Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
I PICCOLI AMICI (6/7 ANNI) e i PULCINI (8/10 ANNI)
Autore: Giuliano Rusca – Allenatore Pulcini F.C. Internazionale
Conosciamo i bambini con i quali operiamo o meglio GIOCHIAMO?
Il bambino che si presenta al campo da calcio è tutto da scoprire. Le diverse condizioni familiari, i diversi valori a cui si è ispirata la famiglia per educarlo fanno si che il bambino che si presenta al campo abbia qualità e potenzialità estremamente eterogenee. Determinante è la motivazione che spinge al campo da calcio il bambino. C’è chi si presenta e vive la scuola calcio come un’imposizione, c’è chi si aspetta cose eccezionali e il più delle volte chi arriva impreparato nel senso che non conosce a cosa va incontro. L’istruttore si trova di fronte ad una realtà che deve conoscere per poter impostare il suo lavoro per soddisfare le molteplici motivazioni. Il primo problema che l’istruttore deve affrontare è quello della dipendenza che il bambino a sei anni ha dall’adulto. Questo aspetto si manifesta anche con il desiderio di gratificazione da parte dell’adulto. Tutti gli istruttori conoscono la continua ripetizione delle domande tipo: Mister ho fatto bene? Mister sono stato bravo? Questa situazione l’istruttore deve farla evolvere altrimenti corre il rischio di vedere i bambini fare non tanto per capire e imparare, ma solo per sentirsi gratificati dall’istruttore stesso. Inizialmente l’istruttore dovrà dare la sicurezza che il bambino richiede, ma successivamente dovrà indirizzare la sua azione in modo che il bambino stesso raggiunga un buon grado di autonomia. La seconda difficoltà è quella dell’egocentrismo che i bambini presentano a questa età. L’azione dell’istruttore dovrà favorire un processo di socializzazione graduale e progressivo in modo da rendere il bambino un essere partecipe alla vita del gruppo squadra. L’istruttore nella relazione con il bambino dovrà rendersi conto che a questa età vi è una certa fragilità psicologica e quindi dovrà costruire un ambiente distensivo e rassicurante. Il bambino a sei anni è in possesso di una buona capacità attentava soprattutto se l’attività che sta svolgendo lo interessa e lo gratifica. L’infante non è molto interessato a ragionamenti e spiegazioni astratte, questo concetto avvalora la proposta didattica del mettere in situazione concrete il bambino. partire da situazioni concrete significa favorire il passaggio da una visone globale delle cose alla capacità di differenziare e analizzare.
Per quanto riguarda l’aspetto morfologico il bambino è in periodo di proceritas, ossia di aumento staturale. L’aumento di statura, a vantaggio soprattutto degli arti, fa si che il bambino si presenti dimagrito con scarsa muscolatura, con tono muscolare e posturale molto basso, con lassità legamentosa e articolare, con il torace cilindrico e quasi privo di muscolatura. Le ossa sono molto plastiche e quindi il bimbo è in grado di assorbire senza troppi danni e urti e pressioni. La scarsa conoscenza del proprio corpo, la difficoltà di orientamento e di organizzazione spazio-temporale fanno risultare il movimento del bambino poco armonico e coordinato. Il movimento è poco economico poiché non può ancora utilizzare a pieno la capacità senso-motoria cioè la capacità di controllare e guidare il movimento con le percezioni sensoriali e cinestesiche. Un’altra difficoltà è quella di trovare il giusto ritmo nello svolgimento dell’attività motoria in relazione al lavoro da svolgere.
Verso gli otto/dieci anni il bambino vive quella che viene definita l’età doro della motricità. In questo periodo si manifesta una pausa nel processo evolutivo e il bambino diventa padrone del suo corpo e delle sue facoltà intellettive. Sembra quasi che il bambino si prenda un momento di pausa per essere in grado successivamente di affrontare nel miglior modo possibile l’agitato periodo della pubertà. La presa di coscienza di sé, e la conoscenza degli altri danno al bambino un buon grado di socializzazione che si manifesta con l’accettazione delle regole del gruppo e con un elevato senso di giustizia. La consapevolezza delle proprie possibilità, la capacità di finalizzare le attività, la buona capacità attentava, unite al desiderio di fare e di giocare e ad una sempre presente disponibilità per le forme competitive fanno si che il bambino sia disponibile ad apprendere, ad utilizzare senza risparmio tutte le qualità e le energie di cui dispone. Compito dell’istruttore sarà quello di non sciupare un periodo così favorevole per l’apprendimento di abilità motorie. Il bambino infatti a questa età sarà più resistente e quindi si potrà applicare più a lungo ad attività che lo interessano. Sarà più coordinato e avrà una buona precisione nel movimento, e le sue capacità sensomotorie gli permetteranno di affinare le sue risposte alle situazioni motorie proposte. È comunque importante ai fini della migliore comprensione dell’argomento sottolineare quali siano le età sensibili per le capacità psicomotorie e cognitive nelle fasce d’età che va dai 6 agli 11 anni
Fonte: http://imieiarticoli.blogspot.com/
Salve a tutti, vi siete mai domandati che cosa significa Mister. E come viene interpretato dai ragazzi? Mister, viene tradotto comunemente in italiano con il termine Signore. Già da questo di capisce che presuppone una gerarchia, sembra quasi sottintendere una forma di rispetto dovuta per chi ci sta insegnando qualcosa, come giocare a Calcio. Rispetto! E’ necessario nel rapporto con i ragazzi? Naturalmente! Risponderà la maggior parte di voi. Facile, ma come lo conquistate? L’esperienza personale mi insegna che il rispetto: dei ragazzi; dei genitori; della società sportiva; degli avversari, spesso è qualcosa che viene solamente dall’autorità. Il sergente COMANDA e i soldati ESEGUONO; la maestra URLA e i bambini FANNO SILENZIO; il mister GRIDA e i ragazzi GIOCANO. Ma come, qualcuno grida per far giocare qualcun’altro, non è possibile! E infatti non è così. Gli allenatori urlano proprio perchè vogliono far eseguire degli ordini ai propri ragazzi oppure farli stare in silenzio. Se i ragazzi hanno rispetto di voi e della vostra figura, basterà chiedere e il 90% di loro inizierà a lavorare. Se c’è rispetto nel gruppo, non ci sarà bisogno né di comandare né di urlare per raggiungere l’obiettivo. Dobbiamo ora capire come ottenere rispetto senza incutere timore. Sia chiaro io non voglio insegnare niente a nessuno, ma negli anni in cui ho educato, mi sono accorto che grazie a degli accorgimenti è stato sempre più facile allenare. La fascia di età che ho allenato è stata quella dai 6 ai 12 anni, ed è per questa fascia che posso raccomandare l’articolo. Il primo requisito, è la PREPARAZIONE TECNICA DELL’ALLENATORE. Ogni allenatore deve conoscere perfettamente ogni aspetto del mondo del calcio se lo vuole insegnare ai suoi ragazzi. I bambini sono ingenui, non stupidi. Prendiamo due amici, uno riesce a crossare, l’altro ha delle difficoltà. Un allenatore preparato sa che esiste un modo per migliorare il gesto, e il ragazzo in difficoltà sarà portato ad apprendere, per riuscire come il suo migliore amico. Ma se l’allenatore non sa spiegargli come mettere la caviglia, il cross non migliorerà mai e quel ragazzo si chiederà chi glielo potrà insegnare se non il suo allenatore. Questo provocherà un calo di stima nei nostri confronti. Conoscere la PSICOLOGIA DEI RAGAZZI da allenare. Non bisogna essere laureati in sociologia infantile per capire che un bambino fino a 8 anni è egocentrico. Mancando queste conoscenze può capitare di arrabbiarsi con i bambini visto che invece di fare gli uno-due, fanno il dribbling. Questo clima teso non è l’ideale per lavorare. Dimostrare che i consigli che elargiamo sono veri e li aiutano a migliorare. Devono pendere dalle vostre labbra, e questo succederà solo se li convincerete che gli esercizi hanno un fine e non sono solamente lavori a sé stanti. Ricordate che i ragazzi di questa età non hanno la capacità di astrazione per cui ogni spiegazione deve avvalersi di dimostrazioni pratiche. Di certo in questo modo potrò ottenere un’attenzione maggiore che se gli dico fai questo perchè lo dico io. Un metro di insegnamento costante in tutta la stagione. Nel momento in cui mollate voi, li avete già persi. Vi ringrazio per il tempo dedicato a questo articolo, aspetto critiche e consigli su questo argomento! Grazie!
Autore : Lorenzo Boscaro – Istruttore Scuole Calcio
CI SI ALLENA PER VINCERE?
Nel calcio la vittoria è il simbolo del successo.
Si lavora sodo durante la settimana per conquistare i tre punti negli incontri di campionato. E' sempre gratificante quando l'impegno e la fatica vengono premiati da un risultato positivo.
Anche nelle categorie Piccoli Amici e Pulcini ci si allena per vincere.
L'errore però è credere che per i "baby calciatori", a differenza dei loro colleghi più grandi, vincere significhi realizzare un gol in più degli avversari. Alla loro età il risultato puramente numerico di una gara non è importante (tanto è vero che alcune Federazioni Regionali non stilano nemmeno la classifica per questi tornei).
Tuttavia nessun allenatore deve "insegnare a perdere". E' importante invece che gli istruttori dei giovani calciatori modifichino il concetto di vittoria e ne facciano partecipi i loro piccoli atleti.
Un bambino di 7 o 8 anni che affronta un incontro "vince" quando esegue un tiro in maniera coordinata, quando calcia un corner al centro dell'area, quando dribbla un avversario, quando partita dopo partita si rende conto che i suoi fondamentali stanno migliorando.
La bravura del mister sta nel far notare i progressi tecnici e comportamentali a tutti gli atleti della propria formazione. Per verificare la tesi appena esposta basta che al termine di una gara, anche persa malamente, un tecnico chieda ai suoi ragazzi di ricordare un momento particolare dell'incontro.
Si accorgerà che ognuno di loro ha ben scolpito nella mente un episodio entusiasmante in cui è stato protagonista, magari quando ha aiutato un avversario a rialzarsi dopo un aver commesso fallo su di lui.
GIOCARE É UNA COSA SERIA
di prof. Maurizio Mondoni – Dottore in Scienze Motorie – Allenatore Nazionale FIP
PREMESSA
Nell'articolo 31 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia, approvata dall'Assemblea delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, si riconosce ai bambini e alle bambine "il diritto al riposo e allo svago, a dedicarsi al gioco e alle attività ricreative proprie della loro età e a partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica".
Tutto ciò è molto chiaro, ma spesso non è semplice arrivare al riconoscimento del diritto al gioco del bambino.
Nel nostro mondo vi sono miliardi di bambini ai quali non è assicurato nemmeno il diritto alla sopravvivenza fisica, figuriamoci se possiamo parlare di diritto al gioco!
Eppure il gioco non è un "optional" nella nostra esistenza.
Da più di un secolo, non si contano le raccomandazioni in proposito, di psicologi e pedagogisti, ma da sempre, ovunque vi fosse un bambino o una bambina, la natura giocosa dell'infanzia (un vero e proprio bisogno), è stata davanti agli occhi degli adulti.
I bambini quando giocano, giocano seriamente.
IL GIOCO É IL LAVORO DEL BAMBINO.
Il bambino "afferra il mondo" che lo circonda, toccando, muovendo, prendendo, manipolando gli oggetti.
Attraverso l'accomodazione e l'assimilazione (adattamento del bambino all'ambiente e dell'ambiente al bambino), la locomozione (movimento del proprio corpo nello spazio e nel tempo, con o senza attrezzi od oggetti), vengono acquisite esperienze sociali e materiali che determinano enormi progressi nello sviluppo.
Il gioco ha un grande "ruolo" nella vita e nel campo delle esperienze del bambino.
Il gioco vive in modo determinante sugli schemi motori acquisiti (abilità motorie semplici e complesse).
SI APPRENDE MAGGIORMENTE GIOCANDO.
Le caratteristiche del gioco sono:
- la gratuità
- la delimitazione nello spazio e nel tempo
- il piacere della tensione.
Il gioco è importante per:
- la stabilizzazione dei movimenti e dei gesti
- la variazione dei movimenti (adattati allo spazio, al tempo, al ritmo e alle differenti situazioni).
TUTTO CIÒ FAVORISCE LA CREATIVITÀ.
La creatività è una capacità inventiva (capacità di risolvere le situazioni-problema che vengono di volta in volta presentate) che permette di riorganizzare le abilità apprese e di arrivare a forme nuove di comportamento o di movimento.
Il bambino giocando da solo, con gli altri, con oggetti o con attrezzi, si "munisce" di un bagaglio cognitivo, intellettivo, mentale, motorio, emotivo, che sarà la base su cui costruire successivamente abilità motorie complesse.
Nel gioco deve essere permesso a tutti i bambini di avere delle idee, di provare, di capire e di commettere degli errori.
IL BAMBINO NON É UN PICCOLO UOMO, É UN BAMBINO!
Il gioco per il bambino è una attività seria, di cui non può fare a meno per vivere bene e crescere meglio.
Togliete il gioco al bambino e lo avrete ferito in profondità, privandolo di una esperienza necessaria per la crescita.
I bambini possiedono una grande capacità, riescono a trasformare in gioco tutto ciò con cui entrano in contatto.
I bambini vanno incontro al mondo giocando, corteggiandolo, cercando di riportare alla loro portata e alla loro dimensione, tutto ciò che appare loro poco comprensibile o tollerabile.
Senza il gioco la realtà avrebbe un impatto durissimo, non mediato, insostenibile.
I bambini devono giocare allo sport, non praticare lo sport!
Due secoli fa, il poeta tedesco Shiller, definiva il ruolo fondamentale del gioco, non solo per i bambini, ma per gli esseri umani di ogni età: "L'uomo gioca solo quando è uomo nel significato più pieno del termine ed egli è interamente uomo solo quando gioca".
Un imperativo importante per gli Educatori, Istruttori, Allenatori: "Ridate al gioco un posto centrale nella formazione dei bambini, dei ragazzi, degli adolescenti!".
Fate vivere ai bambini un'infanzia che sia fertile di sogni, progetti, realizzazioni e che abbia tutta la ricchezza e la vitalità del gioco; solo così potranno vivere successivamente una fanciullezza ed una adolescenza viva e vera!
E' molto importante, quindi, fare in modo che tutte le Agenzie Educative che ruotano attorno al mondo del bambino (Famiglia, Scuola, Società Sportiva), avvicinino nel modo migliore e il più corretto possibile, i bambini/e, i ragazzi/e e gli adolescenti, all'educazione motoria, al gioco, al gioco-sport e allo sport.
Affinché ciò avvenga, i bambini/e, i ragazzi/e, hanno bisogno di avvicinarvisi con i tempi e i modi della loro età, prima giocando in allegria e poi, gradualmente, avviandoli alle regole, all'impegno fisico e psicologico, alla lealtà sportiva, alla competizione, al confronto (e non allo scontro).
Questi obiettivi saranno meno faticosi da raggiungere se hanno avuto origine dal gioco e non ne hanno perduto, con il passare del tempo, le caratteristiche originarie.
Il gioco, il gioco-sport e lo sport, se insegnati correttamente, hanno grandi potenzialità, anche, per aiutare quei bambini/e, ragazzi/e che provengono da esperienze familiari e sociali difficili.
Affinché tutto ciò avvenga, occorrono buoni Insegnanti e Scuole che formino Istruttori- Educatori ed Allenatori competenti, buoni conoscitori del mondo infantile e dotati di grande umanità.
Dobbiamo decidere, allora, una volta per tutte, quale delle due strade intraprendere:
- impegnare tutte le risorse per selezionare e "allevare" potenziali campioni;
- creare una larga base di bambini/e, ragazzi/e innamorati del gioco, del gioco-sport e dello sport.
La nostra scelta è per la seconda soluzione che, oltre a non impedire l'emergere di individualità particolarmente dotate, ha il pregio di non diffondere frustrazione e di creare una base di praticanti entusiasti, ancora capaci, come facevano da bambini, di giocare.
Fonte: http://www.anlism.it/ateneo/pillole