campioni, si contrappone la considerazione che affianca alla valutazione dello sportivo come atleta da formare e perfezionare, la constatazione dell'uomo, con i suoi punti di forza, le sue fragilità e le sue dinamiche interiori.
L'operatore sportivo, dunque, negli ultimi anni è chiamato a "capire", potremmo dire a "sentire", chiaramente che pur restando il raggiungimento di un obiettivo il cardine attorno al quale si sviluppa l'intero gruppo, esistono molteplici esigenze, vissuti, personalità, meccanismi di interazione e rapporti che vanno inevitabilmente ad influire sulla prestazione e che non possono in nessun modo essere ignorati o sottovalutati perché vanno a costellare l'ambito delle potenzialità prestazionali di ogni gruppo sportivo.
Non è possibile, quindi, evitare di sottolineare il ruolo fondamentale che ricopre l'allenatore, in quanto, non più solo, referente massimo delle abilità tecniche, ma anche, e soprattutto, supporto psicologico, guida in senso sia agonistico che umano per i suoi sportivi. Il "mister" riassume in sé una molteplicità di ruoli molto difficili da sorreggere, insegna il dato tecnico ma è fondamentalmente l'individuo a cui gli atleti fanno riferimento per ogni tipo di necessità.
La leadership, quindi, intesa come processo d'influenza interpersonale orientata al raggiungimento di particolari obiettivi, diventa un meccanismo fondamentale che può portare l'allenatore ad ottenere una squadra vincente, non solo nel senso di un risultato prestazionale, ma nell'ottica più umana di soddisfazione, equilibrio, benessere dei suoi membri, o può completamente destabilizzarne l'assetto. Esistono molteplici tipologie di conduzione:
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Leadership carismatica, dove si rimette ogni decisione al leader, che stabilisce obiettivi, mezzi, motiva i suoi atleti, il tutto adottando uno stile di comando quasi paternalistico ed abolendo ogni tentativo di partecipazione in senso decisionale da parte dei membri;
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Leadership burocratica o orientata al compito, dove l'azione del leader viene ad essere quella di controllo e coordinazione, la conduzione risulta regolata da un preciso sistema gerarchico, formale, dove i singoli atleti sono chiamati esclusivamente al rendimento;
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Leadership partecipativa o orientata alle relazioni umane, dove ampio spazio è lasciato al contributo individuale di ogni partecipante, l'intero processo decisionale, quindi, viene ad essere nelle mani di tutta la squadra e il leader assume una funzione consultiva.
Numerose sono le ipotesi, nella psicologia, per identificare uno stile di "comando" ottimale. A me sembra più appropriato stabilire alcuni punti, desunti essenzialmente dal buon senso, che possono fare di un allenatore un buon leader:
1 - tener conto che situazioni differenti richiedono leadership diverse;
2 - è fondamentale per il leader essere accettato dal gruppo e capirne bisogni e necessità;
3 - un buon leader rinuncia al suo status per far sì che il suo team non sia centrato su di lui, ma su se stesso;
4 - una buona leadership dovrebbe saper dosare tra due poli di comando:
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orientato al compito, in vista degli scopi da raggiungere;
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orientato alle relazioni interpersonali, per tutta la parte socio-emotiva, in virtù di quanto accennato sui meccanismi che sorgono quando un insieme di esseri umani si riunisce in un gruppo.
Sicuramente la "virata" teorica introdotta dalla psicologia dello sport non è semplice da gestire, soprattutto per gli allenatori, perché tanti sono gli aspetti da tenere sempre sotto controllo quando si parla di esseri umani, ma innegabile è la forza di questo nuovo approccio che è veramente capace di "generare" campioni, proprio perché va a guardare ed aiutare l'uomo, e va a considerare attraverso la fallibilità che caratterizza noi tutti i punti su cui poter concretamente lavorare per rendere un atleta magari "medaglia d'oro" alle Olimpiadi.
Autore:Dott.ssa Claudia Rennis - Psymedisport
GLI ATTUALI MODELLI DI FORMAZIONE DEL GIOVANE CALCIATORE SONO ANCORA VALIDI ED ACCETTABILI NEL NUOVO MILLENNIO?
Come tutti sanno, le regole del calcio sono nate 150 anni fa, elaborate a misura d'adulto, anche perché allora l'attività giovanile nello sport non era minimamente contemplata. Pian piano, col passare dei lustri, l'età dei calciatori, grazie al gran fascino che il gioco del calcio suscitava anche nei più piccoli, si è sempre più abbassata e quando si è compreso che il calcio andava proposto alle generazioni più giovani, non si è fatto altro che adattare in scala il gioco dei grandi. Un grande errore al quale, purtroppo, ancora oggi non si pone rimedio con convinzione. Neil Postman, professore di sociologia all'Università di New York, nel 1992 ha compiuto degli studi e ha sottolineato nel suo libro "The extinction of childhood" (L'estinzione del mondo dei bambini) che la società moderna spesso non permette ai bambini di differenziare il loro modo di vita da quello degli adulti. "Mangiano gli stessi cibi, guardano gli stessi programmi alla televisione, commettono gli stessi crimini degli adulti, bevono alcool e usano droghe già in tenera età eccetera", scrive. Sottolinea, inoltre, che "il mondo del lavoro ci sta sfuggendo dal controllo. Ragazze fra i 12 ed i 17 anni oggi possono diventare le modelle più pagate e ci sono bambini, (attori e cantanti) di 8 anni, miliardari. È impossibile che il futuro di questi giovani sia regolare come quello degli altri bambini!" Come ho già detto in apertura, sono pienamente d'accordo con Postman. Penso, infatti, che sia molto pericoloso che la società moderna non preveda grandi differenze fra il mondo dei bambini e quello degli adulti. Il bambino deve scoprire i misteri della vita lentamente, passo dopo passo, sempre in accordo col proprio livello mentale e con la propria capacità. Se scopre troppo presto che i suoi genitori non sono perfetti, che i maestri non sanno tutto, che ci sono adulti che uccidono, rubano o commettono altri crimini, diventerà un adulto arido e incompleto. Anche lo stile con cui i bambini oggi giocano sta subendo un'enorme trasformazione. Da una situazione naturale si va sempre più verso la "giungla urbana". Questa involuzione ha fatto sì che i bambini non stiano più imparando dalla natura, ma procedano piuttosto "contro la propria natura", scegliendo, per esempio, di giocare ai videogames anziché sui prati, all'aria fresca. I giovani d'oggi stanno perdendo tutte le situazioni naturali delle quali hanno beneficiato in passato i loro genitori e i loro nonni. Non è più possibile, come una volta, praticare i vari giochi in strada o in altri ambienti "normali", perché l'urbanizzazione ha ridotto gli spazi e la società non è più così indulgente nel "sopportare" le esclamazioni gioiose, ma indubbiamente rumorose, dei ragazzi. Ecco il motivo per cui, a mio parere, anche l'organizzazione sportiva nelle società e nelle scuole è così importante per la qualità della vita dei nostri giovani.
Per di più, nella nostra società evoluta, ai giovani vengono proposti dalla maggior parte delle squadre e delle scuole, metodi di preparazione e di competizione che non rispettano né il loro stato psicofisico né le leggi della natura. Ovunque sono obbligati ad allenarsi e a competere come gli adulti, forzati ad adattarsi alle regole studiate per i più grandi. La fretta di voler scoprire giovani talenti in poco tempo, comporta spesso l'acquisizione di pessime abitudini che sempre più frequentemente limitano la prestazione di molti giocatori quando arrivano nelle squadre maggiori.
Se continuiamo ad organizzare per bambini di 8-9 anni competizioni che li obbligano a giocare con le stesse regole degli adulti, conquistiamo indubbiamente qualcosa, ma perdiamo anche tanto altro.
Dal punto di vista fisico, psicologico e delle abilità necessarie, i bambini di queste età non sono pronti né adatti alla complessità del gioco 11>11 ma neanche al 7>7!. Le competizioni alle quali sono obbligati a partecipare condizionano fortemente gli obiettivi, i contenuti ed i metodi del loro allenamento e quindi del loro processo di apprendimento. Ciò significa, dunque, che se la struttura delle competizioni è sbagliata, errato è anche il modello della formazione dei futuri calciatori professionisti.
L'esperienza dimostra che i FORMATORI dei giovani giocatori (che nella fascia d'età tra i 6 e i 14 anni non devono essere mai istruttori, come spiegherò più avanti) sono ben considerati dai genitori e dai dirigenti solo quando vincono con i loro ragazzi. E per vincere nel gioco degli adulti devono per forza allenarsi al gioco degli adulti, con gli stessi metodi e contenuti… D'altra parte, ovunque i partecipanti di 8 anni sono obbligati a competere in ogni fine settimana in partite in cui la vittoria è condizionata principalmente dalle abilità calcistiche e spesso da tattiche distruttive o negative. Questo spinge l'istruttore, nel limitato tempo di cui dispone in una settimana (generalmente 3 ore), a concentrare il proprio lavoro quasi esclusivamente sugli aspetti che possano determinare la vittoria fornendo lui le soluzioni ai problemi senza dedicare del tempo a far sì che tutti i bambini, nella fase di sviluppo iniziale, siano coinvolti in una serie di attività che forniscano problemi da risolvere. È, infatti, solo agendo in questo modo che si garantisce lo sviluppo coordinativo e condizionale necessario come base per il miglioramento della prestazione futura del giovane giocatore. Sebbene la scienza dello sport sia concorde con questa teoria e raccomandi a tutti i tecnici di mettere in pratica queste considerazioni con i loro giovani giocatori, nessuna federazione di calcio sta facendo uso di questi importanti consigli. Invece di "seguire la natura" e sviluppare pazientemente tutte le capacità necessarie al gioco attraverso sedute pratiche e competizioni appositamente tagliate e studiate per le capacità dei bambini (come il "calcio triathlon" 2>2, 3>3 e 4>4, il pentathlon di mini calcio, il mini calcio 3>3 e 4>4, il calcio a 7 e il calcio a 8 fra le due aree di rigore sul campo regolamentare), il giovane giocatore, all'inizio del terzo millennio è ancora obbligato a giocare copiando i modelli degli adulti, senza sfruttare degli attrezzi rapportati alle sue misure: palloni, porte e dimensioni del campo che ogni due anni dovrebbero cambiare di pari passo con la crescita della capacità mentale e fisica. I troppi giocatori attorno alla palla che non toccano la stessa per più di 60 secondi in una partita non permettono lo svolgersi del gioco in maniera fluida, così come gli enormi spazi a disposizione che i giovani giocatori non sono in grado di sfruttare con una palla troppo pesante, sono solo alcuni dei gravi problemi di gioco che nessun bambino può riuscire a risolvere da solo. Di conseguenza l'obbligarli a giocare l'11>11 degli adulti (da 15 anni un "cancro" del calcio italiano che condizionerà negativamente, a mio parere, l'evoluzione della prossima generazione) non permette lo sviluppo naturale delle capacità di comunicare e cooperare e così il "tiro lungo" per liberarsi della palla e conquistare spazio diventa spesso l'unica abilità utilizzata dai bambini in campo. Citando ancora Postman, potremmo dire: "Una volta che diamo accesso ai bambini al mondo (le competizioni) dei frutti proibiti degli adulti, di fatto li cacciamo dal giardino dell'infanzia". Sembra sia proprio così. In molte parti del mondo del calcio ci sono ancora tantissimi insegnanti di giovani giocatori, e anche tantissimi dirigenti, che vivono ancora nel Medioevo. Nel Medioevo la società conosceva solo infanti e adulti. A 7 anni, ogni bambino era considerato già un adulto: poteva lavorare, vestirsi, mangiare e talvolta combattere come un adulto. Per fortuna non sono pochi, oggi, ad aver compreso che bisogna ribaltare completamente quella visione del gioco del calcio che dev'essere adattato alle esigenze del bambino e non viceversa. Solo quando la sua crescita psicofisica glielo permetterà, il giovane calciatore potrà imparare gesti e tecniche adeguate, sfruttando le esercitazioni che gli verranno proposte per mezzo del gioco. È inutile esigere, per esempio, un gioco collettivo quando INTORNO AI 7-8 ANNI I BAMBINI DI QUESTA ETA' SI TROVANO PER LA SECONDA VOLTA NELLA LORO VITA IN UNA FASE DI ACUTO EGOCENTRISMO.
IL CALCIO DOVREBBE POI TENERE IN DEBITO CONTO CHE OGNI INSEGNANTE DEVE RISPETTARE SEMPRE LA NATURA, CHE DA SECOLI RICHIEDE CHE I BAMBINI SIANO PRIMA BAMBINI E DOPO ADOLESCENTI PRIMA DI DIVENTARE ADULTI.
TUTTI COLORO CHE TENTANO DI ANDARE CONTRO QUESTO PRINCIPIO NATURALE DEVONO SAPERE CHE RACCOGLIERANNO, NEGLI ANNI FUTURI, MOLTI FRUTTI VERDI E SENZA SUCCO.
Quanto agli istruttori (oggi si chiamano formatori), mi permetto di contestare la scelta del termine generalmente adottato per indicarli, che io stesso, per comodità, ho utilizzato finora. Presuppone, infatti, che in campo ci sia un cervello, uno che insegna, che dà delle istruzioni per l'uso di qualcosa. L'adulto di riferimento in campo deve essere, invece, una guida capace di far crescere il bambino con l'aiuto di una serie di proposte adeguate.
UN MODERNO FORMATORE DI CALCIO NON INSEGNA NIENTE. DEVE INVECE AIUTARE I SUOI GIOVANI A SCOPRIRE E TROVARE DA SOLI LE SOLUZIONI AI PROBLEMI!
Mi aiuto con un esempio. Per far attraversare la strada al giovane figlio, il papà ha due possibilità: approfittando della sua (consolidata) abilità, scegliere il momento propizio e poi, stringendo la mano del piccolo, portarlo, quasi di peso, dall'altra parte, oppure chiedere al bambino di prendere l'iniziativa, naturalmente controllando che entrambi non corrano rischi. Nel primo caso l'adulto otterrà di trovarsi in men che non si dica dall'altra parte, ma certo non a far acquisire indipendenza e sicurezza all'altro; nel secondo caso, invece, non solo contribuirà a rafforzare la personalità del bambino, ma gli offrirà anche un'ottima occasione per esercitarsi a calcolare la distanza e la velocità delle automobili, così da perfezionare la sua percezione spazio-temporale, indubbiamente utilissima nello sport e, più genericamente, nella vita.
Altro che istruire! Noi adulti che operiamo sul campo con i giovani calciatori dobbiamo prendere coscienza che siamo ormai a pieno titolo nel 2000 e non più nel Medioevo. Per un club, nel calcio giovanile moderno è importante avere "allenatori" pieni di fantasia anziché di dogmi assoluti.
Horst Wein
Mentor dei formatori di calcio in 4 dei 12 club più importanti del mondo
Salve a tutti, vi siete mai domandati che cosa significa Mister. E come viene interpretato dai ragazzi? Mister, viene tradotto comunemente in italiano con il termine Signore. Già da questo di capisce che presuppone una gerarchia, sembra quasi sottintendere una forma di rispetto dovuta per chi ci sta insegnando qualcosa, come giocare a Calcio. Rispetto! E’ necessario nel rapporto con i ragazzi? Naturalmente! Risponderà la maggior parte di voi. Facile, ma come lo conquistate? L’esperienza personale mi insegna che il rispetto: dei ragazzi; dei genitori; della società sportiva; degli avversari, spesso è qualcosa che viene solamente dall’autorità. Il sergente COMANDA e i soldati ESEGUONO; la maestra URLA e i bambini FANNO SILENZIO; il mister GRIDA e i ragazzi GIOCANO. Ma come, qualcuno grida per far giocare qualcun’altro, non è possibile! E infatti non è così. Gli allenatori urlano proprio perchè vogliono far eseguire degli ordini ai propri ragazzi oppure farli stare in silenzio. Se i ragazzi hanno rispetto di voi e della vostra figura, basterà chiedere e il 90% di loro inizierà a lavorare. Se c’è rispetto nel gruppo, non ci sarà bisogno né di comandare né di urlare per raggiungere l’obiettivo. Dobbiamo ora capire come ottenere rispetto senza incutere timore. Sia chiaro io non voglio insegnare niente a nessuno, ma negli anni in cui ho educato, mi sono accorto che grazie a degli accorgimenti è stato sempre più facile allenare. La fascia di età che ho allenato è stata quella dai 6 ai 12 anni, ed è per questa fascia che posso raccomandare l’articolo. Il primo requisito, è la PREPARAZIONE TECNICA DELL’ALLENATORE. Ogni allenatore deve conoscere perfettamente ogni aspetto del mondo del calcio se lo vuole insegnare ai suoi ragazzi. I bambini sono ingenui, non stupidi. Prendiamo due amici, uno riesce a crossare, l’altro ha delle difficoltà. Un allenatore preparato sa che esiste un modo per migliorare il gesto, e il ragazzo in difficoltà sarà portato ad apprendere, per riuscire come il suo migliore amico. Ma se l’allenatore non sa spiegargli come mettere la caviglia, il cross non migliorerà mai e quel ragazzo si chiederà chi glielo potrà insegnare se non il suo allenatore. Questo provocherà un calo di stima nei nostri confronti. Conoscere la PSICOLOGIA DEI RAGAZZI da allenare. Non bisogna essere laureati in sociologia infantile per capire che un bambino fino a 8 anni è egocentrico. Mancando queste conoscenze può capitare di arrabbiarsi con i bambini visto che invece di fare gli uno-due, fanno il dribbling. Questo clima teso non è l’ideale per lavorare. Dimostrare che i consigli che elargiamo sono veri e li aiutano a migliorare. Devono pendere dalle vostre labbra, e questo succederà solo se li convincerete che gli esercizi hanno un fine e non sono solamente lavori a sé stanti. Ricordate che i ragazzi di questa età non hanno la capacità di astrazione per cui ogni spiegazione deve avvalersi di dimostrazioni pratiche. Di certo in questo modo potrò ottenere un’attenzione maggiore che se gli dico fai questo perchè lo dico io. Un metro di insegnamento costante in tutta la stagione. Nel momento in cui mollate voi, li avete già persi. Vi ringrazio per il tempo dedicato a questo articolo, aspetto critiche e consigli su questo argomento! Grazie!
Autore : Lorenzo Boscaro – Istruttore Scuole Calcio
CI SI ALLENA PER VINCERE?
Nel calcio la vittoria è il simbolo del successo.
Si lavora sodo durante la settimana per conquistare i tre punti negli incontri di campionato. E' sempre gratificante quando l'impegno e la fatica vengono premiati da un risultato positivo.
Anche nelle categorie Piccoli Amici e Pulcini ci si allena per vincere.
L'errore però è credere che per i "baby calciatori", a differenza dei loro colleghi più grandi, vincere significhi realizzare un gol in più degli avversari. Alla loro età il risultato puramente numerico di una gara non è importante (tanto è vero che alcune Federazioni Regionali non stilano nemmeno la classifica per questi tornei).
Tuttavia nessun allenatore deve "insegnare a perdere". E' importante invece che gli istruttori dei giovani calciatori modifichino il concetto di vittoria e ne facciano partecipi i loro piccoli atleti.
Un bambino di 7 o 8 anni che affronta un incontro "vince" quando esegue un tiro in maniera coordinata, quando calcia un corner al centro dell'area, quando dribbla un avversario, quando partita dopo partita si rende conto che i suoi fondamentali stanno migliorando.
La bravura del mister sta nel far notare i progressi tecnici e comportamentali a tutti gli atleti della propria formazione. Per verificare la tesi appena esposta basta che al termine di una gara, anche persa malamente, un tecnico chieda ai suoi ragazzi di ricordare un momento particolare dell'incontro.
Si accorgerà che ognuno di loro ha ben scolpito nella mente un episodio entusiasmante in cui è stato protagonista, magari quando ha aiutato un avversario a rialzarsi dopo un aver commesso fallo su di lui.
GIOCARE É UNA COSA SERIA
di prof. Maurizio Mondoni – Dottore in Scienze Motorie – Allenatore Nazionale FIP
PREMESSA
Nell'articolo 31 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia, approvata dall'Assemblea delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, si riconosce ai bambini e alle bambine "il diritto al riposo e allo svago, a dedicarsi al gioco e alle attività ricreative proprie della loro età e a partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica".
Tutto ciò è molto chiaro, ma spesso non è semplice arrivare al riconoscimento del diritto al gioco del bambino.
Nel nostro mondo vi sono miliardi di bambini ai quali non è assicurato nemmeno il diritto alla sopravvivenza fisica, figuriamoci se possiamo parlare di diritto al gioco!
Eppure il gioco non è un "optional" nella nostra esistenza.
Da più di un secolo, non si contano le raccomandazioni in proposito, di psicologi e pedagogisti, ma da sempre, ovunque vi fosse un bambino o una bambina, la natura giocosa dell'infanzia (un vero e proprio bisogno), è stata davanti agli occhi degli adulti.
I bambini quando giocano, giocano seriamente.
IL GIOCO É IL LAVORO DEL BAMBINO.
Il bambino "afferra il mondo" che lo circonda, toccando, muovendo, prendendo, manipolando gli oggetti.
Attraverso l'accomodazione e l'assimilazione (adattamento del bambino all'ambiente e dell'ambiente al bambino), la locomozione (movimento del proprio corpo nello spazio e nel tempo, con o senza attrezzi od oggetti), vengono acquisite esperienze sociali e materiali che determinano enormi progressi nello sviluppo.
Il gioco ha un grande "ruolo" nella vita e nel campo delle esperienze del bambino.
Il gioco vive in modo determinante sugli schemi motori acquisiti (abilità motorie semplici e complesse).
SI APPRENDE MAGGIORMENTE GIOCANDO.
Le caratteristiche del gioco sono:
- la gratuità
- la delimitazione nello spazio e nel tempo
- il piacere della tensione.
Il gioco è importante per:
- la stabilizzazione dei movimenti e dei gesti
- la variazione dei movimenti (adattati allo spazio, al tempo, al ritmo e alle differenti situazioni).
TUTTO CIÒ FAVORISCE LA CREATIVITÀ.
La creatività è una capacità inventiva (capacità di risolvere le situazioni-problema che vengono di volta in volta presentate) che permette di riorganizzare le abilità apprese e di arrivare a forme nuove di comportamento o di movimento.
Il bambino giocando da solo, con gli altri, con oggetti o con attrezzi, si "munisce" di un bagaglio cognitivo, intellettivo, mentale, motorio, emotivo, che sarà la base su cui costruire successivamente abilità motorie complesse.
Nel gioco deve essere permesso a tutti i bambini di avere delle idee, di provare, di capire e di commettere degli errori.
IL BAMBINO NON É UN PICCOLO UOMO, É UN BAMBINO!
Il gioco per il bambino è una attività seria, di cui non può fare a meno per vivere bene e crescere meglio.
Togliete il gioco al bambino e lo avrete ferito in profondità, privandolo di una esperienza necessaria per la crescita.
I bambini possiedono una grande capacità, riescono a trasformare in gioco tutto ciò con cui entrano in contatto.
I bambini vanno incontro al mondo giocando, corteggiandolo, cercando di riportare alla loro portata e alla loro dimensione, tutto ciò che appare loro poco comprensibile o tollerabile.
Senza il gioco la realtà avrebbe un impatto durissimo, non mediato, insostenibile.
I bambini devono giocare allo sport, non praticare lo sport!
Due secoli fa, il poeta tedesco Shiller, definiva il ruolo fondamentale del gioco, non solo per i bambini, ma per gli esseri umani di ogni età: "L'uomo gioca solo quando è uomo nel significato più pieno del termine ed egli è interamente uomo solo quando gioca".
Un imperativo importante per gli Educatori, Istruttori, Allenatori: "Ridate al gioco un posto centrale nella formazione dei bambini, dei ragazzi, degli adolescenti!".
Fate vivere ai bambini un'infanzia che sia fertile di sogni, progetti, realizzazioni e che abbia tutta la ricchezza e la vitalità del gioco; solo così potranno vivere successivamente una fanciullezza ed una adolescenza viva e vera!
E' molto importante, quindi, fare in modo che tutte le Agenzie Educative che ruotano attorno al mondo del bambino (Famiglia, Scuola, Società Sportiva), avvicinino nel modo migliore e il più corretto possibile, i bambini/e, i ragazzi/e e gli adolescenti, all'educazione motoria, al gioco, al gioco-sport e allo sport.
Affinché ciò avvenga, i bambini/e, i ragazzi/e, hanno bisogno di avvicinarvisi con i tempi e i modi della loro età, prima giocando in allegria e poi, gradualmente, avviandoli alle regole, all'impegno fisico e psicologico, alla lealtà sportiva, alla competizione, al confronto (e non allo scontro).
Questi obiettivi saranno meno faticosi da raggiungere se hanno avuto origine dal gioco e non ne hanno perduto, con il passare del tempo, le caratteristiche originarie.
Il gioco, il gioco-sport e lo sport, se insegnati correttamente, hanno grandi potenzialità, anche, per aiutare quei bambini/e, ragazzi/e che provengono da esperienze familiari e sociali difficili.
Affinché tutto ciò avvenga, occorrono buoni Insegnanti e Scuole che formino Istruttori- Educatori ed Allenatori competenti, buoni conoscitori del mondo infantile e dotati di grande umanità.
Dobbiamo decidere, allora, una volta per tutte, quale delle due strade intraprendere:
- impegnare tutte le risorse per selezionare e "allevare" potenziali campioni;
- creare una larga base di bambini/e, ragazzi/e innamorati del gioco, del gioco-sport e dello sport.
La nostra scelta è per la seconda soluzione che, oltre a non impedire l'emergere di individualità particolarmente dotate, ha il pregio di non diffondere frustrazione e di creare una base di praticanti entusiasti, ancora capaci, come facevano da bambini, di giocare.
Fonte: http://www.anlism.it/ateneo/pillole
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