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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
W IL GIOCO LIBERO!!
Mercoledì 15 u.s. allo stadio comunale “C.Oliva” di Borghetto S.S. è andato in scena …..
“SUA MAESTÀ IL GIOCO LIBERO”
una … partita lunga 6 tempi interpretata con passione e partecipazione dai ……… PULCINI della Polisportiva CISANO e del F.B.C. Borghetto 1968.
Un cast di 78 bambini che ha dato vita ad un …. 3 contro 3 in contemporanea su 13 campetti tracciati per l’occorrenza.
Giocare senza condizionamenti di nessun genere è stata un’esperienza bellissima per tutti i bambini che hanno gradito molto mentre per “noi adulti” è stato, forse, un tuffo nel passato dei ricordi delle nostre interminabili partitelle con gli amici sui campetti improvvisati.
Un ringraziamento a tutti i tecnici e dirigenti delle 2 società sportive sopraccitate per la collaborazione prestata nel seguire con occhio discreto i mini-incontri e la loro rotazione ed in particolare un grazie ed un plauso a chi ha assistito alla “prova” dei bambini e un grazie anche al nostro “mago dei cinesini” Guido per la tracciatura dei campetti.
Quest’evento era in cantiere già da qualche tempo ed abbiamo voluto fare la prova “su strada”.
Naturalmente siamo molto soddisfatti del risultato anche se ci rendiamo conto che ancora il tutto potrà e dovrà essere migliorato, elaborato ed allargato a qualche altra società con la medesima “sensibilità”.
ARRIVEDERCI ALLA PROSSIMA VOLTA!!
di Pino Romeo – Coordinatore T. Scuola Calcio FBC Borghetto 1968
IL RUOLO DELLO PSICOLOGO NELLA SCUOLA DI CALCIO.
Realizzare una rete informativa-formativa significa, sia per i genitori che per i figli, facilitare l'individuazione di percorsi idonei alla crescita psicofisica dell'individuo. Chi è chiamato in causa (insegnanti, istruttori, pediatri, psicologi) ha perciò il delicato compito di intervenire in modo consapevole assumendosi la completa responsabilità del proprio ruolo. Diventa perciò importante per chi lavora a vario titolo con i bambini, con i giovani e con le loro famiglie, migliorare continuamente la propria formazione tecnica, didattica, psicologica e relazionale.
Pertanto ogni azione deve avere l'obiettivo di tendere a facilitare e promuovere condizioni di benessere del giovane sostenendo al tempo stesso le funzioni educative della famiglia.
Uno psicologo che viene chiamato per uno o più incontri nella scuola calcio o nella società sportiva o per una consulenza più strutturata, deve porsi come primo obiettivo quello di comprendere correttamente il contesto in cui si trova ad operare, così da favorire il pieno sviluppo delle risorse umane messe a disposizione dalla società al giovane atleta. Ciò può avvenire se il professionista tiene conto di alcuni aspetti fondamentali nella relazione che va a realizzare nella scuola calcio o nella società sportiva.
La prima domanda da porsi è perciò: "Che tipo di formazione deve avere lo psicologo?"
Una risposta individuata è che egli sia competente nel facilitare le relazioni umane tra chi lavora nella società sportiva a vario titolo (ad esempio, dirigente, accompagnatore, istruttore, medico) e chi ne usufruisce (genitori, bambini, ragazzi) e nel favorire il collegamento con le strutture esterne al territorio (A.S.L., Parrocchie, Associazioni culturali), in particolare le scuole. Gli studi di Bateson ci hanno fornito un approccio alla psicologia sociale secondo cui questa è "lo studio delle reazioni degli individui alle reazioni di altri individui" aggiungendo che "occorre considerare non soltanto le reazioni di A al comportamento di B ma anche come queste reazioni influenzano il comportamento successivo di B e l'effetto che tale comportamento ha su A" (Bateson, G. "Verso un'ecologia della mente", Adelphi Milano, 1986).
A partire dagli studi di Bateson si è venuto sempre più delineando un approccio definito ecosistemico, per l'intervento sui problemi che coinvolgono gruppi sociali diversi tra loro, quali la famiglia, la scuola e altri ancora. L'approccio ecosistemico, sviluppato da oltre trenta anni nella pratica della terapia familiare e relazionale, si è rivelato adatto anche all'applicazione d'interventi di consulenza e supporto non volti solo all'intervento psicoterapeutico. Si parla oggi d'interventi sistemici in contesti non terapeutici. Il concetto chiave che caratterizza un intervento sistemico nell'organizzazione umana e che, oltre ai contenuti dell'intervento stesso, esiste un livello riguardante l'osservazione delle qualità delle relazioni che è di fondamentale importanza per il raggiungimento degli obiettivi di cambiamento. Riferendoci al nostro progetto ciò significa che ciascuno adulto, chiamato a svolgere un ruolo di educatore, deve sapere agire in modo corretto, tenendo sempre conto che ciò che osserva e ciò su cui interviene è in qualche misura il "prodotto" delle relazioni tra insegnante-alunno, insegnante-genitore, istruttore-allievo, istruttore-genitore, tra istruttore-istruttore ed in generale tra tutti i sistemi coinvolti. Risulta importante quindi avere come riferimento teorico quello della "pragmatica della comunicazione umana" (Watzlavick, P. Astrolabio Roma,1971) che consente all'operatore di considerare l'importanza di una lettura delle dinamiche delle relazionali, rispetto all'esperienza che sta affrontando. Dal punto di vista del linguaggio, per lo psicologo, non si tratta quindi di impartire nozioni teoriche, quanto piuttosto di trasferire concetti di base in modo semplice e fruibile, rendendosi disponibile a chiarire gli eventuali dubbi che potrebbero sorgere durante il lavoro. Lo psicologo deve perciò:
- sostenere i dirigenti nella gestione e organizzazione delle attività della società;
- aiutare a migliorare il rapporto e la collaborazione tra tecnici dello stesso staff, tra tecnico ed allievo/atleta, tra tecnico e genitori;
- migliorare la comunicazione e il passaggio dell'informazione per una corretta accoglienza dei bambini e dei genitori e una funzionale collaborazione con lo staff tecnico;
- aiutare i tecnici a muoversi e focalizzare le situazioni su cui lavorare;
- aumentare le capacità d'intervento sulle interazioni specifiche sapendo leggerle attraverso l'analisi del contesto e della circolarità della comunicazione per cogliere i significati dell'esperienza quotidiana.
Da un punto di vista dei contenuti possiamo riassumere il suo compito nei seguenti tre punti:
Ø Informare sull'età evolutiva e sulle dinamiche relazionali di gruppo;
Ø Sostenere l'importanza della valenza educativa e del divertimento;
Ø Sostenere l'importanza di dialogare con le famiglie e di fornire loro informazioni complete.
Informare sull'età evolutiva e sulle dinamiche relazionali di gruppo
Far conoscere nelle sue linee generali i percorsi della crescita del bambino, che passa da una dipendenza totale dalle modalità interattive della famiglia ad una progressiva necessità d'interazione nel sociale.
Questo comporta per l'istruttore conoscere alcune chiavi di lettura che permettano una più corretta interpretazione di alcuni comportamenti del proprio allievo.
Per il bambino, l'incontro con altre persone che non siano i suoi genitori, diviene tappa importante per la sua crescita. Ciò gli permette di conoscere altri modelli affettivi, sociali e culturali in grado di fargli acquisire differenti elementi di conoscenza, fondamentali per la sua crescita specie nel momento in cui è chiamato ad elaborare e riflettere scelte sempre più responsabili e significative per costruire un suo progetto di vita. È perciò indispensabile il riconoscimento dell'importanza delle dinamiche che si sviluppano nei gruppi e lo sviluppo cognitivo del bambino. L'istruttore che adotta una chiave di lettura circolare, in cui si evidenzia come i componenti di un particolare gruppo finiscono per influenzarsi reciprocamente, riesce a cogliere come sia determinante il lavoro su questa dimensione anche in relazione agli obiettivi didattici che s'intendono raggiungere.
Quindi il compito dello psicologo è quello di:
Ø supportare l'istruttore;
Ø creare un contesto collaborativo tra i componenti del gruppo;
Ø stimolare la coesione;
Ø sviluppare l'autonomia/differenziazione tra i componenti del gruppo.
Sostenere l'importanza della valenza educativa del gioco e del divertimento
Il termine gioco implica curiosità, sperimentazione, disponibilità al rischio, giochi della scoperta. Per gioco non intendiamo solo quello che ci diverte e ci permette di passare il tempo ma tutte quelle esperienze di gruppo che si svolgono con le più svariate modalità quali: esercizi strutturati, esperimenti di autoconfronto, giochi di simulazione, giochi dei ruoli e così via. Una definizione di gioco è perciò quella che un gioco è un intervento di un docente o di un allievo nella situazione del gruppo, che struttura per un tempo determinato l'attività dei partecipanti mediante specifiche regole del gioco, al fine di raggiungere una meta precisa di apprendimento (Vopel, 1991).
Col gioco si riescono ad isolare alcuni elementi che si verificano nella complessità di reali situazioni, per porli nel contesto "artificiale" di un ben definito schema di comportamento, limitato da chiare regole.
Con questa semplificazione, il gioco convoglia le energie dei partecipanti verso un punto focale e rende possibile la sperimentazione e la comprensione dei concetti ben più complessi e di connessioni complicate. Così il processo di apprendimento diventa più personale e produttivo per la possibilità di mettere in gioco le proprie potenzialità intellettuali e creative e le attitudini comunicative e sociali. In questo modo s'impiega l'energia psicologica del gioco per il processo d'apprendimento programmato. I giochi permettono agli allievi di migliorare la loro socializzazione e lo sviluppo della loro personalità, e danno loro la possibilità di esaminare, sviluppare ulteriormente ed integrare la capacità di comprensione ed abilità che già posseggono. Una delle ragioni del successo del gioco è la sua capacità di motivare i partecipanti e di incuriosirsi riducendo il grande ostacolo che si annida in ogni gruppo: la noia e l'apatia. Il vantaggio dei giochi sta nella loro adattabilità a molte situazioni di gruppo e a molti ambiti di temi e problemi. In pratica quasi tutte le possibili situazioni possono essere allenate e sperimentate oppure sviluppate e raffinate mediante il gioco (Susanna Cielo; Luciano Viana; Urbino, Settembre 1994).
In pratica lo psicologo deve sostenere l'istruttore in quelle tappe che è opportuno seguire per attivare un gioco di gruppo:
- analisi della situazione di gruppo;
- introduzione del gioco;
- sperimentazione ;
- valutazione approfondimento.
Tutto questo permette di:
- costruire e/o ricostruire la motivazione;
- stimolare le capacità cognitive.
- acquisire una maggiore conoscenza di sé e degli altri;
- giungere ad una migliore comprensione delle informazioni provenienti dalle dinamiche di gruppo;
- acquisire una maggiore sensibilità ai sentimenti del giovane atleta;
- stabilire il proprio comportamento non su una idea preconcetta, ma in funzione della realtà osservata;
- acquisire la capacità di attivare le risorse individuali di ogni membro del gruppo.
Sostenere l'importanza di dialogare con le famiglie e di fornire loro informazioni complete
Una comunità educante capace di dialogare, rappresenta un punto di riferimento indispensabile in grado di facilitare il giovane nel suo processo di crescita, al contrario, un conflitto tra sistemi (scuola calcio-famiglia, istruttore-famiglia, istruttore-allievo etc.) può generare soltanto confusione e difficoltà.
Per ottenere quanto detto bisogna facilitare il rapporto tra chi trasmette informazioni e chi le riceve, come ad esempio tra genitori-istruttore, istruttore-allievo, e diventa perciò indispensabile essere consapevoli che la comunicazione influenza il comportamento di chi comunica, favorendo così l'organizzazione delle azioni successive, delle quali i ragazzi dovrebbero beneficiare.
Una rete informativa-formativa, tesa a facilitare e promuovere condizioni per il benessere della persona fa si che ogni sistema che ne faccia parte, pur rimanendo autonomo nel proprio specifico campo di intervento, deve necessariamente condividere gli obiettivi e le finalità delle altre comunità. Lo scopo è quello di sostenere la funzione educativa della famiglia e lo sviluppo psicofisico dei ragazzi, sapendo mettersi in un atteggiamento di ascolto e collaborazione.
Esse implicano una capacità di comunicazione e di osservazione empatica, di sapersi mettere in relazione. Diviene perciò importante un supporto permanente per gli istruttori, dirigenti, che sono chiamati ad agire con i ragazzi e le famiglie, in cui la figura dello psicologo può essere vista come una risorsa da mettere in gioco.
Lo psicologo quindi può aiutare a mettere in risalto la funzionalità e la produttività del sapere osservare le regole che si presentano in una comunicazione tra due e più individui, e la qualità del rapporto che si instaura tra le persone in un contesto di apprendimento.
Una corretta informazione è quindi alla base di una sempre maggiore efficacia dell'azione proposta. Far conoscere alle famiglie cosa realmente offre una scuola calcio, significa predisporre le migliori condizioni per avviare un vero gioco di squadra tra gli adulti nell'interesse del minore e quindi in prospettiva dell'intera comunità.
Promuovere le occasioni di incontro e confronto tra scuola calcio o società sportiva e famiglia richiede una sensibilità e una modalità su cui lo psicologo può intervenire come facilitatore della comunicazione affiancandosi nel compito ai dirigenti e/o agli istruttori.
Lo psicologo deve quindi stimolare prima di tutto una discussione sulla filosofia che accompagna tutti coloro che operano nell'attività di base, per produrre un linguaggio e una teoria condivisa da trasmettere a chi opera per attuare una corretta applicazione dei programmi.
Ancora oggi infatti è attuale la domanda su cos'è una scuola calcio o una società sportiva, se esse rappresentano un servizio per il tempo libero da offrire alle famiglie ed ai giovani, un laboratorio per scoprire nuovi talenti o una agenzia educativa in rete con la famiglia e la scuola.
Definire quale bisogno deve appagare tale servizio definisce il contesto in cui un dirigente, un tecnico viene chiamato ad operare con il giovane atleta ed il genitore per stipulare un contratto, inteso come conoscenza chiara delle finalità e degli obiettivi che dovrà perseguire, facilitando il suo lavoro.
A questo punto devono emergere con chiarezza le finalità educative che rappresentano la parte predominante della proposta delle scuole calcio o di una società sportiva.
Pertanto l'attività sportiva diviene uno strumento attraverso il quale viene offerta al giovane atleta un'occasione di apprendimento in un contesto di divertimento in cui sia assente l'esaltazione della dimensione agonistica in virtù di una presunta, quanto errata, ricerca precoce del campione.
In chiusura si propone uno schema riassuntivo dello stimolo che uno psicologo deve fornire all'interno dei compiti di una scuola calcio o società sportiva attraverso le seguenti domande:
Cosa devono avere un dirigente ed un allenatore nella sua borsa di lavoro?
- - Una teoria di riferimento, studio + esperienza, per programmare, attuare, ridefinire il proprio lavoro
Cosa deve sapere un allenatore? (analisi del contesto)
- - Conoscere le regole della comunicazione che si instaurano nella relazione tra individui;
- - Conoscere le fasi del ciclo vitale dell'individuo sia sul versante relazionale che cognitivo.
Cosa deve fare un allenatore? (sapere ipotizzare soluzioni)
- - Saper "accogliere" i propri allievi/atleti e i loro genitori;
- - Saper trasmettere le proprie informazioni agli allievi passando dalla complessità della teoria alla semplicità del gioco;
- - Saper usare un contesto d'apprendimento in cui gli allievi/atleti possano imparare, acquisire e sviluppare le proprie risorse individuali, in un clima accettante e non giudicante.
Per concludere abbiamo individuato due tipologie di psicologi a cui fare riferimento: Senior e Junior, ed un programma per condividere strategie e metodi comuni d'intervento.
Per i Senior (psicologi con più di 10 anni di laurea) è previsto un corso di adeguamento mirato, per gli Junior (psicologi con meno di 10 anni di laurea) invece un vero e proprio corso di formazione.
L'organizzazione prevede inoltre giornate di coordinamento e di discussione e monitoraggio tra psicologi dei comitati regionali e provinciali in cui vengono fornite linee-guida per costituire a livello regionale corsi di formazione per psicologi Senior e Junior come sopra riportato.
Walter Bernucci - Psicologia dello sport – Collaboratore F.I.G.C. corsi allenatori.
Gli allenatori, di fronte alle novità introdotte dalla F.I.G.C. per il Settore Giovanile, che prevedono modelli regolamentari più adatti ai giovani calciatori, possono decidere di assumere due comportamenti tra di loro contrapposti: quello di allenatore vincente oppure quello di un allenatore formatore.
ALLENATORE VINCENTE
- esaspera l'allenamento fisico/atletico
- accentua l'allenamento tattico strategico
- trascura la costruzione delle abilità tecniche per mancanza di tempo e rendimento immediato
- specializza precocemente i ragazzi nel ruolo
- utilizza la formazione tipo (fa giocare i più forti)
- imita i modelli di prestazione degli adulti e li adatta ai giovani
- insegna le malizie di gioco
- richiede sempre massime prestazioni (bambino-super)
- usa metodi addestrativi
- colpevolizza in caso di sconfitta
ALLENATORE FORMATORE
- adegua l'allenamento fisico/atletico all'età dei propri atleti
- favorisce occasioni di gioco (strutturate, semi strutturate, libere)
- educa le capacità tattiche e strategiche
- ottimizza i programmi di insegnamento/apprendimento della tecnica calcistica
- dedica tempo per costruire le abilità tecniche
- adotta l'intercambiabilità nel ruolo
- utilizza la formazione aperta al turn over
- sceglie modelli di prestazione adatti all'età
- promuove i valori sportivi
- richiede la massima partecipazione compatibilmente con gli altri impegni
- usa metodi induttivi che prevedono la partecipazione dei ragazzi
- scinde l'esito della prestazione collettiva dalle prestazioni individuali
Tratto da: Le modalità di gioco nelle categorie di base.- F.I.G.C. - Settore Giovanile e Scolastico
NOI GIOCHIAMO.
Voce del verbo giocare, presente indicativo, prima persona plurale.
Una cronaca.
La finale di calcetto della scuola si gioca alle ore 14.30: I A contro I B. Portare le magliette, altrimenti il Prof. si arrabbia. Usciamo tutti insieme, appena suona la campanella, mangiamo un panino e poi via, in palestra. Non dobbiamo arrivare in ritardo, altrimenti come facciamo a provare gli schemi? Il Prof. vuole che si giochi tutti (lo dice anche il regolamento del Torneo “Calcio a 5” della Scuola: 8 il numero minimo di giocatori per squadra, cambi ogni 5 minuti) perciò organizziamoci prima, così non perdiamo tempo. Alle due e mezza le squadre sono in campo: maglie bianche della nazionale sudafricana per la prima A, casacche blu per la prima B. Alle regole della Federazione vengono aggiunte alcune “varianti”, conosciute ed accettate dai partecipanti: non si entra con troppa foga, non si discute con l’arbitro (fallo è quando l’arbitro fischia - dice quel tale...), ogni infrazione grave viene comunque sanzionata con un tiro franco.
Sciolti e rilassati perché 1°: non ci si gioca la merenda; 2°: non dobbiamo dimostrare niente altro che tecnica e tattica calcistica.
I tempi durano 25 minuti ciascuno. In caso di parità si calceranno i rigori (chi li tira? dobbiamo vincere prima, altrimenti sai che stress domani, se perdiamo). I Sudafricani mettono in campo una formazione “quadrata”, con un fior d’attaccante (ha provato per una squadra di “A”) dai piedi buoni, i Blu non dispongono di molti giocatori già tesserati, ma la voglia è tanta, possono vincere! I Bianchi hanno il portiere titolare infortunato - frattura allo scafoide - così faranno giocare la prima riserva (sì, però lui non lo sapeva!), alternandosi in porta con cambi dopo ogni gol subito. Alla fine del primo tempo la situazione è fluida, non si è notata una marcata superiorità di una squadra sull’altra, il risultato vede prevalere i Blu per un gol di differenza, anche se Lino si è mangiato due o tre occasioni. Dall’altra parte c’è un po’ di maretta: le solite discussioni che nascono quando si perde - dovevi marcarlo tu..., passa prima... - infine prevale il buon senso, grazie all’intervento dell’insegnante che rammenta le normali impostazioni tattiche da adottare, ricordando a tutti che per la premiazione interverrà anche il Dirigente Scolastico, quindi buoni e bravi, perché il Capo può arrivare da un momento all’altro.
Il risultato cambia spesso, Blu e Bianchi si alternano in vantaggio fino a 2 minuti dalla fine, quando l’arbitro (l’insegnante) decreta una punizione diretta a favore dei Bianchi. La barriera dei Blu si dispone a distanza regolamentare, coprendo il palo alla destra, secondo le precise disposizioni del portiere. Sulla palla, pronti a calciare dopo il fischio del Prof., ci sono Lele (capocannoniere del Torneo), Gibba e il Nanetto. Se i Bianchi segnano hanno vinto, impossibile che i Blu rimontino in poco tempo i due gol di svantaggio. Lele inizia la rincorsa, è quasi sulla palla quando si sposta per permettere a Gibba di calciare: punta piena, la palla parte come un proiettile verso la porta passando sotto i piedi dei giocatori in barriera. Il portiere non si muove mentre la sfera entra in rete. La partita è finita: vincono i Bianchi, la coppa è loro.
La storia è vera, cambiano solo i nomi per la dovuta tutela della privacy dei ragazzi, alunni di una scuola come tante di una città come tante. Gibba, il goleador, è un allievo svantaggiato, nella sua vita scolastica viene seguito da un insegnante di sostegno: terminerà gli studi portandosi appresso questa (e altre) belle esperienze. Saranno esperienze di non escluso, di non emarginato, di componente di un gruppo, di una squadra. Vivere e condividere con i compagni le emozioni del gioco, divertirsi con loro, ascoltarli ed essere ascoltato, essere parte, fare parte, grazie a un ruolo condiviso e accettato senza remore da lui come dai compagni.
Il suo successo, la sua bravura, si sono rivelati quando ha iniziato a provare a provare (non è un gioco di parole) per il piacere di farlo, invece di stare a guardare seduto in disparte. Lui e i suoi compagni non conosceranno il palcoscenico della serie “A”, ma sicuramente possono giocare, tutte le volte che ne hanno piacere, in palestra, al campetto, in piazza, INSIEME.
Marco Basilio, laureato in Scienze motorie, è docente presso un Istituto superiore di Vercelli. È docente territoriale I.E.I. - Scuola dello Sport del CONI.
Attualmente segue anche una squadra di atleti della F.I.S.D. (Federazione Italiana Sport Disabili) - S.O.I., settore bocce.
Mercoledi 15 alle ore 17.30 avrà luogo sul campo Oliva l'accentramento riservato alla categoria Pulcini 98/97/96 denominato "Street soccer insieme", al quale parteciperanno tutti i pulcini dell'FBC Borghetto e della società sportiva Cisano 2000, si organizzeranno sul campo a 11 tanti mini campi per far divertire e crescere i nostri ragazzi attraverso i giochi 3>3 o 4>4. Prevediamo che saranno presenti sul campo circa una settantina di bambini !!
Martedì 14 c.m. alle ore 20.30, presso la segreteria del campo Oliva, avrà inizio la serie di incontri riservata agli allenatori, con il tema per la prima serata "La situazione di gioco semplice". Ci tengo a ribadire che gli incontri tecnici sono molto importanti per poter dare ai ragazzi una formazione calcistica che sia comune a tutta la nostra società sportiva, occasione inoltre per poter scambiare tra gli allenatori le loro esperienze. Cercate quindi di essere tutti presenti !!
APPRENDIMENTO DELLA TECNICA CALCISTICA DI BASE
Il gioco del calcio, nel nostro Paese, presenta una serie di problemi riconducibili ad una ragione fondamentale: non esiste una metodologia di lavoro codificata per l’insegnamento della tecnica applicata.Tecnica applicata che richiede una conoscenza approfondita di tutti i movimenti da effettuare con e senza palla, delle coordinazioni e delle esecuzioni in precise situazioni di gioco.
Inoltre l’insegnamento del gioco privilegia spesso la preparazione fisica rispetto alla preparazione tecnica individuale, questa trascuratezza degli aspetti tecnici ha come conseguenza un generale impoverimento del calcio nazionale, caratterizzato da un gioco sempre meno corale in quanto lasciato all’individualità dei singoli giocatori più predisposti, spesso stranieri. La mancanza, poi, di una precisa metodologia di tecnica applicata, fa sì che si considerino separate la tecnica di base e la tecnica applicata (la tattica individuale), ovvero l’insegnamento dei gesti tecnici (o fondamentali di base) e l’applicazione di questi in situazioni di gioco (il giusto gesto nel giusto momento). Mentre la tecnica di base risulta quindi oggetto di insegnamento, la tattica individuale è considerata una capacità propria del giocatore. Questa separazione porta ad intendere per tattica esclusivamente il modulo di gioco, ovvero l’assetto tattico deciso dall’allenatore. E’ invece possibile insegnare anche la tattica individuale che riguarda la scelta dei movimenti fondamentali che il giocatore esegue quando si trova da solo di fronte all’avversario o quando collabora con i compagni.
Nel numero 1 del “notiziario del Settore Tecnico” del 1995 era riportata un’intervista a Serrano, direttore della Scuola Allenatori spagnola, in cui sosteneva l’esistenza di: “un chiaro denominatore tra tutti i problemi del calcio”. Dopo una ricerca durata alcuni anni, è stato elaborato un metodo (metodo dei movimenti fondamentali) che dimostra come la guida, la trasmissione, la ricezione della palla si fondino su un chiaro comune denominatore a partire dal quale si sviluppa tutto il resto del gioco. Tale elemento unificante risolve il problema dell’apparente separazione tra preparazione fisica e tecnica, tecnica e tattica, gioco individuale e gioco collettivo, tattica individuale e tattica di squadra. Le quattro fasi del metodo Il metodo dei movimenti fondamentali si sviluppa in quattro fasi: 1. -la cura del gesto tecnico (rapporto piede-palla) 2. -la cura dei movimenti individuali in situazioni di gioco (rapporto uomo – palla - avversario) 3. -la cura dei movimenti di collaborazione ( rapporto uomo – palla - compagno/avversario) 4. -unificazione ed utilizzo di quanto appreso nei precedenti punti per sviluppare gli schemi fondamentali di gioco Fase 1 Il gesto tecnico fondamentale di base è il tipo di coordinazione che porta ad eseguire un tiro, uno stop o una conduzione di palla. Per coordinazione si intende l’abilità di posizionare il piede portante e di colpire la palla col piede calciante. E’ importante insegnare al giocatore come posizionare il piede portante (per anticipare e determinare la traiettoria della palla in qualsiasi cambio di direzione) e l’esatto punto di impatto del piede calciante col pallone. Le esecuzioni di base sono: - -tiro/stop/conduzione di interno piede (o piatto) - -tiro/stop/conduzione di interno piede (interno collo) - tiro/stop/conduzione di esterno collo - tiro/stop/conduzione con la pianta del piede Fase 2 In presenza dell’avversario il giocatore è costretto ad effettuare cambi di direzione. Il metodo si propone l’insegnamento della tecnica applicata in movimento, ovvero la corretta applicazione dei movimenti fondamentali in qualsiasi situazione di gioco e che si dividono in movimenti fondamentali individuali e in movimenti fondamentali per la collaborazione con in compagni di squadra. Per movimento fondamentale individuale si intende il movimento complessivo formato da un movimento preliminare (soluzione tattica) e da un fondamentale di base (soluzione tecnica) eseguito per eludere l’avversario. I movimenti fondamentali individuali sono: - l’avanti-indietro - l’andare a destra - l’andare a sinistra - il tutto a destra-tutto a sinistra - il tirare indietro Questi movimenti sono eseguibili con diverse varianti a seconda del fondamentale di base utilizzato per eseguire i cambi di direzione .La presenza dei cambi di direzione introduce due elementi di novità: 1. da un lato risulta evidente come, grazie all’insegnamento dei movimenti fondamentali individuali la tattica e la tecnica siano inscindibili.. La capacità decisionale del singolo calciatore, nella specifica situazione di gioco, riguarda contemporaneamente la scelta sul cambio di direzione e la scelta del fondamentale di base per l’esecuzione del movimento; 2. poiché la rapidità del gesto tecnico è determinata dalla velocità di esecuzione del cambio di direzione, la preparazione fisica risulta importante in quanto è funzionale al miglioramento della capacità tecnica Fase 3 A questo punto il giocatore conosce a fondo la tecnica di base applicata in movimento ed è quindi in grado di fronteggiare individualmente qualsiasi situazione di gioco in presenza di avversari. Il rapporto uomo – palla - compagni-avversari si sviluppa attraverso i movimenti fondamentali per la collaborazione. Questi rappresentano i movimenti di base per imparare a collaborare con i compagni in maniera attiva. Inoltre determinano situazioni di arrivo e di partenza della palla (ricezione-passaggio) favorendo una ragionata dinamica per lo marcamento senza la palla che crea lo spazio libero. I movimenti hanno precise regole codificate per lo marcamento, la trasmissione e la ricezione della palla, elementi questi importantissimi per lo sviluppo di ogni tipo di geometrie (schemi fondamentali). I movimenti fondamentali sono: - la corsa parallela - l’incrocio - la treccia - la sovrapposizione - l’uno-due Fase 4 Gli schemi fondamentali sono quegli schemi di base che riproducono le diverse situazioni di gioco. Si tratta delle figure geometriche ideali per la corrette realizzazione dei movimenti fondamentali individuali e di collaborazione. Il metodo propone delle “strade” che i giocatori devono abituarsi a seguire per essere pronti nelle diverse situazioni di gioco. Gli schemi fondamentali sono un concreto strumento per abituare i giocatori a costruire, in lunghezza e larghezza, il gioco sulla totalità del campo. Una volta assimilati questi movimenti il calciatore è in grado di adattarsi ed interpretare al meglio qualsiasi modulo di gioco. Gli schemi fondamentali sono: - il quadrato - il triangolo - il cerchio (o schema libero) Conclusioni I fondamentali di base, i movimenti fondamentali individuali e di collaborazione e gli schemi fondamentali sono inscindibili dato lo stretto nesso esistente tra il gioco statico ed il gioco dinamico, il gioco individuale ed il gioco collettivo, tra i movimenti e gli schemi di gioco. Questo, da un lato, riconduce il gioco del calcio ad un comune denominatore che lega il singolo gesto all’azione collettiva, dall’altro evidenzia un’evidente modularità. Infatti, non solo è possibile codificare i singoli movimenti fondamentali, ma è possibile scinderli e combinarli con altri, arrivando così alla composizione del gioco sulla totalità del campo. L’applicazione pratica del metodo ha confermato quanto fin qui descritto ed il risultato più evidente è che tutti i giovani calciatori, anche quelli meno predisposti, hanno mostrato evidenti miglioramenti. Anche i più piccoli imparano a fare movimenti chiari e precisi e, con la tecnica correttamente eseguita, sono in grado di produrre un gioco di qualità utilizzando entrambi i piedi. Il metodo risulta utile anche a livello professionistico in quanto è in grado di perfezionare e specializzare qualsiasi aspetto del gioco;le predisposizioni naturali dei giocatori devono essere “educate” e valorizzate attraverso un costante allenamento della tecnica di base che, se applicata correttamente, determinerà la realizzazione di un gesto tecnico più economico in qualsiasi situazione di gioco.
di Roberto Scandroglio*
*Allenatore di base – Referente tecnico regionale delle Scuole Calcio AC Parma
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