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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Pino Romeo (del 04/09/2010 @ 11:25:00, in Angolo tecnico, linkato 3 volte)

NELLA FABBRICA DEI RAGAZZI CAMPIONI DI TUTTO

Fonte: La Repubblica - Autore: Marco Mathieu

Oltre che un pallone. Il futuro sarà la palazzina in costruzione all'interno della Ciutat Esportiva, pochi chilometri fuori Barcellona. Il presente è questa casa con vista stadio, nel senso di Camp Nou, e cartellone dello sponsor che sovrasta l'ingresso con le facce dei campioni di tutto: "Siamo attaccanti che difendono, siamo difensori che attaccano". Appunto.

"Ospitiamo 60 ragazzi tra gli 11 e i 18 anni", riassume Carles Folguera, 41 anni e da 8 direttore della Masia.

Dove le giornate sono scandite da orari che differiscono a seconda dell'età, ma il ritmo di base suona così: "Sveglia alle sette, colazione, e alle otto tutti a scuola, fino all'una e mezza. Pranzo, riposo, compiti e studio. A seguire, allenamenti. Poi cena e un paio d'ore di svago. Alle undici, luci spente". Folguera, laurea in pedagogia e un passato da portiere del Barça versione hockey su pista, spiega: "Il club intravede il talento di questi ragazzi, a noi tocca prenderci cura dell'aspetto psicologico e sociale: siamo la loro famiglia".

Insieme a lui, Ruben e Ricard, professori che seguono gli aspiranti campioni nello studio; poi un medico e l'educatore che organizza le attività nei pochi giorni liberi. E ancora: due cuochi, sette persone di servizio e l'addetto alla vigilanza che garantiscono pasti, pulizie e sicurezza della casa. A fare da mamma, Josefina Brazales, 47 anni, responsabile del personale. Perché tra i problemi c'è "la distanza dalle famiglie. E il fatto che nelle squadre in cui giocavano erano al centro delle attenzioni, mentre qui sono alla pari degli altri. Emergono le insicurezze". Risolverle, superarle: i primi passi per inseguire il sogno.

Quello di Leo Messi, per esempio, il miglior giocatore del mondo, Pallone d'Oro e Fifa World Player 2009, il top di una squadra che ha vinto sei trofei in una stagione. Importato a undici anni dall'Argentina con la crescita compromessa da un deficit ormonale che la famiglia non poteva di permettersi di curare. "Era timido e riservato, ma si faceva volere bene da tutti", ricorda Folguera. "A scuola non andava bene, ma fino ai 16 anni ha studiato". Sul campo era già un fenomeno e le cure pagate dal club fecero il resto, regalando al calcio una stella. Poi Iniesta, che è iscritto alla facoltà di Psicologia e intanto fa girare la squadra con Xavi, anche lui passato da qui, certo. E Bojan che viene a studiare inglese.

Ma ci sono anche le espulsioni, "per mancato rispetto delle regole". Già, le regole. "Fino ai 18 anni sono vietati piercing, tatuaggi e capelli colorati". Altro che Balotelli. "Devono imparare l'uguaglianza e il rispetto, per distinguersi contano solo le capacità sportive". Alcool bandito, niente telefonini a tavola. E il sesso è argomento da affrontare con l'aiuto psicologico, se serve. "L'obiettivo è accompagnare questi ragazzi verso l'esordio nel Barça, ma sappiamo che pochissimi ce la possono fare: dobbiamo educarli comunque alla vita".

Secondo i valori blaugrana: buone maniere e lealtà. "Insegniamo loro che si può diventare campioni rimanendo umili". Poi ci sono quelli che non ce la fanno. "Un ragazzo senegalese fino ai sedici anni era il più bravo, giocava da attaccante ed era il miglior amico di Bojan. Ma non migliorava più e finì in panchina". Bojan titolare, lui a casa: finita la rincorsa al sogno. "La sera in cui gli fu detto piangemmo tutti, il ragazzo tornò dalla sua famiglia ad Almeria, oggi gioca in un campionato minore". Succede a tanti, ogni anno. Scarti della fabbrica dei campioni. "La prima squadra oggi è composta al 50% da calciatori cresciuti nella cantera, il 35% vengono da Spagna ed Europa, il 15% è costituito da top player".

Albert Capellas, coordinatore tecnico del futbol base, ritorna ai numeri. Alla programmazione. "Vogliamo portare al 60% quelli dal vivaio, riducendo il numero di giocatori acquistati da altre squadre". E, sulla selezione dei più piccoli. "Privilegiamo quelli di Barcellona che possono vivere e crescere con le famiglie. Poi i catalani e solo dopo la ricerca si estende alla Spagna, al mondo".

Il resto è organizzazione, centralizzata. "Gli allenatori delle giovanili sono tenuti a seguire il programma che gli forniamo noi", dice Capellas. Noi sta per una specie di comitato centrale del calcio in provetta: direttore generale (Txiki Beguiristain), allenatore della prima squadra (Pep Guardiola) e direttore della cantera (José Alexanco), non a caso ex-compagni del dream team che vinse quattro campionati consecutivi e la prima Coppa dei Campioni tra il '90 e il '93, con Johan Cruyff in panchina. "Tutte le nostre squadre giocano con il 4-3-3, ma quel che conta di più è lo stile". Ovvero? "I ragazzi devono imparare a prendersi la responsabilità tecnica e caratteriale di toccare la palla e costruire il gioco, interpretando il calcio in modo creativo e offensivo".

Chi ce la fa, dopo la trafila passa al Barça Athletic. La seconda squadra che gioca nel Mini Estadi, dove i commenti dei tifosi rimbalzano giù dalle vecchie gradinate fin dentro il prato con lo stemma del Barça tatuato a colori sull'erba. Niente nomi sulle schiene dei giocatori - numeri da 1 a 11 - che in partita mettono in pratica i comandamenti: rispetto del compagno, delle distanze e dell'avversario. Si gioca a uno, due tocchi. Triangoli, tagli e accelerazioni, buona tecnica. E sempre all'attacco. Sullo sfondo, la sagoma del Camp Nou. Sogno e punto d'arrivo. Il Barça, campione di tutto.

L'Autore - Marco Mathieu, giornalista

 
Di Pino Romeo (del 14/01/2010 @ 12:30:00, in Angolo tecnico, linkato 38 volte)

ALLENATORI E GENITORI

by Maurizio Pinti

Qualche sera fa, mentre ero intento a svolgere la mia seduta di allenamento con la mia squadra di Allievi, ho assistito ad un episodio increscioso, dove mi ha colpito negativamente il comportamento di alcuni genitori che assistevano ad una partita di allenamento dei propri figli che militano nella categoria giovanissimi. Non sto qui a raccontarvi il fatto, ma tornando a casa di li a poco, mi sono chiesto se queste persone sono veramente in grado di capire e sapere quale sia il ruolo dell’allenatore in queste categorie o quale sia il loro vero motivo per cui mandano i loro figli al calcio (sperano tutti che diventino dei grandi campioni con guadagni faraonici? o che svolgano una disciplina sportiva che con le sue regole, li aiuti ad affrontare la vita di tutti i giorni?). Allora mi sono ricordato di un articolo di Nino Bevacqua che ho letto qualche tempo fa e mi è venuta voglia di riproporvelo con la speranza che arrivi fra le mani di alcuni di quei genitori e li faccia riflettere e capire che un allenatore del settore giovanile, prima di tutto è un “educatore”…………….. L’articolo diceva questo:

Problema spinoso quello dell’allenatore-educatore, che deve contemperare l’esigenza tecnica, legata al risultato, alla prestazione, alla richiesta della società, dei genitori, degli atleti all’esigenza educativa: l’imparare cioè a star bene insieme al di là del risultato.

Per questo durante il Corso per educatori sportivi , con numerosi allenatori abbiamoriflettuto su questi quesiti:

  • è possibile educare mentre si spiega in campo un gesto tecnico?

  • esiste un valore formativo-educativo nella tecnica individuale e di squadra?

  • quali potrebbero essere delle idee/strategie di un allenatore per rendere veramente educativo l’insegnamento di un gesto tecnico?

Il valore dell’allenamento

Il ruolo dell’allenatore, sia esso di settore giovanile o di prima squadra, va oltre l’insegnamento del gesto tecnico, deglischemi tattici e dell’allenamento muscolare. Allenare è educare, e l’allenatore dovrebbe essere un protagonista attivo di esperienze formative non frustranti dei ragazzi che gli si affidano. Soprattutto nei settori giovanili c’è bisogno di imparare giocando, in un clima psicologico gratificante e stimolante in cui l’istruttore diventa modello comportamentale da seguire.

In particolare, un gioco di squadra racchiude in sé elementi quali:

  • la socializzazione;

  • la comunicazione;

  • un coinvolgimento emotivo particolarmente alto specie durante la gara;

  • l’applicazione della componente intellettivo-cognitiva, capace di affrontare e risolvere problemi che frequentemente sì presentano nelle infinite situazioni del gioco;

  • la componente motoria che permette un sempre maggiore controllo del movimento assieme all’aumento della prestazione dell’atleta.

 Tutto questo permette di formare in modo completo l’uomo, il ragazzo, il bambino-giocatore che si gioverà anche di tutte le esperienze derivate dalla pratica sportiva per affrontare la vita di tutti i giorni.

Dal gesto tecnico all’educazione

L’apprendimento di un gesto tecnico o di un movimento segue diverse fasi che passano dalla comprensione del movimento, alla rappresentazione mentale, per finire all’attuazione globale con relativa analisi. Per eseguire un gesto tecnico corretto e per poterlo quindi ripetere occorre che coincidano esattamente la rappresentazione percepita, l’immagine sentita e quella attuata.

Riteniamo l’allenatore-educatore colui che conoscendo i meccanismi di acquisizione del gesto tecnico (efficace, economico, corretto) è in grado di ” immedesimarsi ” nell’animo dei ragazzo, intuirne gli errori ed applicare l’adeguata e ” amorevole ” correzione. Tutti gli sport possiedono una forte incisività formativa, educativa e socializzante se proposti con giusti criteri psicopedagogici.

Nell’insegnamento di un gioco di squadra, specie quando si ha a che fare per la prima volta con un gruppo di atleti siano essi giovani od adulti, è necessario affrontare l’attività di allenatore con metodo. E’ importante la capacità di osservazione del tecnico per valutare il livello iniziale dal quale partire per fornire appropriate proposte di lavoro; è difatti basilare che le proposte rispettino le capacità degli atleti.

Esse non devono essere né troppo facili, né troppo impegnative per stimolare ed ottenere la massima attenzione e disponibilità tecnico-mentale.

Per lo stesso motivo si dovranno fissare degli obiettivi quantificabili e forniranno il riferimento oggettivo dell’esito del compito e quindi la valutazione finale. Questo ciclo dovrà poi essere ripetuto per obiettivi più difficili che tengano conto degli apprendimenti acquisiti formando una “catena didattica” nella quale l’ultimo anello sia frutto della corretta e salda coesione di quelli precedenti. Il gesto tecnico, che va acquisito secondo oculate progressioni didattiche, è importante strumento educativo su più versanti:

  • psicomotorio, in quanto migliora i vari aspetti di tipo coordinativo;

  • cognitivo nell’educare, superando l’egocentrismo, alla progettazione e alla concretizzazione di attività di gruppo;

  • sociale attraverso il miglioramento della comunicazione, soprattutto non verbale, e quindi il rapporto con gli altri.

Al gesto tecnico si arriva attraverso la progressione didattica intesa come movimenti e comportamenti tali che assimilati singolarmente e poi riuniti tra loro portano all’espressione corretta ed armonica del gesto sportivo.

E’ compito dell’istruttore indirizzare il metodo di lavoro per favorire apprendimenti generali che rappresentano le basi non solo del calcio ma in genere di tutta l’attività fisica.

La preparazione generale assume pertanto maggiore importanza nei primi periodi di attività sportiva; la stessa, oltre a realizzare lo sviluppo organico e muscolare, perfeziona le capacità motorie individuali e stimola l’iniziativa generale.

Il gioco di squadra

I giochi di squadra sono dei validi mezzi di formazione e di educazione e tra i tanti elementi della personalità dell’atleta che essi permettono di sviluppare vi è senza dubbio l’aspetto della comunicazione. Saper comunicare è un valore molto importante perché in primo luogo favorisce l’aggregazione e la socializzazione, ma serve pure, e specie in un contesto sportivo agonistico, alla organizzazione ed alla collaborazione di individui che assieme devono raggiungere degli obiettivi. Nei giochi in genere troviamo tutti i tipi di comunicazione, sia quello verbale che quello non verbale e compito dell’allenatore è quello di stimolare tutti quei canali che possono portare ad un miglioramento del rendimento e delle potenzialità di ogni singolo atleta e di conseguenza della squadra. Dopo un corretto percorso formativo che dovrebbe tener conto di tutti i passaggi presentati, l’atleta dovrebbe imparare a rispettare l’allenatore, i compagni e gli avversari; a comprendere il proprio ruolo ed i propri limiti nel gruppo-squadra; a dare il giusto valore al gioco, ma capire che per farlo bene bisogna rispettare delle regole, mantenere degli impegni e comportarsi con correttezza. Per questo è necessario, visti i tanti abbandoni sportivi degli ultimi tempi, che l’allenatore, pur nella “scientificità” delle proposte, sappia coinvolgere i giocatori con forme di allenamenti divertenti e coinvolgenti, alla ricerca delle motivazioni personali e di squadra.

Nella speranza di aver contribuito a riflettere insieme sull’argomento, ricordo a quei genitori che il calcio è un gioco di squadra e se loro la smettessero di essere tifosi esclusivamente dei loro figli, forse e dico forse questo sport “il più bello del mondo” lo sarebbe ancor di più e magari nel futuro, non si ritroveranno in casa un campione di questo sport, ma un campione di vita!!!!!

Fonte: sito ALLENATORI QUALIFICATI

 
Di Pino Romeo (del 15/12/2009 @ 17:45:00, in Angolo tecnico, linkato 64 volte)
IMPOSTAZIONE DEL RUOLO

Autore: Giuliano Rusca - Inter Fc

Se vogliamo essere veri istruttori/educatori dobbiamo conoscere, capire e accettare i bambini per ciò che sono e non considerarli adulti in miniatura, forzandoli ad essere ciò che noi pensiamo siano. Partirei da questo sunto per impostare il lavoro sul RUOLO.

Ogni bambino predilige un ruolo e sceglie di svolgerlo non dopo una scoperta o una presa di coscienza delle proprie attitudini, ma in funzione della tendenza del momento, il più delle volta questa moda è dettata dai mass-media. Molti bambini quindi vogliono gli attaccanti, altri le “mezze” punte, naturalmente con il numero della maglia del loro idolo, ed infine i più generosi o quelli obbligati si adattano al ruolo di difensore, chiaramente pochissimi vogliono fare il portiere.

A questo punto alla domanda: come impostare il ruolo nell'attività di base? Vi sono miriadi di risposte dal semplice -i bambini devono giocare liberamente senza ruoli- al -i bambini devono provare tutti i ruoli-.

Tali affermazioni celano la convinzione che il ruolo si possa formare da se senza nessun tipo di indirizzo o solo con delle indicazioni teoriche alla lavagna dell'istruttore di turno e magari prima della partita. Tutto questo secondo me contrasta con l'impostazione di un corretto protocollo per la formazione del RUOLO nel gioco del calcio.

Il bambino di 11/12 anni va in campo con il pensiero di giocare la partita, la sua partita, che lo vede protagonista nel momento in cui entra in relazione con la palla, quando deve affrontare l'avversario e con la collaborazione del suo compagno superarlo muovendosi in tempi e spazi sempre diversi. Il passaggio dal primo comportamento, nelle categorie precedenti, dove il bambino si muoveva con il così detto “schema a nuvola”, a quello dove lui deve tener conto: dello spazio di gioco, delle capacità di stare in campo e di orientarsi in relazione alla posizione assegnata, della palla, dei propri compagni e dei propri avversari rappresenta il processo di formazione del saper giocare a calcio del nostro allievo.

Tale processo che noi possiamo identificarlo come la formazione di saper giocare in un ruolo è uno degli obiettivi primari di questa fascia d'età. Il ruolo dell'istruttore educatore è quello di facilitare la comprensione dei concetti spazio temporali in relazione alle variabili: dimensioni del campo di gioco effettivo, la presenza della palla all'interno di questo spazio, la presenza sempre nel suddetto spazio di avversari e compagni di squadra. Per il raggiungimento di questo obiettivo ho approntato delle situazioni di gioco che migliorino contemporaneamente sia il livello di motricità generale sia le competenze specifiche dell'interpretazione del ruolo in campo.

Vorrei fare un'ulteriore precisazione: una delle maggiori difficoltà che l'istruttore/educatore ha nel programmare e realizzare il suo progetto di lavoro è quella di fare in modo che il miglioramento di tutti gli allievi avvenga in modo conseguente e graduale. Tale difficoltà ha stimolato la ricerca di suggerimenti operativi efficaci sul come procedere ed individuare e ordinare le diverse prestazioni in relazione agli obiettivi motori prefissati. L'unica pratica a cui ci si può riferire attualmente per fare in modo che i nostri allievi acquisiscano le varie competenze che a livello difensivo e offensivo necessitano per svolgere al meglio i vari ruoli sono: le situazioni di gioco semplici. Il principio fondamentale posto alla base di ogni situazione è quello della complessità crescente (ogni dicitura che la compone deve infatti rappresentare una prestazione più facile di quella successiva e più difficile di quella precedente).

Per una corretta impostazione del ruolo bisogna ulteriormente chiarire che:

Il calcio è uno sport di situazione, dove non si può prevedere cosa succederà durante la partita, quindi l’allenatore deve abituare i propri giocatori ad autonomia decisionale in un sistema chiaro a tutti.

Possiamo dividere la partita di calcio essenzialmente in due parti ben distinte:

  • Fase di possesso palla (la mia squadra ha la palla, indipendentemente dalla posizione del campo e dal giocatore)

  • Fase di non possesso palla (la squadra avversaria ha la palla, indipendentemente dalla posizione del campo e del giocatore)

Nella tattica individuale, competenza sulla quale si imposta il ruolo calcistico, in fase di possesso palla il giocatore deve conoscere:

  • Lo smarcamento: in zona luce (zona dove sia possibile ricevere la palla); in diagonale

  • Difesa e protezione della palla: ad ogni ricezione devo mettere il corpo a protezione della palla; andare sempre incontro alla palla; andare sempre sul punto di caduta su palloni che arrivano dall’alto

  • Passaggio: la precisione determina il vantaggio rispetto alla conduzione della palla: è più veloce; supero più avversari in un colpo solo; determina meno consumo energetico

  • Guida della palla, finta e dribbling

  • Tiro in porta

Nella fase di non possesso palla, deve conoscere:

  • Presa di posizione: in diagonale rispetto alla palla; rientrare verso la porta

  • Marcamento: a uomo (la posizione è determinata dall’avversario); a zona (la posizione è determinata dalla palla)

  • Intercettamento e/o anticipo: contrasto diretto; contrasto indiretto (mettere in zona d’ombra l’avversario)

  • Difesa della porta: difendere il portiere nei suoi interventi; non girarsi in occasioni di possibili tiri degli avversari; copertura di parte della porta con il corpo; non ostacolare il proprio portiere

CONCLUSIONI:

Il termine ruolo etimologicamente deriva dal francese rôle contrazione di rôtle e questo a sua volta dal latino ròtulus o rùtula diminutivo di ròta che vuol dire ruota, disco, giro. Il rotulus era quindi un rotolo di carta.

Il ruolo nel calcio significa: compito che un giocatore deve svolgere nel gruppo a cui appartiene


Fonte: www.primadelrisultato.org

 
Di Pino Romeo (del 02/12/2009 @ 16:00:00, in Angolo tecnico, linkato 103 volte)

GUIDA E PROTEZIONE DELLA PALLA

Claudio Bianchera - A.C. Mantova - Preparatore Atletico

Scelta degli obbiettivi

La scelta degli obbiettivi di un allenamento è il risultato di uno studio e presa di coscienza da parte dell’allenatore-educatore di numerose variabili relative al protagonista del suo agire, il bambino. Nella mia breve esperienza da allenatore e preparatore coordinativo atletico mi sono reso conto di quanto ci si può allontanare dall’obbiettivo e allo stesso tempo di quanto si possa cadere in errore nel valutare lo scopo della propria seduta di allenamento. Per obbiettivo di una seduta cosa intendiamo? Sappiamo che un obbiettivo può essere tattico (1contro1), tecnico (conduzione di palla), coordinativo (calcolo della traiettoria in anticipazione motoria), cognitivo (comprensione del pieno-vuoto, tanto-poco), condizionale ( rapidità), morale ( sviluppo delle capacità di adattarsi e accettare i ruoli e alle regole). Sappiamo anche di come questi obbiettivi siano più o meno adatti alle capacità psico-motorie del bambino in relazione al suo stadio di maturità. Su questo ormai gran parte degli allenatori, sia di squadre professionistiche che non, sà su cosa lavorare. Ad esempio con bambini di 7-8 converrete nel pensare che sarà importante lavorare su una parte tecnica di conduzione, una parte tattica di 1contro1, una coordinativa che può toccare tutte le capacità dall’equilibrio all’anticipazione motoria, una condizionale che è la rapidità e una cognitiva morale che è il rispetto delle regole. L’allenatore che inizia il suo allenamento con queste premesse è come se avesse acquistato una barca con la quale vuole attraversare il fiume. Raggiungere la riva opposta è per lui raggiungere il suo vero obbiettivo. Si perché gli obbiettivi che ci siamo posti precedentemente non sono altro che attrezzi, mezzi per raggiungere il vero obbiettivo di un allenamento che è il miglioramento e l’apprendimento del bambino ovvero il cambiamento di un comportamento o di un atteggiamento. Mutare una forma precedente che significa far emergere nuovi comportamenti cognitivi, comportamentali e affettivi.

I fondamenti del nostro allenamento

Il mio lavoro è preparatore coordinativo di squadre di calcio di bambini.

Prima del risultato c’è un gioco e c’è un giocatore. Il gioco è il Calcio. Il giocatore è un bimbo. Per poterci chiamare allenatori in categorie della scuola calcio dobbiamo avere i piedi ben piantati per terra e capire fino in fondo cosa significa educare dei bambini a giocare.

Che cos’è il calcio?

All’età di 7 anni solitamente si gioca liberamente a rincorrere o scappare, si gioca a “1-2-3-stella” a “nascondino”, “lupo mangia frutta”, si gioca a lanciare, rotolarsi e arrampicarsi, si gioca alla lotta, si gioca a dare pugni, si gioca a dare calci. Il gioco che abbiamo scelto di allenare e farne sfondo della nostra professione è quello “dei calci”. Sì perché al bambino piace sia fare gol che calciare o per meglio dire per questa età..tirare calci. Anche se queste ultime parole possono forse apparire semplicistiche verso un gioco-sport come il Calcio così importante e strutturato nella nostra società, è vero altresì che specialmente per fasce d’età così basse le motivazioni che portano i piccoli a giocare sono diverse da quelle che spesso noi allenatori diamo per scontate siano. Infatti il calcio per il bambino è un gioco che piace perché è fatto di regole semplici, con giocatori eroi e antieroi che hanno ruoli diversi e con ambientazione più o meno varia a seconda della fantasia del mister e della situazione meteorologica. Nel rispetto di queste leggi di gioco le persone,e in questo caso i bambini, sono libere di percepire situazioni e muoversi di conseguenza con la strategia per loro più gratificante. Gratificazione che per l’adulto è vincere ma che spesso e volentieri per il bimbo è di fare gol o tirare tanti calci alla palla. Educare al gioco significa dare tutti gli strumenti possibili a una persona per meglio affrontare le situazioni che quel gioco crea rispettando i bisogni che cerca di soddisfare col gioco stesso. L’adulto ha bisogno di vincere e sentirsi in forma, il bimbo ci chiede scoperta e accettazione.

Chi è il giocatore?

La seconda premessa che faccio è quella di capire chi è il giocatore. Egli è una persona che si trova ad affrontare come detto prima situazioni inserite in un contesto di regole e ruoli. Il suo comportamento quindi nel gioco è, come nella vita, una cartina al tornasole dello stato d’animo, fisico e mentale che attraversa. Una persona è come gioca. La postura , la personalità e il carattere di un essere umano si manifestano sinceramente quando egli si muove e quando gioca (le parole invece spesso nascondono quello che il gioco e il movimento rendono evidente).

Quando una persona gioca possiamo osservare che immagine ha di sé ovvero come percepisce se stessa e il suo corpo in relazione all’ambiente esterno. Fuori dal campo vediamo gente posata e ben proporzionata fisicamente che diventa frenetica e maldestra in campo, oppure persone riconosciute come sorridenti e forti che si dimostrano sfiduciate e irritate nel gioco. L’immagine che uno ha di sé quindi condiziona il modo di rapportarsi con le cose e le situazioni, e nel nostro caso il modo di giocare, la percezione e reazione al pericolo e all’avversario. Vediamo 3 giocatori differenti che portano palla. Pirlo il più delle volte cerca una via di fuga per aggirare l’avversario che gli si avvicina per contrastarlo; Gattuso mostra i muscoli e va dritto verso lo scontro; Kakà affronta frontalmente l’avversario muovendosi rapido di conseguenza. Per il primo è fondamentale osservare continuamente quello che fa l’avversario per comportarsi di conseguenza, proteggendo palla e servendo i compagni, per il secondo l’osservazione passa in secondo piano rispetto alla prova di forza e grinta perdendo e recuperando palla, per il terzo l’avversario è uno stimolo per esaltare la propria fantasia per creare una grande azione personale. Tutti e tre i giocatori sono efficacissimi nel loro ruolo ma è indubbio che percepiscono loro stessi in modo diverso. Anche il loro corpo dimostra atteggiamenti diversi. Pirlo di media statura, spalle chiuse, con ottima capacità coordinativa, freddo-introverso; Gattuso di bassa statura, collo taurino, spalle incassate, grande forza agli arti superiori e inferiori, discreta capacità coordinativa, sanguineo; Kakà di alta statura, spalle aperte, arti inferiori con discreta massa muscolare, capacità coordinativa sereno-introverso. Queste osservazioni che non hanno nulla di scientifico si limitano a far notare che atteggiamenti diversi nelle situazioni di gioco riflettono anche carattere e strutture corporee diverse.

Se un bambino nell’1 contro 1 dimostra di percepire l’avversario come paura del nemico da respingere lo vedremo difendere la palla senza pensare allo scopo che è il gol ma con il timore che prima o poi la palla non sia più sua. Egli inizierà a difenderla prima ancora che il nemico sia giunto vicino a sé. Se invece il bimbo percepisce il nemico da respingere come un ostacolo da saltare in previsione del gol lo vedremo più propositivo e meno timoroso allo scontro. Infine se il bimbo vede stimolante la situazione di gioco e divertente superare l’avversario cercherà addirittura anche quando non serve di saltare l’amico.

Che giocatori abbiamo di fronte?

Sono dei bimbi, ovvero persone che hanno un’età che va dai 7 agli 8 anni. Sono esseri umani che attraversano un periodo fatto di egocentrismo, litigiosità,voglia di affetto e di apprezzamento, voglia di mettersi alla prova e di fare quello che a loro piace. Non sopportano aspettare, fare cose noiose e ripetitive; non provano attenzione per il linguaggio fatto di termini poco concreti e canonici in quanto non capaci di pensiero astratto. Possiamo capire che avere di fronte bimbi con queste peculiarità possa mettere in difficoltà una qualsiasi persona adulta abituata a fare ed essere tutto quello che loro non sono e non capiscono. A questa età quindi il bambino considera in modo naturale e sano che la realtà sia centrata su di sé, e non perché viziato o educato male. Egli gioca in modo emotivo e impulsivo, vuole la palla per sé e pretende la massima attenzione dall’allenatore.

Il bimbo ha fantasia e capacità di simbolizzare ovvero capacità e bisogno di costruirsi mondi fantastici fatti di personaggi, sogni, racconti. Il suo corpo rispecchia lo stato d’animo in cui vive: struttura ossea e muscolare molto plastica e adattabile ma fragile e incompatibile alla sopportazione di carichi. Le dimensioni mentale e corporea del bambino sono infatti talmente unite tra loro da diventare un tutt’uno, la stessa cosa. Il movimento non diventa altro che il suo modo di esprimersi e comunicare col mondo. Bambini timidi, coraggiosi, tristi, entusiasti, impauriti, gregari, leader, emotivi, strategici, ansiosi, sereni, saggi, spontanei manifestano nei giochi e nei gesti motori l’immagine che hanno di sé che si perfeziona e modella in ogni fase della vita, allenamento compreso! Anzi, essendo l’allenamento e uno dei momenti più attesi dai bimbi (in cima a tutto c’è la partita ovviamente) nel quale mettere tutto loro stessi, diventa grande il potere che abbiamo noi addetti ai lavori di potenziare (o indebolire!) le loro capacità.

Cosa allenare?

Dopo queste 2 prime premesse dobbiamo affrontare il problema principale. Cosa alleniamo del nostro bimbo?

La scelta dell’1contro 0 e 1 contro 1 col tema di guida e difesa della palla è rispettosa del atteggiamento egocentrico e di scoperta spazio-temporale che il bambino ha in questo momento di vita. Il bambino vuole la sua palla con la quale comunica durante tutto l’allenamento. Con essa il bambino ama sfidarsi nel colpire bersagli o compagni, fare gol, calciare forte-alto-lungo, saltare oggetti, avversari…tutto in funzione del rapporto che si instaura tra la palla, il bimbo e l’ambiente esterno. Il bambino sappiamo che apprende facendo e imitando con una peculiarità che è propria dell’essere umano: il piacere. Nel bambino è moltiplicato all’ennesima potenza. Egli ha bisogno di immaginare, emozionarsi e divertirsi per imparare. Autorità, noia, paura, sfiducia, critiche non fanno altro che chiudersi, non accettare la novità, il mettersi in gioco, il cambiamento. Noi dobbiamo essere consapevoli che siamo allenatori non solo di tecnica , tattica, coordinazione ma anche di emozioni.

Come allenare? I ritmi del cambiamento.

Multilateralità, globalità e progressione didattica sono caratteristiche che ormai da anni sono state assorbite dagli allenatori nel loro operare. Quello che ci si può chiedere sul campo è cosa correggiamo e come correggiamo? Bisogna porre fine all’idea che il bambino sia un omino al quale bisogna insegnare tutto. Il bambino ha bisogno del suo tempo per conoscersi e scoprirsi e nell’allenamento possiamo creare un ambiente ideale perché il bambino possa esprimere se stesso e i suoi bisogni. Come allenatori spesso ci sentiamo in dovere di trasferire tutto il nostro sapere e le nostre osservazioni al bambino nell’immediato tramite la parola. Così gli diciamo come camminare, come correre, come giocare. Spesso e volentieri queste parole sono buttate al vento sia perché il bambino come in questo caso apprende facendo, imitando e immaginando e non tramite la riflessione e il dialogo astratto. Per questo ci riallacciamo al discorso fatto in precedenza sull’immagine che il bambino ha di sé. Questa influenza il modo di essere, di vivere il gioco e di rapportarsi con a palla non è modificabile con la forza di volontà ma tramite il vissuto , le emozioni e le esperienze. Per cui l’incremento della capacità tecnica e tattica in un gioco, in questo caso di calcio, sono strettamente legate alle caratteristiche coordinative e psichiche del giocatore, in questo caso il bimbo, che nascono dall’immagine che il bimbo ha di sé. Dobbiamo sapere e vedere queste sfumature per non sopravvalutare o sottovalutare i nostri interventi sul campo. Credere che solo con i richiami, le sgridate o semplicemente i suggerimenti si possa cambiare una postura scorretta nel gesto tecnico o un atteggiamento tattico non efficace. Così vediamo un bimbo che corre male e diciamo”ma alza quelle ginocchia” come se quell’andatura fosse indice di poco entusiasmo o poco rispetto; oppure “piega quel busto , non vedi come ti si alza sempre la palla quando tiri, chiudi bene” o ancora peggio “come corre male ” oppure “devi passarla” Si deve sapere che la postura di un essere umano è il risultato di anni nei quali i muscoli non solo superficiali come possono essere adduttori, addominali, lombari, flessori dell’anca ma profondi si sono adattati a situazioni. Parliamo di muscoli profondi vertebrali, masticatori, respiratori che condizionano l’andamento della colonna, l’asse degli arti inferiori, l’ampiezza dell’arco plantare, l’atteggiamento delle spalle. Postura, atteggiamento sul gesto tecnico, capacità di contrasto sono derivate dall’organizzazione di questi muscoli. Ugualmente profonda è la correzione di un comportamento relativo ad una situazione di gioco o ad un calcolo della traiettoria della palla dove vengono messe in gioco capacità come controllo cinestesico del proprio corpo, percezione della paura e del pericolo. Così per Pirlo, Gattuso, Kakà che per i nostri bambini. Come si può pretendere che un bambino con la sola forza di volontà dopo un nostro richiamo oppure osservazione riesca a correggere immediatamente un suo vizio postura o di gioco. Non si tratta sempre di svogliatezza, poco impegno, poca attenzione, poca furbizia come spesso si crede ma di un sentire se stesso e il mondo circostante in un determinato modo. Correggere un atteggiamento tecnico nella posizione del corpo durante un tiro oppure cambiare un comportamento di gioco in una situazione di 1 contro 1 prevede un mutamento nel ragazzo. Abbiamo detto che una persona gioca come è. Mutare, cambiare un comportamento o una postura nel gioco, significa trasformare la persona e quindi l’immagine che la persona ha di sé.

Per i bimbi piccoli, più questa immagine è autonoma e indipendente dai pensieri e dalle critiche delle persone e più essa ha possibilità di strutturarsi. Urla minacce e critiche sistematiche servono a creare ragazzi che giocano senza scoperta, autonomia e strategia ma con la sola paura dell’autorità. Il cambiamento dei nostri bimbi non possiamo averlo se non con la perdita della paura.

Lo stato d’animo del mister

Quando l’errore viene trasformato in orrore.

Dobbiamo essere consapevoli delle aspettative che noi mister abbiamo rispetto alla risposta che i bimbi hanno al suo allenamento. Se le aspettative superano le reali capacità dei bimbi si perde concretezza, pazienza e voce. Questo succede quando si crede che i bimbi siano pronti ad fare cose che invece non riescono a fare. L’errore maggiore è non capire i modi e i tempi dell’apprendimento del bambino non sono così diretti e brevi come si crede. La fretta mette fretta, e al bambino non si da il tempo di capire, sentire situazioni ed emozioni sue, che gli consentano di superare paure ed errori col giusto tempo. Così il mister diventa un ulteriore motivo di ansia e fretta per il bimbo e si può facilmente intuire che con allenatori ansiosi il bambino impara a non innervosire il mister assecondando i suoi voleri invece che giocare. Così come abbiamo diversi tipi di giocatori, abbiamo diversi tipi di allenatori:

  • il frenetico emotivo che fa fare mille esperienze diverse ai bimbi dimenticandosi dei ritmi di attenzione e recupero dei suoi giocatori;

  • il freddo metodico che è più interessato alla buona riuscita delle attività proposte che al rapporto o al dialogo con i bambini;

  • l’insoddisfatto depresso che voleva fare il calciatore ma non ci è riuscito e che non vede nessun bambino con quella voglia che aveva invece lui da piccolo;

  • lo stratega pragmatico che fa lo stesso allenamento da adulti anche per bimbi di 8 anni spiegando la posizione giusta del corpo, come fare fallo, lo schema su calcio d’angolo e tanti altri i trucchi del mestiere;

  • l’ultra-informato con la testa per aria che legge mille riviste del settore riproponendo l’esercitazione sul castello vista all’ultimo convegno a dei mini pulcini durante un diluvio;

  • il patetico paterno che per la paura di far soffrire i bimbi dice che va tutto bene col tono consolatore e caritatevole;

  • l’energico con la paura della confusione che creano i bambini, che perde la voce a farli stare in fila e fare quello che dice lui.

Noi allenatori abbiamo nei nostri allenamenti atteggiamenti simili un po’ all’uno o all’altro di questi mister descritti sopra. Ognuno di noi ha il suo metodo più meno efficace.

Le parole giuste nei momenti giusti non possono essere contenute in manuali e possono benissimo nascere da chiunque, indifferentemente dalla squadra allenata o dalla qualifica acquisita. Sicuramente sapere quanto sono affascinanti e complesse le dinamiche dell’apprendimento del bambino permettono all’allenatore di vedere i suoi giocatori ed i loro difetti in modo diverso, cercando nel cambiamento del bambino anche un cambiamento del proprio allenare e quindi..di se stesso. L’obbiettivo non è quindi correggere il bambino e cercare di togliere tutti i difetti (ammesso che siano difetti, ammesso che il mister corregga la cosa giusta, ammesso che la cosa corretta possa essere correggibile per l’età e per le sue potenzialità) ma far sì che il bambino abbia a disposizione un ambiente nel quale si possa strutturare un’immagine di sé che possa dare autonomia di scelta e autostima per scacciare le paure di mettersi alla prova.

Fonte: www.primadelrisultato.org

 
Di Pino Romeo (del 11/10/2009 @ 16:45:00, in Angolo tecnico, linkato 75 volte)
Ancora non mi sembra vero che se ne sia andato, mi piace pensare che sia in viaggio, verso chissà dove, chissà come... e che forse un giorno ritornerà, chissà come, chissà quando... ma intanto lui vive nei nostri ricordi...

Se è vero che siamo ciò che trasmettiamo agli altri, forse il modo migliore perché Gabriele continui ad essere vivo tra di noi è semplicemente che ognuno lo ricordi per ciò che di personale ha saputo lasciargli.

E’ sempre faticoso e doloroso parlare di un amico che ci ha lasciato. Inutile dire che si tratta di una grave perdita. Inutile dire che il fbc Borghetto, da oggi, sarà un po’ più vuoto. Evitiamo la facile retorica: a lui non sarebbe piaciuta. Per ricordarlo degnamente, uniamo piuttosto gli sforzi e cerchiamo di agire sempre più efficacemente per il perseguimento di quel “progetto” a cui egli, insieme a noi, ha dedicato tanto tempo. Ed all’insegna di quell’obiettivo ultimo che ci ha accomunati rendendoci solidali e consapevoli di star costruendo qualcosa di molto importante, proseguiamo uniti affinché il suo grande impegno non sia stato vano.

Ugo Foscolo, nei suoi “Sepolcri”, ci insegna che l’uomo può conquistare l’immortalità anche in questo mondo, con le sue azioni e con il ricordo che riesce a lasciarne ai posteri.

Rimbocchiamoci le maniche, dunque, ed in questa staffetta ideale proseguiamo il cammino, affinché anche nel suo ricordo si possano raggiungere risultati sempre nuovi e concretamente efficaci.

Ciao Gabri
 
Di Pino Romeo (del 05/10/2009 @ 14:40:00, in Angolo tecnico, linkato 76 volte)

AIUTIAMOLI A CRESCERE E DIVERTIRSI.

Il mio è un accorato appello rivolto agli “addetti ai lavori” (dirigenti, istruttori, accompagnatori, genitori) in quanto le mie esperienze di “alleducatore” mi hanno fatto capire come il gioco del calcio ha raggiunto uno stato tale di esasperazione che non mi meraviglio più dell'abbandono precoce di molti ragazzini fin dalla giovane età. Purtroppo sui campi di calcio si vedono scene di dirigenti/genitori esultare eccessivamente per un gol o inveire e protestare in modo poco urbano contro le decisioni arbitrali e talvolta “a prescindere”. Si vedono anche bambini che piangono se perdono una partita, che si accusano tra loro per giustificare una sconfitta o che forse è colpa ... dell'arbitro ........ .

Ai dirigenti o a chi si dà un gran da fare nel seguire i ragazzi, dico di mettere tanto entusiasmo e soprattutto regalare sempre un sorriso o una pacca sulla spalla che non costano nulla ma fanno tanto più di quanto si possa pensare. Aiutiamoli ad amare lo sport per quello che è. Aiutiamoli a essere sereni, a fare gruppo con i compagni, a pensare positivo, a divertirsi, a giocare senza il problema di vincere o perdere.

Anche per gli istruttori vale il discorso sopra citato, ma visto che devono insegnare a giocare al calcio dico loro di avere l'umiltà di volere sempre imparare, di migliorarsi continuamente, d'informarsi su come allenare i ragazzi nei primi anni di attività. Dico questo perché capita spesso di vedere loro fare eseguire esercizi, allenamenti o riscaldamenti pre partita da adulti, con il pericolo di creare danni fisici ai ragazzini nella fase di sviluppo fisico. Non occorre, necessariamente, essere allenatori col “patentino” per poter fare le cose giuste, ma essere delle persone che alla passione uniscono la volontà di fare “il meglio” e il saper capire tutte le problematiche che uniscono i ragazzi al calcio.

Una cosa molto importante e che purtroppo non si vede fare a molti istruttori è quella di fare giocare tutti i ragazzi a disposizione almeno un tempo di gioco, senza fare differenze di valutazione sulle loro capacità, facendo passare in secondo piano l’importanza del risultato.

È molto triste vedere ragazzi, fatti entrare a pochi minuti dalla fine a risultato ormai acquisito, oppure squadre che portano in panchina pochi elementi per non dovere fare giocare quelli adesso meno capaci e badando solo esclusivamente a vincere.

Bisognerebbe domandare loro cosa sentono dopo una vittoria di una partita o di un campionato pulcini o esordienti, quando ci sono ragazzi che vanno a casa scontenti e infreddoliti dopo aver passato un pomeriggio da comparsa, aver capito che sono diversi dai loro compagni.

Questi pseudo istruttori dovrebbero farsi un esame di coscienza e cambiare almeno comportamento se non abbandonare la scena perché è più facile allenare per vincere una partita che allenare a giocare bene.

Infine parliamo dei genitori che hanno un ruolo fondamentale per quanto riguarda l’attività sportiva dei loro figli e secondo me ne determinano anche il loro futuro in questo sport.

Fare oggi il genitore è già un compito difficile. Consiglio, però, di non assillare i figli continuando a rimproverare o a esaltare le loro prestazioni, ma spronarli, invece, al massimo impegno nell'attività sportiva, all’educazione nell'ambito della società, al sapersi gestire subito da soli, a confrontarsi nell’ambito del gruppo, a convivere con vittorie e sconfitte con serenità.

Interessandosi con equilibrata partecipazione alla loro attività e sostenendoli nei momenti meno brillanti, a mio modesto parere, avrete (forse) dei figli meno bravi a giocare al calcio ma sicuramente pronti ad affrontare la vita nella giusta maniera.

Ricordiamoci tutti che è un loro sacrosanto diritto “NON ESSERE CAMPIONI”.

Concludo sperando che questi miei pensieri ed esperienze di campo vissute possano aiutare qualcuno a migliorare il suo ruolo, quale esso sia, sperando in futuro di vedere tanti ragazzi avvicinarsi con entusiasmo al calcio con grande voglia solo di divertirsi, visto che gli adulti stanno facendo di tutto per rovinare questo che per i bambini deve restare solo un … GIOCO.

Pino Romeo Coordinatore Tecnico Scuola Calcio Fbc Borghetto 1968

 
Di Pino Romeo (del 20/09/2009 @ 09:10:00, in Angolo tecnico, linkato 229 volte)

A COSA SERVE GIOCARE BENE

Il calcio deve essere bello agli occhi di chi lo guarda? A cosa serve giocare bene se poi interessa solo il numero di gol fatti (e non subiti)?

Premesso che si fatica anche ad accordarsi su cosa voglia dire giocare bene, stabiliamo questo concetto imprescindibile per un settore giovanile: IL CALCIO HA UN ASSOLUTO VALORE ESTETICO.

Che al pari della crescita umana e tecnica del singolo deve essere la meta di ogni operatore di settore giovanile (società, dirigente, allenatore, magazziniere, genitore). Ma soprattutto è l’obiettivo di ogni piccolo calciatore e di ogni squadra di giovani calciatori. Tralasciando (per ora) cosa s’intenda in modo univoco per giocare bene diciamo però a cosa serve:

  1. Aiuta a divertirsi

  2. Aiuta ad imparare

  3. Rispetto per chi guarda la partita

  4. Aiuta a vincere

  5. Aiuta a parlare la stessa lingua (sportiva)

  6. Aiuta a vedere un giorno un miglior calcio tra adulti

  7. E’ il gioco più bello del mondo e come tale va fatto bene

L’astratto e indefinito giocare bene ha, come vedete, numerose implicazioni concrete.

Dicevamo del perché "giocare bene" prima che una conferenza stampa di "Special One" turbasse i nostri sogni quotidiani. Spieghiamo il punto primo. Giocare bene aiuta a divertirsi. Il perché è presto detto: se la palla non te la faccio vedere o tu la vedi meno di me, torno a casa più felice di te. Non dimentichiamo che questo sport prevede il buon utilizzo del mezzo (pallone). Se è però vero che il 90% del lavoro settimanale di molte squadre adulte è quello di impedirti di giocare a noi non ce ne importa. Insegnare ad utilizzare bene il pallone (da soli, in due, in tre, contro uno, contro 10) è la base del divertimento.

Aiuta ad imparare. Semplice: per giocare bene dobbiamo applicarci di più di chi non vorrebbe farci giocare. "Non esistono avversari ma solo altri esseri umani contro cui eccellere". Per eccellere occorre costruire. Giocare bene e credere che questo sport sia bello perché ha un valore estetico ci impone una graduale e spesso lenta costruzione di gesti e abilità. La scorciatoia non insegna nulla. La partita del sabato o della domenica è una fase dell'apprendimento, non il punto di arrivo.

Premesso che nei settori giovanili non si paga il biglietto così nessuno può urlare da fuori "ridateci i soldi", è certamente vero che dobbiamo aver rispetto per chi ci guarda. Chi consuma calcio, chi è appassionato di calcio, chi si avvicina alla rete di recinzione per dare una sbirciata, chi ha un figlio che gioca, tutta la platea di chi segue dei ragazzi, sicuramente va ricompensata. Imparare a giocare bene da piccoli potrà poi essere la base per farlo anche da grandi e vedere un calcio migliore. L'approccio al campo sportivo di chi ama questo sport è quello di colui che si è appassionato a questo sport per la sua bellezza estetica sin da piccolo e ora da semplice appassionato riesce a distinguere un bella giocata, un gioco collettivo, individualità, personalità, crescita e maturazione dei ragazzi. Avvicinare persone al recinto di gioco per veder crescere i ragazzi della propria città è più di un obiettivo per chi opera in un settore giovanile. Giocando bene qualcuno verrà a vedere e forse batterà le mani.

Vi preghiamo di non chiederci perché giocare bene aiuta a vincere. Soprattutto in Italia è difficile mettere d'accordo tutti su questa questione. Ce la caviamo con un postulato piuttosto chiaro: "nessuno vince perché ha giocato male, ma nonostante abbia giocato male". Fine delle polemiche.

Giocare bene aiuta a parlare la stessa lingua. Chi ha seguito la stagione del Barcellona ed è abituato alla qualità del suo gioco, dopo la semifinale di ritorno con il Chelsea può ben dire che la squadra catalana non si è espressa a suoi soliti livelli. Anche a Barcellona, nonostante l'entusiasmo legittimo per la conquista della finale, molti hanno storto il naso. Questione di linguaggio e di mentalità. Giocare bene lì è riconosciuto quale mezzo indispensabile per vincere. Anche se con diverse sfumature il "giocare bene" è ben codificato dal popolo blaugrana nel proprio modo di intendere il calcio. Deve essere bello prima che efficace. Poi diventerà anche vincente, potete scommettere. E provare a giocare bene (secondo i canoni riconosciuti) fino alla fine, anche senza riuscirci un granché (perché non sempre riesce, ci sono anche gli avversari, non dimentichiamo), può portare la buona sorte dalla propria parte.

  • 230 bambini e ragazzi che hanno giocato 3 o 4 volte a settimana per nove mesi e più, però.... però pensandoci bene zero tituli.

  • Abbiamo giocato centinaia di partite e decine di campionati e tornei, accidenti ma zero tituli.

  • Li abbiamo fatti calciare, correre, rotolare e saltellare su di un campo sempre verde, morbido e nuovo di zecca, però porca miseria zero tituli.

  • Abbiamo girato la provincia, la regione, fatto chilometri, giocato in tanti paesi, però ancora zero tituli.

  • A volte abbiamo giocato male, tutti a casa e zero tituli.

  • A volte abbiamo giocato bene, tutti felici ma è sempre zero tituli?

  • Forse qualcuno dei 230 o qualche squadra ha imparato qualcosa, ma siamo sicuri che è ancora zero tituli?

  • Di sicuro noi grandi abbiamo imparato tanto dai nostri straordinari ragazzi, perciò sempre e comunque evviva zero tituli!

Il calcio ha un assoluto valore estetico. Bene, ci eravamo lasciati sull'argomento in attesa di esaminare le ultime due connotazioni su cosa serva giocare bene. Aiuta a vedere un giorno un calcio migliore fra adulti (punto 6) e, punto 7, é il gioco più bello del mondo e ci piace farlo bene. Riportiamo questo brano tratto dal libro "La rivoluzione dei TULIPANI" di Alec Cordolcini, da poco pubblicato per la casa editrice Bradipolibri.

"Non aver vinto la Coppa del Mondo non mi è mai pesato eccessivamente, perché sono conscio di aver giocato in una squadra fantastica che ha fatto divertire milioni di persone. Questo è lo scopo del calcio, far divertire la gente. Quando allenavo l'Ajax o il Barcellona per me la miglior ricompensa era quella di sentire la gente dire che noi giocavamo il miglior calcio del mondo. Nessun trofeo vinto riesce a darti la stessa sensazione. Sapere che il gioco della tua squadra ha ispirato e continuerà a ispirare, in ogni parte del mondo, generazioni di calciatori. Non c'è ricompensa più grande". Johan Cruijff

Nessun commento. Viene solo voglia di emigrare (almeno calcisticamente).

Ma chi è che deve insegnare al bambino a giocare bene? Nessuno, i bambini lo sanno già fare! Bene, allora che si tengono a fare allenatori, collaboratori, responsabili tecnici e tutto lo staff ? Non è questo il punto, partiamo da molto più indietro. Ora sì che dobbiamo codificare il significato del giocare bene, sfatando il primo falso mito: giocare bene, come molti purtroppo pensano, non ha significato di giocata collettiva, contrapposta all'individualismo. "La creatività non fa a pugni conla disciplina" afferma Johan Cruijff in un suo famoso libro (purtroppo quasi sconosciuto in Italia). Il bambino che gioca con degli amici in un prato, in spiaggia, in strada, senza Mister e scocciature varie, punta già al massimo: giocare bene per vincere. Sa che per vincere dovrà giocare bene. Potrebbero servire dribbling a ripetizione, grandi giocate individuali, senza a volte l'aiuto dei compagni (e non è vero perché in un dribbling un compagno che si muove e non riceve è determinante per la riuscita dell'azione individuale, provate a pensare). E fare dribbling o, nel calcio moderno, avere almeno il coraggio di provare il dribbling ha un grande significato. E' una grande giocata. Ci mandi una mail chi non si diverte a vedere un dribbling! Poi c'è il bambino che capisce quanto e quando le giocate con i propri compagni siano la strada per vincere la partitella in spiaggia, pensa che se ci passiamo la palla velocemente e velocemente ci muoviamo senza, gli altri non la vedono più e vinciamo. Ci mandi una mail chi non si diverte a vedere una squadra che fa viaggiare veloce la palla! Una partita in strada non vi deluderà mai, fermatevi a vederla se vi capita (a proposito, avete mai visto un piccoletto buttare via la palla in strada? Per vederne di casi del genere a volte gli si mette una maglietta con numero e lo si iscrive a qualche Scuola Calcio.....). Il giovane calciatore che viene agli allenamenti sa già come divertire chi guarda, sa già cosa si deve fare per vincere, sa già come divertirsi. Conosce già l'estetica del calcio. Forse il lavoro di noi tecnici è un po' diverso da quello che sembra e che fino a qui è stato. Sicuramente.

Il bambino conosce già l'estetica di questo sport. Anzi, non la conosce ma la pratica inconsciamente, ancor meglio. Sa che la palla è preziosa e non va buttata. Sa che ogni partita la vinci se fai un gol più dell'avversario e non se ne prendi uno di meno (è lo stesso, direte voi, infatti non siete bambini... ma almeno ricordatevi di esserlo stati !). Sa che un dribbling è un emozione che non può non essere provata (infatti ogni volta che tra grandi succede viene giù lo stadio dalla gioia con l'unico problema che il mister si preoccupa perché sente di non essere più il protagonista...). Ed eccolo arrivare al campo il nostro piccolo calciatore, verso i primi di settembre. "Devi fare così", "passala altrimenti non giochi più", "butta via, non rischiare", "questa è la soluzione, dai retta al mister che ci è passato prima di te". Viene in mente la storiella di come attraversare la strada o ancora meglio dei versi che non parlano direttamente di calcio ma comunque di insegnamento:

"C’è chi insegna guidando gli altri come cavalli

passo per passo: forse c’è chi si sente soddisfatto così guidato.

C’è chi insegna lodando quanto trova di buono e divertendo:

c’è pure chi si sente soddisfatto essendo incoraggiato.

C’è pure chi educa senza nascondere l’assurdo che c’è nel mondo

aperto ad ogni sviluppo, ma cercando di essere franco come a sé,

sognando gli altri come ora non sono: ciascuno cresce solo se sognato"

Danilo Dolci

fonte: www.usfossombrone.it/Blog

 
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