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Di Pino Romeo (del 28/04/2007 @ 13:00:00, in Pillole, linkato 329 volte)

L'ALLENATORE LEADER

“La gente vuol far parte di una squadra. Vuole far parte di qualcosa di più grande di loro stessi.” Coach K.

PREMESSA

Il ruolo degli allenatori, istruttori o maestri, è strategicamente molto importante in quanto occupa una posizione di snodo delle principali relazioni che si vengono a formare all’interno delle società sportive. Il potere del tecnico è molto alto a livello simbolico: “il potere di fare o non fare giocare, di aprire o chiudere le porte d’accesso al divertimento”.1

L’allenatore è il leader istituzionale della squadra sportiva; il suo ruolo è caratterizzato da funzioni e attività varie e complesse che richiedono competenze in campo tecnico, psicologico, e presuppongono un grande equilibrio emozionale. Egli all’interno della squadra è la figura – perno su cui si incentrano e intorno a cui ruotano tutte le attività della squadra e la vita sportiva dei singoli. La sua funzione principale è sicuramente quella di utilizzare al meglio le risorse in suo possesso e col tempo a disposizione portare gli atleti ai massimi livelli di prestazione.

In quanto guida della squadra deve darsi degli obiettivi generali2, il cui raggiungimento richiede da parte sua non solo doti tecniche, ma anche requisiti di personalità, quali intelligenza e capacità di stabilire rapporti sociali.

Stabiliti gli obiettivi, l’allenatore deve individuare gli strumenti adatti per raggiungerli.

Allenare significa assumere nello stesso momento le funzioni di educatore - formatore, di tecnico - organizzatore e di leader.

In quanto educatore quindi egli ha il compito di formare atleti maturi fisicamente e psicologicamente, il più possibile completi sul piano tecnico. Ad ogni allenamento sarà suo compito cercare di sviluppare e migliorare le abilità cognitive come percezione e memoria di selezione della risposta.

La sua funzione di “docente” è quindi la caratteristica più importante del ruolo che ricopre.
Per un allenatore è importante che gli atleti conoscano bene la tecnica, e poiché non può gareggiare al loro posto, egli ha il compito di preparare il singolo e la squadra a prendere proprie decisioni. Allenare, infatti, vuol dire incrementare l’indipendenza, portare gli atleti a pensare oltre che ad agire da soli.

Il modello ideale di giocatore è una persona capace di pensare, di fare delle scelte, non un giocatore imbottito di nozioni, costruito per essere telecomandato.

Fra i compiti chiave di un allenatore vi è quello di occuparsi della motivazione, una volta veniva chiamata passione, intesa come stimolo che muove e dirige il comportamento dei suoi atleti. Senza motivazioni non vi è partecipazione né tanto meno apprendimento.
Anche in campo sportivo si parla di motivazioni primarie e secondarie: le prime attengono principalmente alla sfera emotiva e sono il gioco e l’agonismo, mentre le seconde fanno riferimento alla sfera sociale e culturale, e comprendono i bisogni affiliativi, estetici e di successo.3

Le responsabilità di cui un allenatore si fa carico durante la gestione di una squadra sono molteplici.

Sarà suo compito sviluppare un senso di appartenenza, utilizzando il “noi” per far si che gli atleti si sentano una forza unica con lui, inoltre dovrà definire i ruoli e i compiti del singolo; è fondamentale infatti che ogni giocatore sappia come, e per grosse linee quanto sarà impiegato. È importante fargli avere una precisa identità tecnica all’interno della squadra che lo motivino all’allenamento e lo facciano identificare nel suo ruolo. L’allenatore non dovrà dimenticare di fissare obiettivi comuni e chiari, regole da rispettare, orari per esempio, fattori questi che favoriscono la coesione del gruppo e prevengono eventuali conflitti.

Un buon maestro di sport deve evitare inoltre punizioni eccessive che rischiano di far aumentare la paura di incorrere nell’errore.

LA LEADERSHIP

Il concetto di leadership è strettamente connesso all’influenza sociale, infatti nonostante quest’ultima sia un processo reciproco, appare più esatto dire che i leader influenzano gli altri membri del gruppo più di quanto essi possano essere influenzati. Nei gruppi non tutti i ruoli hanno lo stesso valore, quindi vi sono differenziazioni di status nella maggior parte dei casi.4 Turner afferma che il leader è colui che esercita maggiore influenza sul gruppo, mostrando più iniziativa, occupando una posizione più alta nella gerarchia e più centrale nella rete di comunicazione del gruppo.

Le definizioni di leadership che sono state date nel tempo sono numerose ma in sostanza è quel processo volto ad influenzare un individuo o un gruppo che mira al conseguimento di uno o più obiettivi in una determinata situazione. Sicuramente la differenza che va sottolineata è quella tra il leader democratico, pronto alla comunicazione anche sul piano personale con i membri del gruppo, e quello autocratico, che prende le decisioni autonomamente senza confrontarsi con alcuno. Mentre il primo è attento alle esigenze altrui il secondo s’interessa esclusivamente allo svolgimento del compito.

“Sono rari gli allenatori capaci di sollecitare i propri giocatori al punto di passare la vita agognando la loro approvazione”.5

Quando il leader è benvoluto dal gruppo, non viene messa in discussione la sua autorità e il compito è ben definito, egli non deve preoccuparsi del morale e può concentrarsi sul compito; quando invece non è ben accetto, dispone di poco potere e il compito è ambiguo, egli non è in grado di intervenire sul morale.

L’allenatore deve essere il centro di unità e coesione per il gruppo, colui che si assume il peso delle responsabilità, quindi spetta a lui il ruolo di leader, assieme a quello di educatore e tecnico. Egli deve rappresentare un modello, creare uno stato d’animo sereno, assumendosi il peso delle responsabilità. Per analizzare i rapporti interni fra allenatore e atleti è stato messo a punto un modello multi dimensionale per lo studio della leadership in ambito sportivo. Questo modello sottolinea come la prestazione e la soddisfazione della squadra siano strettamente connesse al comportamento del leader.6

Gli stili decisionali dell’allenatore possono variare da quello autocratico, dove le scelte vengono prese senza consultare nessuno, a quello delegante, in cui vengono delegati alcuni atleti per le decisioni, e ancora a quello consultivo o di gruppo dove le scelte vengono prese di comune accordo con gli atleti.Gli stili decisionali sono parte portante del comportamento infatti in base alle scelte prese per la squadra si instaurano determinati tipi di rapporti.

Gli allenatori considerano, il favorire l’affiatamento tra gli atleti, lo stabilire norme di comportamento e il sostenere la motivazione, caratteristiche comportamentali importanti per lo svolgimento del proprio lavoro. La sfera socio-affettiva quindi è ritenuta più importante rispetto all’aspetto strettamente tecnico, legato alle tattiche di gioco.

Le maggiori difficoltà che un istruttore si trova a dover affrontare sono problemi scolastici, di lavoro, famigliari e non ultimo la gestione di atleti convinti di non avere più bisogno di direttive. Un buon allenatore deve quindi disporre di qualità interpersonali superiori alla media, poiché se si trova in situazioni difficili da gestire, rischia, se non è in grado di automotivarsi, di incorrere nel fenomeno del Burn – out; quando infatti l’allenatore esaurisce le sue energie va incontro ad un crollo psicologico e motivazionale, non riuscendo più a far fronte alle onerose esigenze della sua attività. Definire quindi il comportamento ideale che deve avere un allenatore non è compito facile, sicuramente sarà importante da parte sua fare sentire tutti gli atleti importanti, senza esasperare la squadra ai fini della vittoria.

LA COMUNICAZIONE

La comunicazione tra un allenatore ed i suoi atleti riguarda un ambito relazionale di prima importanza, è in questo spazio che si colloca la contrattazione tra le due volontà: quella dell’atleta e quella del suo coach. In questo spazio si delinea il profilo di un rapporto che può andare dal totale affidamento alla pregiudiziale sfiducia.

Un allenatore quando comunica con un atleta, deve sempre ricordare che la sua parola, il suo atteggiamento devono influenzare non solo il gesto tecnico, ma tutto il comportamento, dalla fase di preparazione fino a quella agonistica o amatoriale che sia.

Comunicare bene significa insegnare meglio, che determina un maggior apprendimento, e migliorare la relazione, sia a livello individuale sia di gruppo; entrambi gli aspetti favoriscono una migliore prestazione.

Nessun allenatore è istituzionalmente allenato a comunicare bene. La comunicazione è un’abilità e così come le capacità motorie sono allenabili, lo è anche la comunicazione. Così come un giocatore lavora per migliorare la sua tecnica, anche un istruttore può apprendere stili comunicativi più funzionali nella trasmissione di informazioni ai giocatori. Allenando non si finisce mai di apprendere, in quasi tutti i casi il processo di apprendimento non è mai terminato, un allenatore va ad ascoltare un Clinic anche se sa che può apprendere un solo concetto nuovo. Può capitare di assistere a un Clinic o ad una seduta di allenamento di un collega, anche solo per decidere se si è d’accordo con ciò che viene proposto o meno.

Le diverse funzioni a cui deve assolvere un allenatore sono: il professionista (la professionalità riguarda le idee, i programmi, i progetti); l’insegnante (è la persona che aiuta il giocatore a parlare a livello sportivo); l’educatore (deve trasmettere lezioni di sport e di vita ai giocatori per formare la loro personalità); lo psicologo (deve capire i ragazzi e dare loro gli stimoli giusti per ogni situazione); il genitore (deve saper sostenere quando è necessario ed essere severo quando è indispensabile) e l’allenatore (deve saper integrare queste diverse funzioni).

Allenatori non si nasce, si diventa!

Molti si trovano a passare da un ruolo di atleta a quello di istruttore per diversi motivi, dove la voglia e la passione per lo sport magari sono le stesse, ma ciò che cambia è il modo di esprimerli.
Comunicare letteralmente significa far comune ad altri, ciò che è nostro, vuol dire trasmettere dei contenuti, condividere. Prima di comunicare è necessario pensare per sapere cosa si vuol comunicare.

Quindi le regole per giungere ad una comunicazione efficace, sono essenzialmente: il sapere “cosa” si comunica, a “chi” e “come” lo si fa. Questo vuol dire che prima di trasmettere degli insegnamenti di sport, è importante sapere che idea si ha di quello sport che viene preso in considerazione.

Quando un allenatore insegna una nuova tecnica o un nuovo schema non può prescindere dall’idea di gioco che ha, e di conseguenza la sua metodologia di insegnamento, e dalla sua idea di giocatore, ovvero quale tipo di uomo meglio si adatta alla sua filosofia di gioco.

Per una comunicazione efficace è quindi importante conoscere i valori di fondo e le idee che ogni allenatore ha e che tecnicamente si traducono su come funzionano le due identità allenatore-allievo e che determinano il tipo di relazione che si va ad instaurare.

I valori antropologici7 ci possono servire per capire quali sono i nostri valori di riferimento, come funzioniamo con gli altri, come sono fatte le persone con cui interagiamo. È importante che ogni allenatore abbia chiari i valori su cui costruisce la squadra, questa chiarezza gli darà sicuramente più stabilità. Per arrivare ad una comunicazione efficace è importante avere chiari i propri valori, la propria filosofia che permette di fissare e avere ben delineati gli obiettivi da perseguire. È importante, oltre a sapere il compito da svolgere, anche con “chi” si va a svolgerlo e “come”. Il chi richiama il concetto d’identità.

La comunicazione implica una relazione in cui due identità, nel caso specifico un istruttore e un allievo, si incontrano, interagiscono attraverso il linguaggio verbale e il linguaggio non verbale. Queste identità non sono in un rapporto statico ma dinamico, il che significa che si influenzano reciprocamente.

Essere consapevoli di “come” si esprimono i contenuti e le idee attraverso la comunicazione, non è meno importante del conoscere i valori che spingono verso gli obiettivi e del sapere con chi si interagisce. “Non si può non comunicare”, ogni comportamento, infatti, è comunicazione. È un messaggio la parola, il silenzio, il gesto e il contesto. Ogni volta che entriamo in relazione con qualcuno o qualcosa il nostro corpo reagisce (comunica), prestare attenzione alle nostre reazioni emotive e corporee, aiuta ad avere consapevolezza del modo di relazionarsi. Nessuno è perfettamente identico nelle diverse relazioni. Quando si incontra una persona nuova, già dal primo impatto si incomincia a provare qualcosa; è importante che prima di pensare e parlare si impari a sentire e guardare. Nella comunicazione si possono distinguere un aspetto di fondo, valori antropologici, e un aspetto tecnico, composto da comunicazione verbale e non verbale.

Per quanto riguarda il secondo aspetto nella comunicazione verbale è importante ciò che esprimiamo con le parole, quindi i concetti devono essere chiari, precisi e comprensibili; nella comunicazione non verbale è importante ciò che esprime il nostro corpo attraverso gli atteggiamenti, ossia le posture e le reazioni somatiche. C’è una forte correlazione tra comunicazione verbale, che riguarda più il livello razionale e la comunicazione non verbale, che invece è relativa al linguaggio emotivo e corporeo. Quest’ultimo si coglie in modo più immediato ed è spesso il messaggio più forte. Se la comunicazione non verbale non è consapevole, ci può essere un’incongruenza con il linguaggio verbale; si può contraddire il messaggio verbale con atteggiamenti non consoni, il messaggio verbale sarà inefficiente perché arriva in un clima confuso; si avrà in questo caso una distorsione della comunicazione.

Oltre a trasmettere contenuti, informazioni la comunicazione tende a definire la relazione esistente tra gli interlocutori. Il comunicare non è sufficiente, occorre comunicare bene. Vi sono infatti dialoghi inadeguati, caratterizzati da mancanza di ascolto e da tentativi di sopraffare l’altro. La consulenza nel concetto comune sembra essere la forma di dialogo più equa nel rapporto tra atleta ed allenatore. L’assistenza infatti ha già in Sé un carattere squilibrato, che inoltre potrebbe esprimere una certa sottomissione. Nell’intervento è possibile riconoscere un’azione di impronta militare, che guida gli atleti in maniera autoritaria, rischiando però di interrompere il dialogo amichevole. Si rivelano quindi, di grande utilità incontri di gruppo fra atleti con allenatore e coach, fra allenatore e dirigenti, fra atleti di uno stesso team con qualche problema di dialogo fra loro. Sono necessari a volte colloqui con il singolo per richiamare la sua attenzione ad un errore ricorrente.

Questo tipo di intervento viene fatto lontano dagli altri membri del gruppo, per evitare che nel giocatore nasca un senso di vergogna. Ci sono diversi modi di comunicare, si può distinguere una comunicazione empatica e una congruente. La prima avviene mettendosi nei panni della persona a cui ci si relaziona, considerando il suo stato emotivo e il suo punto di vista, la seconda, quella congruente, consiste nel comunicare quello che si sente e si prova.

L’importanza di percepirsi e percepire persone e non cose, permette all’allenatore di accorgersi che un’informazione o un comportamento tecnico non influenza solo l’area tecnico-motoria del giocatore, ma la sua intera personalità che appare nelle risposte emozionali, cognitive e corporee.

Avere contatto con il proprio se, aiuta l’allenatore ad apprendere come le risposte del giocatore provocano in lui reazioni e come lo influenzano: può essere arrabbiato o contento del comportamento del giocatore; può aver minore o maggiore disponibilità nell’entrare in rapporto, a seconda delle risposte e dei comportamenti dei giocatori (feedback).

La comunicazione consiste nella trasmissione di un determinato messaggio da una sorgente emittente ad un ricevente, pronto a recepirlo e ad elaborarlo.8

Durante la comunicazione è utile accorgersi di cosa sta succedendo nell’interlocutore e in se. Questo aspetto, viene definito comunicazione a doppio feedback: ogni messaggio viene continuamente verificato sulla base della reazione che produce su chi lo invia e sull’interlocutore. In questo tipo di comunicazione a doppio feedback si può distinguere il feedback che arriva dall’interno (intrapsichico), che riguarda la risonanza che il messaggio ha nell’emittente, e il feedback esterno (interpersonale) quando è legato alle reazioni che l’inviante “legge” sul ricevente.

Questo atteggiamento di auto ascolto e di auto percezione facilita la costruzione di una relazione funzionale.

La squadra rispecchia sempre il carattere e il tipo di persona che è l’allenatore. Il giocatore è frutto del modello dell’istruttore allenatore. Il vero insegnamento apprendimento deve essere fatto di idee chiare, spiegazioni semplici, dopo è importante la dimostrazione del gesto, osservare e capire dove ci sono problemi, provare a risolverli; invece di demonizzare gli eventuali errori analizzarli e prima di proporre nuove soluzioni trovarle con i giocatori, questo stimola la curiosità e porta più risultati, e poi ripetere anche all’infinito, fino a quando ce n’è bisogno. La voce dell’insegnante nella conduzione dell’allenamento è una cosa importante, deve avere autorità senza essere autoritaria. L’allenatore deve continuare a stimolare le funzioni cognitive facendo domande, conducendo alla scelta più giusta rispetto alle situazioni specifiche.

La conduzione dell’allenamento migliora se l’allenatore ricorda i tre motivi che portano il ragazzo da lui e che devono essere sempre i suoi tre principi: imparare, divertirsi e giocare. Più sarà in grado di realizzare questi tre principi più sarà il suo successo come insegnante.

Un buon allenatore è colui che ha certi principi educativi, lo stimolo giusto per ogni ragazzo e ogni situazione, una parola, un cenno, ma anche quando occorre, sa alzare la voce. Deve avere la capacità di guardare, vedere e riflettere prima di agire.

Fondamentale anche tra i giocatori la volontà e la capacità di comunicare, che spetterà all’allenatore insegnare a comunicare bene, riflettendo su se stessi, guardando i compagni di squadra. I giocatori di una squadra sono avvantaggiati se nel gruppo è presente una coesione elevata. La coesione è definibile come il grado con il quale i membri del gruppo desiderano rimanere nel gruppo stesso, è un fattore legato alla struttura affettiva del gruppo, al successo.

Questa sembra facilitare la capacità di scambio comunicativo tra i membri che tendono ad essere sintonizzati sia in termini emotivi, sia in termini motivazionali. Un obiettivo dell’allenatore deve essere quindi quello di creare una buona coesione tra i membri del gruppo “squadra”.

Autore: Giorgio Ambrosetti | Fonte: psymedisport.com

1 Mantegazza R., Con la maglia numero sette, Unicopli, Milano 1999, p. 39

2 L’individuazione di obiettivi è un elemento imprescindibile di ogni azione educativa. Anche nel contesto sportivo si è rivelata una strategia valida per influenzare positivamente la prestazione, a patto di individualizzare gli obiettivi rendendoli significativi, misurabili difficili ma realistici e di progettare strategie di raggiungimento e di sostegno per gli atleti. Cfr. C. Robazza, L. Bortoli, G. Gramaccioni, La preparazione mentale nello sport, Pozzi, Roma 1994.

3 Cfr. Dino Giovannini, Laura Savoia, Psicologia dello sport, Carocci Editore, Roma 2002, p. 43

4 Dino Giovannini, Laura Savoia, Psicologia dello sport, Carocci Editore, Roma 2002, p. 129.

5 Tratto dal romanzo di John Grisham, L’allenatore, Arnoldo Mondatori Editore, Milano 2003, p. 130. L’autore ci porta in questo caso nel cuore dell’America ma anche nel cuore delle questioni semplici ed eterne che ci riguardano tutti: l’amicizia e l’amore.

6 Cfr. la Leadership Scale for Sports di Chelladurai nell’opera di Dino Giovannini, Laura Savoia, Psicologia dello sport, Carocci Editore, Roma 2002, p. 138

7 L’antropologia è la scienza che studia l’uomo, l’idea di uomo (chi sono e chi è la persona che ho di fronte): il modello comportamentista ha una visione dell’uomo come di un oggetto. Il soggetto è un registratore che coglie l’oggetto per quello che è; il modello cognitivista, vede l’uomo come soggetto attivo che interagisce con l’oggetto che stimola la sua consapevolezza senza subire alcuna modifica dalla relazione; la conoscenza dipende unicamente dai suoi preconcetti, il soggetto costruisce l’oggetto; il modello strutturale integrato considera l’uomo come un organismo fisico e mentale che condiziona e si lascia condizionare da altri organismi; vi è un’influenza reciproca tra oggetto e soggetto.

8 Cfr. modello matematico dell’informazione (1949)di Shannon e Weaver nell’opera di Carlo Grassi, Sociologia della comunicazione, Paravia Bruno Mondadori Editori, Roma, 2002, p. 82

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Di Pino Romeo (del 25/04/2007 @ 14:00:00, in Angolo tecnico, linkato 305 volte)

LA COMUNICAZIONE TRA ALLENATORE E CALCIATORE NEL CONTESTO DELLA PARTITA

Il desiderio di svolgere la tesi sulla comunicazione nel calcio è sorto dalla notevole importanza che gli ho attribuito durante la mia lunga carriera, prima con l’incarico come calciatore e poi come allenatore.

Ricordando il periodo, trascorso come giocatore della Juventus, il primo allenatore che mi ha trasmesso” l’arte del comunicare” è stato Giovanni Trapattoni, il quale era talmente convinto della sua utilità, che organizzava allenamenti specifici finalizzati al miglioramento del dialogo tra noi atleti. Personalmente sostengo la tesi che se più giocatori durante una gara, che richiede aspetti agonistici e mentali elevati, comunicassero tra loro, ci sarebbe di riflesso più possibilità “di stare in partita fino alla fine”.

L’allenamento “della comunicazione di gioco” nel calcio sorge dalle difficoltà che spesso si incontrano in campo e che sfociano in incomprensioni e giudizi superficiali e poco sereni che accompagnano una partita. Tutto questo perché nel fantastico e poliglotta campo di gioco il verbo utilizzato, la grammatica e la sintassi non sono comprensibile a tutti. I segnali, le informazioni che i giocatori percepiscono e che devono elaborare sono molteplici, occorre dunque offrirgli un lessico comune fatto di segnali semplici, comprensibili e riproducibili che permetta loro di comunicare serenamente. Questo significa organizzazione, partecipazione attiva, accettazione dei propri limiti, disponibilità al cambiamento. Come ogni altra abilità la comunicazione può essere migliorata attraverso l’esercizio raggiungendo livelli che si relazionano alla quantità, qualità e frequenza degli stimoli proprio perché si tratta di abilità alle capacità individuali.

Le sedute di allenamento offrono a tal riguardo occasione unica per poter migliorare la comunicazione di gioco in quanto solo in questo contesto si possono ricreare quelle situazioni di crisi comunicativa che verranno con probabilità a verificarsi nel corso dell’incontro. Il campo e le situazioni che l’allenatore saprà creare per i propri giocatori sono quindi le condizioni funzionali per sviluppare una coerente ed affidabile comunicazione di gioco. Per l’allenatore si tratta quindi di mettere in atto le proprie concezioni tattiche favorendo e stimolando negli esclusivi protagonisti del gioco ovvero i giocatori quella serie di relazioni verbali e non che solitamente vengono indicate come affiatamento. L’allenatore dovrà fungere da catalizzatore al fine di mettere in relazione almeno 12 soggetti (lui più gli undici giocatori) cercando di creare un codice comune di comunicazione tale da far fronte con successo alle situazioni variabili del gioco.

Tutto il mondo in cui viviamo, con cui interagiamo, si regge e nasconde dei segnali a cui attribuiamo un significato comunicativo. Dagli spot pubblicitari, ai rumori, ai segnali previsti dal codice stradale per citarne alcuni, dal linguaggio animale di cui siamo non sempre attenti osservatori, ai segnali corporei, le espressioni, le reazioni emotive l’abbigliamento e gli ornamenti esprimono comunque comunicazione. Fondamentale in tutto questo processo comunicativo è la sensibilità e capacità di interpretare e attribuire un significato che spesso, per le diverse condizioni di conoscenza e/o stato emotivo, risulta confuso e incomprensibile.

1. LA COMUNICAZIONE TRA I GIOCATORI

Nell’esperienza in qualità di giocatore, ricordo che la comunicazione in campo avveniva quasi sempre verbalmente (uomo –solo - raddoppia- portalo sull’esterno) soprattutto nel momento in cui ci si trovava nelle vicinanze della palla. La gestualità invece (chiamare la palla alzando la mano) veniva utilizzata quando l’azione di gioco era lontana per richiamare l’attenzione del portatore di palla, oppure per indicare un posto ottimale per la ricezione di un passaggio. Anche varie finte sulle rimesse laterali venivano eseguite: con il pollice, per esempio, per indicare al compagno dove trasmettere la palla.

Il linguaggio verbale e non verbale veniva usato molte volte anche dagli avversari, sia giocatori sia allenatori come atto provocatorio attraverso il quale con parole e atteggiamenti poco corretti cercavano di condizionare l’atleta al fine di intimidirlo e condurlo all’errore di esecuzione. La gestualità diventava così un segnale di sfida o di vendetta tra avversari ed era espressa per esempio da movimenti del viso (sorriso ironico), del dito indice posto sotto l’occhio (stai attento), della mano (ti aspetto alla prossima entrata), oppure tirando la maglia aspettandosi una reazione. Tutti segnali di comunicazione da cui si poteva chiaramente dedurre le intenzioni sicuramente non corrette da parte dell’avversario.

In partita non solo si comunica in modo diretto o indiretto con l’avversario, ma anche con il pubblico. Quando giochi in casa, sai che i tifosi sono più numerosi, ti senti più protetto, ma sono anche più esigenti nei confronti sia della squadra che del singolo giocatore.

Da personaggio pubblico va mantenuto il massimo equilibrio emotivo non condizionando l’ambiente esterno, molto critico nel giudicare anche con gesti provocatori. Il giocatore ha il dovere morale verso se stesso, verso la sua società, verso la sua squadra, verso il suo pubblico e soprattutto verso gli avversari di avere un atteggiamento positivo che sia di esempio per tutti. Le provocazioni, sia sul campo (avversari) che esterne (pubblico –stampa e televisione), vanno gestite con molta intelligenza.

In trasferta, le responsabilità aumentano perché ti puoi trovare gran parte del pubblico contro, che ti provoca con insulti, fischi, striscioni, comportamenti che un giocatore o qualsiasi tesserato deve saper accettare con la massima professionalità. Dopo un goal si ha la massima espressione emotiva del calciatore, è un momento di grande felicità che ogni giocatore vive secondo il proprio stato d’animo o secondo la situazione che si viene a creare. L’importanza di una partita è direttamente proporzionale alla tensione emotiva, e il goal segnato verrà vissuto sia dal giocatore sia dagli altri componenti (giocatori – dirigenti - pubblico) in forma di grande liberazione. C’è chi corre esultando verso il pubblico, manifestando la propria felicità, chi corre verso la panchina, chi verso un compagno; è uno sfogo del tutto personale e viene vissuto con la massima spontaneità ed entusiasmo. Il mio istinto mi portava dopo un goal, a correre verso il pubblico, come desiderio di condividere quel momento di gioia insieme ai miei tifosi.

Anche gli allenatori che ho avuto vivevano in modo del tutto personale questo momento. C’era quello che si esaltava sfogandosi con i suoi collaboratori, con grida, abbracci, e gesti di felicità e quello che lo viveva con più equilibrio riuscendo a gestire le proprie emozioni.

Tutti questi momenti di forte tensione durante la partita sono condizionati da gesti sia da parte dell’allenatore sia di tutto lo staff verso i giocatori, arbitro, pubblico e viceversa. Questa comunicazione, soprattutto non verbale, fatta di gestualità o di movimenti più o meno nervosi da parte dei protagonisti (addetti ai lavori), più sarà equilibrata e serena più troverà efficacia nella sua interpretazione, trasmettendo messaggi tra tutti gli interlocutori.

E’ impossibile non comunicare. Ogni comportamento, intenzionale o no, ha un valore di messaggio. Quando si parla di comunicazione nello sport, spesso si fa riferimento al solo rapporto fra allenatore ed atleta, dimenticando che durante una partita è fondamentale la comunicazione tra giocatori in campo. Nel gioco del calcio, la comunicazione fra compagni di squadra deve tendere ad essere intenzionale, con valori di contenuto non ambigui e di relazione assertivi, al fine di coordinare l’attività degli undici componenti la squadra e di “orientare” l’ambiente esterno – continuamente mutevole e poco prescindibile – verso la strategia adottata dalla squadra.

Ci sono stati giocatori che sono diventati punti di riferimento per il compagno (di reparto più vicino, o per tutto il reparto) e addirittura per tutta la squadra grazie all’efficacia della loro comunicazione.

Una parola in più o in meno (uomo-solo) detta ad un compagno in una situazione di gioco particolare può determinare un risultato positivo o negativo.

2. IL RUOLO DELL’ALLENATORE NELLA COMUNICAZIONE

Secondo il mio parere le capacità che devono appartenere ad un buon allenatore sono principalmente cinque: • Programmare • Motivare • Osservare • Ascoltare • Comunicare.

Programmare
  • L’allenatore deve programmare la propria attività pianificando gli obiettivi che deve perseguire e trasmettere alla propria squadra non in forma rigida ma in maniera flessibile ed elastica.
Motivare
  • Nel calcio i giocatori svolgono la loro attività con l’obiettivo di soddisfare i bisogni di: competenza (apprendere e migliorare le proprie abilità sportive), divertimento, affiliazione (stare con amici e farsi dei nuovi), squadra (essere parte di un gruppo), competizione (gareggiare, avere successo, vincere), forma fisica (sentirsi forte). Compito dell’allenatore è stimolare quotidianamente i giocatori cercando di conoscerne la particolarità del carattere, della personalità e della psicologia.
Osservare
  • L’allenatore deve essere un ottimo osservatore; oltre all’osservazione di situazioni tecnico-tattiche, deve prestare attenzione a tutto ciò che riguarda il proprio gruppo sia individualmente sia collettivamente, saper osservare e interpretare il tono della voce, gli sguardi, l’espressività e la gestualità dei ragazzi permetterà al mister di interpretare i veri stati d’animo della squadra.
Ascoltare
  • Saper ascoltare significa creare un clima favorevole alla comunicazione dando un senso di fiducia a chi si appresta a parlare.
Comunicare
  • L’allenatore deve essere un ottimo comunicatore. In altre parole deve saper utilizzare al meglio il linguaggio verbale e quello non verbale. L’allenatore deve avere la capacità di comunicare alla squadra in modo chiaro semplice e concreto, che sia comprensibile ai giocatori, senza doppi sensi o allusioni, che vada diretto al senso del concetto che si vuole esprimere.

A proposito del linguaggio verbale osservo che ogni allenatore ha il suo: c’è quello severo che realizza la sua comunicazione in modo autoritario e quello democratico che comunica in modo equilibrato; in entrambi i casi non si può dire chi è l’allenatore più bravo, ma sicuramente il più completo è colui che riesce a comunicare il proprio credo calcistico in modo efficace. Una buona comunicazione verbale presuppone la capacità di esprimersi in maniera chiara, appropriata e ben comprensibile. Parlando di gruppo (squadra) bisogna tener presente che esso è costituito da una serie di elementi coordinati tra loro in modo da formare un unico complesso, soggetto a regole e dinamiche ben determinate. La prima fondamentale conseguenza di questo principio è che, se si agisce anche su un solo elemento, si influenzano anche tutti gli altri. Per questo motivo in ambito calcistico per comunicare in modo efficace, l’allenatore oltre a curare le tecniche comunicative deve essere in grado di dimostrare sincero ed autentico interesse per il gruppo-squadra così come per ogni singolo atleta. Nelle mie esperienze di giocatore ho avuto diversi allenatori, ognuno con il suo modo di fare e di essere: chi era portato a parlare sia in allenamento sia in partita in modo esasperato, coinvolgendo tutti i giocatori compreso anche chi non giocava; chi invece rispecchiando il proprio carattere, magari introverso, comunicava verbalmente il meno possibile, ma dimostrando la massima disponibilità e tranquillità. Con il mio carattere, preferivo l’allenatore tranquillo, ma questo è un discorso soggettivo, in quanto l’allenatore di poche parole ma determinato che trasmetteva personalità e sicurezza e allo stesso tempo mi rendeva tranquillo, mi stimolava ad esprimere tutte le mie qualità, soprattutto psicologiche, positive. A mio parere il troppo parlare può portare all’assuefazione sia individuale sia collettiva, perdendo nel tempo parte della propria credibilità se non si è chiari e diretti nei rapporti con i giocatori, staff, dirigenti, stampa, ecc..

A proposito del linguaggio osservo che non meno importante è la comunicazione non verbale, sia riferita al linguaggio del corpo sia riferita alle parole.

La comunicazione non verbale è per lo più involontaria. Il timbro e il tono della voce, le pause, l’espressività e gli sguardi con i quali si esprimono i concetti, rappresentano degli elementi qualificanti ed integranti il significato da attribuire alle parole. Altrettanto importante è il linguaggio del corpo: la gestualità, il modo di camminare, il portamento, la postura, sono indubbiamente mezzi di comunicazione con i quali esprimiamo i nostri stati d’animo.

La comunicazione non verbale è una fonte di informazione molto valida nel discorso a faccia a faccia, perché se è possibile mentire con le parole, lo è molto meno con il linguaggio corporeo, infatti la postura ossia il modo con cui si posiziona il corpo, può dare segnali di apertura o di chiusura verso l’interlocutore; con l’andatura si evidenzia l’armonia dei movimenti, nervosismi, sicurezza o insicurezza, energia o depressione. Il contatto visivo, la mimica, la gestualità sono altri elementi che completano la comunicazione non verbale. Nello sport in generale e nel calcio in particolare, la comunicazione non verbale è parte integrante e determinante nel rapporto tra allenatore ed atleti, un gesto corporeo, una mimica in poche frazioni di secondo possono influenzare o aiutare un giocatore a rimediare una situazioni di disagio. Lo stesso discorso vale per il giocatore in situazione di difficoltà tattiche (marcatura, tempi e spazi subiti dall’avversario) che trasmetterà all’allenatore, soprattutto con la gestualità, il suo problema. L’allenatore provvederà dunque a correggerlo o ad aiutarlo immediatamente.

Il linguaggio calcistico sia verbale che non verbale è composto di poche parole e pochi gesti decodificabili e tutti legati tra loro. L’importanza di questa comunicazione sarà parte integrante e determinante se tra giocatori e allenatori si instaurerà un reciproco rispetto di regole stabilite dall’inizio, al fine di formare un gruppo di lavoro, solido psicologicamente e forte caratterialmente.

Negli ultimi anni, con l’avvento di allenatori e giocatori stranieri sempre più numerosi, il processo di conoscenza reciproca deve avvenire con tempi sempre più ristretti e sempre maggiori difficoltà. Di conseguenza sia i giocatori sia l’allenatore dovranno aggiornarsi per conoscere e migliorare il linguaggio calcistico della nazione da cui proviene l’atleta.

Nel rapporto tra giocatore e allenatore la comunicazione non verbale rientra nella sfera emotiva e quindi psicologica, bisogna sempre confrontarsi con varie personalità, tutte diverse da giocatore a giocatore. Secondo il mio parere, può far più male un gesto o uno sguardo di disapprovazione in una determinata maniera che una parola, infatti con la parola dapprima si subisce, si può più o meno accettare e poi si reagisce; con il gesto invece, la mimica e lo sguardo ci possono essere varie interpretazioni, dando adito a sospetti e dubbi sui comportamenti da adottare.

L’allenatore deve prendersi carico di questa responsabilità, avere una linea di coerenza tra la comunicazione verbale e non verbale se vuole essere rispettato da tutti i giocatori soprattutto da uomo allenatore- giocatore.

Quindi l’allenatore ha il dovere di insegnare, di preparare gli atleti fin da ragazzi a migliorare questa qualità, che per alcuni è innata o predisposta, mentre per altri ha da essere sviluppata attraverso allenamenti, situazioni di gioco e partite a tema. Gli effetti dell’allenamento alla comunicazione in campo sono: il rinforzo della propria autostima, il rinforzo della propria convinzione psicologica e l’eliminazione di paure e dubbi che se permanessero potrebbero tradursi con effetti negativi sulla personalità, condizionando se stessi e i propri compagni. Comunicare non vuol dire solo parlare, perché si può comunicare attraverso uno sguardo, un atteggiamento, un segnale e quindi attraverso il movimento del corpo. Anche il passaggio ad un compagno è comunicare; può essere paragonato ad un biglietto da visita in cui passare la palla è il presentarsi, farsi conoscere; è un segno della propria personalità e del proprio carattere.

L’allenatore deve pertanto dedicare una parte dell’allenamento anche a ciò, attraverso esercizi mirati, con il fine di potenziare la cultura calcistica del passaggio e di conseguenza la tattica collettiva.

Allenare la tecnica del passaggio: • Come? • Dove? • Quando?

Come?
  • Passare la palla al compagno nel modo più corretto, possibilmente di interno piede dx - sin, con palla a terra in modo da non metterlo in difficoltà oppure facendo in modo che gli arrivi secondo le esigenze più redditizie alla situazione di gioco (es. in zona d’attacco dalle fasce un passaggio a terra o al volo con precisione per calciare in porta).
Dove?
  • Eseguire il passaggio della palla fuori dalla marcatura, sulla corsa del giocatore in modo da eludere l’intervento dell’avversario oppure in zona luce cioè in zone di campo dove si trova un compagno libero, evitando passaggi laterali.
Quando?
  • Il passaggio di palla al compagno deve avvenire nel momento in cui questi si libera attraverso movimenti-finte dalla marcatura del suo diretto avversario.

L’allenatore dovrà saper trasmettere, attraverso gli allenamenti quotidiani, la sua filosofia di gioco, coinvolgendo i giocatori nel modulo impostato attraverso tempi e spazi al fine di migliorare la sincronia del reparto e di conseguenza della collettività. Quando i concetti di gioco, trasmessi durante il lavoro settimanale, saranno eseguiti con precisione, il compito dell’allenatore, durante la partita sarà meno determinante e improntato solo a rimarcare nuove situazioni tattiche venutesi a creare.

3. LA COMUNICAZIONE DURANTE LA FASE DI PREPARAZIONE ALLA PARTITA E DURANTE LA PARTITA

La partita è un evento fatto di attimi in cui l’allenatore, dall’esterno, può anticipare e migliorare comportamenti e atteggiamenti tattici attraverso gestualità convenzionali, soprattutto ai giocatori più lontani alla panchina, e gesti e movimenti di mimica che si instaurano tra giocatori ed allenatore grazie agli allenamenti. La preparazione alla gara è non solo un allenamento fisico ma anche psicologico della sfera emotiva di ogni singolo atleta; tenuto conto del lavoro svolto durante la settimana, l’allenatore in questa fase avrà il compito sia di spiegare gli ultimi dettagli (calci d’angolo, punizioni, barriera) sia di creare un clima di sicurezza e tranquillità, parlando il meno possibile in spogliatoio e lasciando il più possibile concentrati i giocatori.

3.1 La preparazione alla partita

La preparazione mentale della partita si completa con il giorno della gara; più si avvicina questo evento, più il compito dell’allenatore sarà di rilevante importanza, sia nell’aspetto della comunicazione, sia in quello psicologico. Il giorno della partita, ogni allenatore, secondo le sue abitudini o esigenze, avrà riguardi particolari sui comportamenti dei giocatori, già dalla mattina stessa; infatti comportamenti e atteggiamenti possono fargli capire se c’è la concentrazione adeguata in vista della gara: - telefonate particolarmente lunghe, euforia o indifferenza nel gruppo rivela al tecnico un approccio mentale di superficialità in vista dell’incontro. Ogni allenatore ha un proprio modo di comunicare: chi parla singolarmente, chi a gruppi (reparti) e chi a tutta la squadra. Se qualche giocatore attraversa un momento particolare è giusto che l’allenatore intervenga personalmente, non sono favorevole al dialogo per gruppi, ma a quello rivolto all’intera squadra, come ho visto fare da molti dei miei allenatori. Anche sul pullman, nel tragitto dall’hotel al campo, ci deve essere una giusta tensione emotiva. Una volta arrivati allo stadio, la vista del campo di gioco, degli spalti, delle tribune, delle curve, dei tifosi e il sentire lo stato del manto erboso, determinano forti emozioni sia nei calciatori sia nei tecnici. Questi momenti di pre -partita ogni giocatore li vive a modo proprio: per esempio, il portiere andrà a vedere l’area di rigore, il giocatore si muoverà in varie zone del campo, principalmente in quelle di sua competenza e l’allenatore si siederà in panchina a controllare la situazione discutendo sugli ultimi dettagli con qualche suo collaboratore. Nello spogliatoio, un’ora prima della partita, la comunicazione dell’allenatore dovrà essere contenuta ma decisa, verranno puntualizzati alcuni aspetti dei calci d’angolo, della barriera e delle punizioni, in un clima tranquillità, ma nello stesso tempo tensione.

3.2 La comunicazione dalla panchina

Quando inizia la partita, la comunicazione si completa, in quanto sia quella verbale sia quella non verbale entrano a tutti gli effetti a caratterizzare la personalità dell’allenatore, dei giocatori e del clima di gara. Per il tecnico, come per tutti gli atleti, tifosi, giornalisti e dirigenti, l’inizio della gara è un momento di liberazione, si inizia a gestire, a seconda del carattere, tutto lo svolgimento dell’incontro. L’allenatore dividerà questi momenti con strette di mano e sguardi decisi a tutti i suoi collaboratori, nonché con riti abitudinari fatti di gesti e movimenti propiziatori. A seconda del proprio carattere: impulsivo, emotivo ed equilibrato, l’allenatore, attraverso parole, gesti, sguardi e movimenti sarà parte integrante del contesto agonistico della sua squadra. Importanti saranno le sue espressioni verbali e non verbali dalla panchina, soprattutto nei momenti in cui la squadra si trova in difficoltà; più il clima in panchina e in campo risulta equilibrato, più il rendimento della squadra risulta razionale e motivato. Uno dei momenti più significativi, della comunicazione durante la partita tra allenatore e giocatore avviene nel momento della sostituzione, infatti a seconda degli stati d’animo più o meno sereni. Il giocatore da sostituire, prima con sguardi più o meno ironici, gesti, movimenti ed atteggiamenti di sfida, poi avvicinandosi alla panchina, cercando comunque un rapporto con l’allenatore attraverso parole talvolta offensive, farà capire al tecnico la sua insoddisfazione personale.

L’abilità dell’allenatore in questi casi, dovrà essere improntata sull’aspetto psicologico, stemperando la dovuta tensione e riprendendo il giocatore durante le sedute di allenamento. In questi momenti, la sfida tra tecnico e giocatore, raggiunge la massima espressione emotiva di rivalsa l’uno verso l’altro, anche perché osservati da tutto l’ambiente interno (giocatori, avversari, tecnici, arbitro) ed esterno (pubblico, stampa, dirigenti). A fronte di queste forti contrapposizioni, risulta determinante, la forza decisionale e la coerenza della società verso l’allenatore, nel rispetto di regole e giusta causa collettiva per il bene del gruppo.

3.3 La comunicazione durante l’intervallo

Durante l’intervallo il tempo a disposizione è limitato. I primi minuti andranno persi per valutare e riequilibrare eventuali tensioni emotive e per curare traumi e contusioni, in quelli rimanenti l’allenatore fornirà suggerimenti sintetici di carattere tecnico-tattico, effettuerà eventuali sostituzioni conseguenti all’andamento della gara in atto e fornirà il dovuto sostegno morale sia al singolo sia alla squadra. Quindi in questi pochi minuti a disposizione, l’allenatore diventa determinante nel saper trasmettere alla squadra, in modo chiaro e deciso, eventuali modifiche tattiche e sostituzioni. Dovrà avere sotto controllo tutti gli aspetti fisici, tattici, psicologici, ed emotivi, sia per quello che è avvenuto nel primo tempo di gioco, sia in previsione del proseguo della gara. Il tono di voce, la gestualità, la sicurezza nel trasmettere alla squadra i suoi concetti, saranno segnali importanti nel dare ulteriore convinzione alla squadra. Prima di uscire dallo spogliatoio, per l’inizio della ripresa, saranno fondamentali pochi minuti di assoluto silenzio, da parte di tutta la squadra per ritrovare la giusta concentrazione.

3.4 La comunicazione a fine gara

A fine gara, indipendentemente al risultato ottenuto, l’allenatore dovrà evitare qualsiasi giudizio sui giocatori, in quanto sottoposti ancora a forti tensioni fisiche e psicologiche, rimandando alla ripresa degli allenamenti commenti e giudizi più sereni. In caso di vittorie importanti, dovrà elargire apprezzamenti positivi a tutti i giocatori, sia a chi ha giocato sia a chi no; questi saranno ben accetti come manifestazioni di stima e professionalità da parte dell’allenatore e dello staff.

4. PROPOSTE OPERATIVE

Le seguenti proposte sono esempi di esercitazioni situazionali e non, dove è sollecitata la comunicazione verbale intenzionale, chiara e assertiva fra giocatori. A questo proposito si parlerà di Proposte Operative Verbali (POV).

Le POV sono per motivi didattici e di esposizione, raggruppate in tre categorie:

• Proposte Operative Verbali a carattere generale

• Proposte Operative Verbali in non possesso di palla
• Proposte Operative Verbali in possesso di palla.
4.1 Proposte Operative Verbali a carattere generale
  • In uno spazio delimitato, i giocatori si muovono in leggera corsa passandosi il pallone; dopo ogni passaggio, se chi passa il pallone dice “uomo”, chi riceve gioca di prima; se chi passa il pallone dice “solo”, chi riceve gioca a due tocchi (riceve a seguire e poi passa a sua volta)
Varianti:

• Prima con le mani, poi con i piedi

• Più palloni

• Due squadre di colori diversi: passare alla stessa squadra o passare alla squadra di colore diverso.

  • In uno o più spazi limitati, i giocatori si passano la palla chiamando “triangolo” oppure “uno-due” per avere subito il passaggio di ritorno. Se chi passa la palla non dice niente, chi riceve conduce per pochi metri ed effettua a sua volta un passaggio.
Varianti:
• Giocare sempre di prima

• Giocare di prima se si chiama “triangolo”, altrimenti a due tocchi

• Se chi passa la palla non dice niente, chi riceve la alza e fa due palleggi prima di riprendere il gioco

• Più squadre con più colori. In uno o più spazi limitati, i giocatori si passano la palla chiamando “sovrappongo”oppure “vado”; chi riceve passa ad un terzo compagno che di prima lancia a chi ha eseguito la sovrapposizione. Se chi passa la palla non dice niente, chi riceve conduce per pochi metri ed effettua un passaggio a sua volta.

Varianti:

• Giocare sempre di prima

• Più squadre e più colori: chi chiama “vado” può ricevere solo dall’altro colore.

  • In uno o più spazi limitati, i giocatori si passano la palla; i giocatori senza palla cercheranno di posizionarsi uno dietro l’altro a coppie, cosicché quando il p.p. passerà al compagno che nella coppia si trova davanti (A), quello (B) chiama “finta”e (A) lascerà passare la palla per poi cambiare direzione e chiudere la triangolazione.
Varianti:

• nella coppia, quello avanti è sempre rosso, quello dietro è sempre blu;

• giocare sempre di prima;

• giocare sempre un tocco, chi riceve il triangolo (A) ha due tocchi e ricomincia.

4.2 Proposte Operative Verbali in non possesso di palla

  • In uno spazio delimitato, il p.p. conduce palla verso un difensore; i difensori sono posti su due lati adiacenti di un rettangolo; se il giocatore che non effettua il momentaneo 1c1 chiama “temporeggia”, il compagno temporeggia, mentre chi ha chiamato la strategia si porta sul p.p.

- 1:2 con un difensore che temporeggia e un difensore che attacca il p.p. alle spalle.

  • In uno spazio delimitato, il p.p. conduce palla verso un difensore; i difensori sono posti su due lati adiacenti di un rettangolo; se il giocatore che non effettua il movimento 1:1 chiama “attaccalo”, il compagno attaccherà mentre chi ha chiamato la strategia si porta in diagonale difensiva.

- 1:2 con un difensore che attacca il p.p. e l’altro difensore lo protegge in diagonale.

  • In uno spazio limitato, tre giocatori si passano la palla; al fischio dell’allenatore chi è in possesso di palla diventa attaccante e gli altri due difensori. L’attaccante deve mantenere il possesso palla, eventualmente cercando di raggiungere la linea di fondo; i due difensori porteranno il raddoppio sul p.p. in maniera coordinata.

Il primo difensore si limiterà a non far avanzare il p.p. e chiamerà il compagno in raddoppio (“raddoppia”) il quale, a sua volta, avrà il compito primario di rubare la palla.

4.3 Proposte Operative Verbali in possesso di palla

Nella zona laterale del campo, un giocatore chiede il triangolo, conduce verso il fondo e crossa per i compagni che incrociano.

Nella medesima situazione, il p.p. non chiama il triangolo ma avvisa il compagno di essere solo (“solo”); questi, allora, si gira e cerca una punta che gli viene incontro; la seconda punta chiamerà “finta” e si attuerà l’esercitazione già proposta in “POV a carattere generale”.

Il p.p. a centrocampo passa ad un compagno che si trova in fascia e si porta verso la bandierina avvisando il compagno della sovrapposizione.

Riceve per il successivo cross. Il portiere rinvia per i due centrocampisti che controllano il pallone con due tocchi e cercano quanto prima la punta più vicina, che viene loro incontro; al segnale verbale “uomo” chiedono la palla indietro di prima e consegnano con un tocco in profondità all’altra punta.

CONCLUSIONI

Ritengo che la comunicazione in campo al pari della tecnica e della tattica, sia di rilevante importanza, sopratutto nei gioco di squadra, in questo caso il calcio, per una crescita di motivazioni che coinvolgano tutti gli atleti. A questo scopo, considero di primaria importanza lo studio e l’elaborazione di esercizi di allenamento specifici e mirati ad affinare questa qualità, nel rapporto fra giocatori e nel rapporto fra giocatori e l’allenatore.

di Piero Fanna * Tesi di fine studio del Corso Master 2002/2003 per l’abilitazione ad allenatore professionista di 1ª Categoria.
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Di Fabrizio Losacco (del 22/04/2007 @ 08:58:06, in allievi 1991 -1992, linkato 215 volte)
Pesante sconfitta casalinga per i nostri ragazzi che escono dal campo a testa bassa con un passivo di 3 reti a 1 contro il Cisano. Partita equilibrata , ma ,dai ritmi lenti , mancano le accelerazioni e il gioco di squadra latita . Servirebbe qualche invenzione per cambiare il volto della gara oppure qualche clamoroso errore. La nostra compagine opta , ovviamente, per la seconda scelta e il Cisano ci infila due volte in pochi minuti causa clamorose incertezze del nostro bravo portiere oggi purtroppo in giornata no. Si cerca di reagire, ma il solito gioco non decolla, l'assenza di Mammana e la precaria condizione fisica di Losacco indeboliscono la squadra, pertanto non si vedono grosse occasioni. In realtà qualcosa di buono si vede, anzi di spettacolare, infatti Kopasek si inventa un goal da antologia che il bravo portiere avversario non vede neppure. Nella ripresa, però, nonostante il passivo ridotto, non cambia nulla, anzi subiamo il terzo goal degli avversari con una punizione precisa e violenta. Qualche occasione l'abbiamo, la migliore l'inventa Paduano con un tiro che si voleva infilare sotto le gambe di un portiere però molto attento,una punizione dal limite e qualche puntata sulla fascia sono però il sunto complessivo della ripresa. La squadra avversaria ha il pieno controllo del campo e sfrutta a dovere la possibilità del contropiede. A parziale riscatto dei clamorosi errori del primo tempo Frezza compie due autentici miracoli nella ripresa evidenziando comunque le sue ottime doti. Complessivamente il risultato è bugiardo, il passivo è troppo pesante rispetto all'equilibrio visto in campo, però, la nostra squadra poteva fare e dare qualcosa in più. Individualmente sopra la media solo Kopasek (7) autore di una rete strappa applausi, mentre Bianco (6,5) ordinato , composto finisce stremato per il caldo, Sokol (6,5) buona prestazione con la solita determinazione Paduano (6,5) giocatore tecnicamente straordinario non trova l'assistenza adeguata . Meno concentrati del solito Odasso (6) piuttosto indolente mai aggressivo quando serve Bianchi (6) evidenzia stanchezza e mancanza di forma . Sotto la media invece Pisciotti (5,5) dinamico ma impreciso Losacco (5,5) piuttosto lento e prevedibile Chiaro (5) tanti, troppi errori nel controllo e nel disimpegno, Frezza (5) una valutazione media tra l'inenarrabile 1° tempo e l'eccellente ripresa. Greco (6) non fa la differenza come in altre occasioni, ma anche lui soffre la situazione tattica che si è creata, Scannapieco (6) gioca a centrocampo dove c'è più confusione che altro Bertolotto (6,5) gioca nel suo ruolo con la solita determinazione.
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Di Pino Romeo (del 20/04/2007 @ 21:08:00, in Pillole, linkato 188 volte)
L'ALLENAMENTO PER GLI ALLENATORI
Osservato in questi giorni il grande movimento che c’è sulle panchine, una breve riflessione sul tema mi pare assai pregnante oltre che innovativo.
Non v’è dubbio che un allenatore, sia che alleni in serie A che tra i giovanissimi, svolge una prestazione molto intensa sul piano psicologico e nervoso. L’allenatore è un “atleta” speciale perché nel suo campo esistenziale, sportivo, giocano tantissimi fattori, da quelli razionali a quelli più irrazionali. Dovendo egli entrare in quasi tutte le interrelazioni, che il calcio produce, dovrà di conseguenza avere una struttura psicologica decisamente robusta e versatile. Mettendo a fuoco l’essenziale, l’allenatore deve saper vivere psicologicamente i ruoli, i settori e il gruppo nelle loro complesse dinamiche. Ora, è ovvio che, come tutti gli atleti, se vuole aspirare a qualche successo dovrà sicuramente allenarsi. Per cui viene da domandarsi: come si allenano i nostri Mister? Cosa fanno per raggiungere la “forma” e mantenerla?
La prima condizione di un agonista è quella di stare in salute: fisica , psicologica e morale. Nella pausa estiva, ma anche a metà campionato, un controllo medico per quegli organi a rischio di stress sarà particolarmente opportuno. Per l’equilibrio affettivo “staccare la spina” e stare con la propria famiglia vuol dire ritemprarsi. (Se poi avesse per amico uno psicologo sportivo sarebbe qualcosa in più). La vita privata, i valori di un tecnico incidono sulla sua prestazione. In generale possiamo affermare che, per una persona che fa l’allenatore, seguire un modello di vita da Sportivo è la cosa migliore. Anche l’immagine e la motricità corporea contano. Il secondo aspetto è quello di far tesoro delle esperienze, che significa dedicare del tempo (prepararsi) per la selezione e il recupero di eventi, di situazioni e di particolari agonistici capaci di fare da assist al mister nelle decisioni future. A tal fine è consigliabile fare una relazione di fine stagione, anche delle sintesi dopo un dato periodo di campionato, e prendere l’abitudine (qualcuno già lo fa) di eseguire degli appunti in ogni partita. Tra le note personali riportare la domanda: dove ho (o posso) aver sbagliato?
Oltre a queste forme indirette di perfezionamento della professione, si può tentare di tracciare qualcosa di più specifico dell’allenamento per un allenatore di calcio.
Fatte le vacanze, un allenatore rilassato e fresco, prima di rientrare nel vivo di un campionato, dovrebbe partecipare a qualche giornata di aggiornamento. Senza una formazione continua come si potrebbero educare ed istruire allo sport le nuove generazioni? Le stesse Associazioni degli allenatori dovrebbero sollecitare l’organizzazione degli stage, tanto per i prof. che per i dilettanti, e che gli attestati di frequenza diventino parte del curriculum di un tecnico.
I Presidenti delle Società, nella scelta degli allenatori, avrebbero un riferimento razionale per valutarli. Mettere insieme per qualche giorno un gruppo di allenatori significa anche farli interagire direttamente, facilitando lo scambio di esperienze, rafforzando i comuni sentimenti. Ripassare le regole, dibattere come rapportarsi con gli arbitri, escogitare nuove preparazioni tecnico-tattiche, inventare sistemi di gioco più spettacolari, formulare criteri di valutazione dei calciatori, analizzare le modalità comunicative (mass media, genitori -per chi lavora nelle scuole calcio,etc.), questi temi ed altri potrebbero costituire un buon programma di lavoro. Anche un po’ di pratica non farebbe male ai mister. Una corsetta, provare personalmente degli schemi, fare una partitella, tirare e parare un rigore, li riporterebbe con i piedi per terra. Diventando meno idealisti e più realisti, sarebbero più tolleranti degli errori dei propri allenati, riguardo alla Provvidenza e verso se stessi. Per quanto concerne la Psicologia dello Sport l’Allenamento Mentale costituirebbe per l’allenatore una speciale palestra, composta da strumenti e da tecniche psicologiche mirate alla gestione dei propri stati interiori e al controllo dei comportamenti esterni. Le abilità interne, consce ed inconsce, da acquisire e/o da rinforzare, le possiamo distinguere in due filoni, il primo riguarderà gli aspetti affettivi, il secondo interesserà gli elementi cognitivi. La somministrazione di un buon test psicologico potrebbe fornire un quadro più completo. L’allenamento vero e proprio consisterà nel mettere i soggetti di fronte alle situazioni (simulazioni) cruciali, in cui verranno a trovarsi nel corso di una stagione. Seguendo il criterio spazio-temporale si può iniziare col:
1) Fare immaginare agli allenatori di trovarsi al primo giorno del ritiro e chiedergli che tipo di emozioni provano. Poi, di stilare una serie di obiettivi da perseguire. Stabilire le regole di comportamento (i patti interni) e come comunicare tutto questo al collettivo. Allenarsi all’ansia di base ed alla motivazione di fondo costituiscono i primi scopi.
2) Rappresentarsi mentalmente il sistema di gioco (anche più d’uno) da attuare e le tipologie di allenamento conseguenti (strategie di coinvolgimento progettuale del gruppo).
3) Trovarsi psicologicamente alla prima di campionato e decidere la formazione da annunciare ai giocatori. Il linguaggio dello spogliatoio, con tutte le sue sfumature, svolge un ruolo decisivo.
4) Nel corso di una partita provvedere ad una sostituzione tecnica (questo tipo di decisioni simulate, oltre ad essere allenanti, ci mostrano il carattere e l’autorevolezza del mister, le sue capacità empatiche).
5) Abituarsi a sopportare il conflitto interiore tra ciò che si è fatto e ciò che si poteva fare. Solo un buon colloquio con se stessi è positivo per mantenere l’autostima.
6) Come vivere la vigilia di una gara delicata e quindi cosa fare per sostenere la concentrazione, l’umore adeguato alla performance (del tecnico) richiesta.
7) Dalla panchina esercitarsi nella comunicazione verbale e gestuale per indicare cambiamenti tattici, di ritmo e così via, come se si fosse veramente in partita.
8) Immedesimarsi nella situazione intervallo, e a seconda del risultato ipotizzato, esprimere gli argomenti da sostenere.
9) Sottoporsi ad una serie di errori arbitrali ed elencare le proprie reazioni (autocontrollo dell’aggressività).
10) Calarsi emotivamente negli ultimi minuti di una partita e sentire il grado di paura (perdere-vincere) che lo assale.
11) Pensare di vivere il clima spogliatoio dopo una batosta e trovare le parole per la circostanza (intelligenza relazionale).
12) Al martedì aprire la discussione di gruppo con l’approccio e i contenuti adeguati ( prove di personalità).
Queste sono solo una parte delle situazioni critiche allenanti con cui gli allenatori dovranno esercitarsi per ottimizzare la loro prestazione. A riguardo può creare tensione alla squadra un eccessivo scarto tra l’atteggiamento del mister durante gli allenamenti e quello in partita. Le due prestazioni dovrebbero avere il carattere della continuità, evitando, in panchina, di trasformarsi completamente. Nel corso del campionato mentre uno dirige un allenamento o una partita, a margine, allena e guida anche se stesso. La funzione del secondo in panchina è positiva se costui non sarà un doppione ridondante il mister, se vedrà le cose calcistiche da un’altra angolazione.
La figura dell’allenatore assoluto e solo, che prende a pugni ed a calci la panca, sta per essere integrata, anche da noi (in altri paesi è una prassi consolidata) da un piccolo nucleo di specialisti in percezioni – elaborazioni - sintesi e di calcio, le più congrue e massimamente tempestive. All’allenatore in prima, il decisore, resta sempre e comunque l’ultima scelta da giocare. Chi svolge questa professione, a qualsiasi livello, ha pertanto il dovere di essere “allenato”, acquisendo cultura, accumulando informazioni scientifiche; nella consapevolezza che l’alta formazione non toglie spazio alla passione e all’intuito creativo, anzi. Il compito, l’obiettivo degli allenatori non è solo quello di “vincere”, ma anche quello di segnare dei punti a favore del progresso qualitativo del Gioco del Calcio.
di Aldo Zerbini* Psicologo dello sport
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Di Fabrizio Losacco (del 18/04/2007 @ 08:36:51, in allievi 1991 -1992, linkato 191 volte)
Ennesimo risultato positivo della compagine granata che ha superato agevolmente l'ostacolo Millesimo con un secco 3 - 1 in trasferta dimostrando autorità e padronanza del campo per gran parte della partita. Eccellente come al solito la difesa che non ha concesso nulla agli attaccanti avversari, mentre dopo un 1° tempo opaco anche il nostro reparto offensivo è riuscito a sviluppare buone giocate andando in rete 3 volte e sprecando altrettante nitide occasioni. Da segnalare un vero e proprio esempio di fair play e di galanteria quando il nostro capitano Odasso ha fornito,con un retropassaggio rallentato appositamente,una splendida palla goal per l'appena subentrato attaccante avversario di mome Michela. Non sapremo mai se il nostro fiero capitano l'abbia fatto per sbaglio o sia stato invece abbagliato dal fascino dell'attaccante dalla chioma fluente , fatto sta che la simpatica Michela ha gradito il regalo andando a segnare l'unica rete per la loro squadra e facendo infuriare il nostro incolpevole portiere. A parte questo episodio singolare, resta comunque importante il dato di una gara giocata in tranquillità con la sensazione di poter, in qualsiasi momento e con le dovute accelerazioni ,cambiare in positivo il volto della partita. Individualmente migliori in campo Odasso (7)centrale insuperabile eccezion fatta per quanto sopra citato ,Mammana (7) autore dell'ennesima doppietta e Kopasek (7) una rete all'attivo e molto movimento, ottima anche la prova di Pisciotti (7) molto mobile e dinamico, sempre positivo Bianco (7) ormai una certezza per l'intelligenza che dimostra in campo , buona la prova di Lo Vetere (6,5) non ancora al top per quanto riguarda la forma, mentre Chiaro (6) e Stamerra (6) meritano la sufficenza per l'impegno ma trovano ancora molte difficoltà nel gestire la loro posizione in campo, Bianchi (6,5) inizia con grandi difficoltà causa avversario di fascia molto veloce e grintoso, poi prende le misure e non rischia più, Sokol (6,5) fa il bello e il cattivo tempo nel senso che sbaglia molto ma recupera altrettanto dimostrando si qualche incertezza ma anche uno strapotere fisico. Frezza (6,5) partita tranquilla interrotta solo dal goal subito su errore del centrale difensivo, Mistretta (6) rientra dopo lunga convalescenza e si vede che deve ancora recuperare Losacco (6) reduce da un infortunio casalingo .... gioca solo dieci minuti e riesce anche a sbagliare una facile occasione, comunque , grazie alla sua velocità rimane determinante per lo sviluppo della fase offensiva. Positivo comunque l'approccio di tutta la squadra alla partita nonostante la qualificazione già raggiunta, non è mancata la concentrazione e la voglia di giocare, quindi si intravedoni ottimi segnali per caricare la squadra in vista del rush finale di maggio.
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Di Antonio Bianco (del 13/04/2007 @ 00:08:21, in Avvisi importanti, linkato 366 volte)
Rita GuarinoLunedì 16 aprile alle ore 21.00 presso l'ex aula consigliare palazzo Pietracaprina, si terrà un incontro formativo sul tema: "La comunicazione istruttore - allievo", relatrice della serata sarà la Dottoressa Rita Guarino, allenatore di base FIGC ed ex giocatrice della Nazionale femminile di calcio. Parteciperà alla serata anche Patrizio Sala e parte dello staff I.F.C., direi che, visto l'argomento, tutti gli allenatori sono pregati di non mancare e rivolgo l'invito anche ai dirigenti. Naturalmente la serata è aperta a tutti, quindi se qualche visitatore del nostro sito è interessato all'argomento sarà nostro piacere averlo tra noi.

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Di Pino Romeo (del 12/04/2007 @ 12:00:00, in Angolo tecnico, linkato 235 volte)
LA TECNICA APPLICATA COME PRESUPPOSTO DEL GIOCO COLLETTIVO
CONTROLLO E DIFESA DELLA PALLA

Successivamente al movimento di smarcamento, il calciatore dovrà predisporsi alla ricezione e all'eventuale difesa della palla. Che il calcio sia cambiato in tempi e spazi è confermato dal fatto che "ieri" il calciatore in un contesto di gioco con maggior spazio e tempo a disposizione, riceveva, guardava e decideva, e poi giocava la palla; oggi gli viene invece chiesto di guardare e decidere, mentre gli giunge la palla, ricevere, poi giocare. Per quanto concerne questo elemento di tecnica applicata, assume un importanza determinante il gesto tecnico dello stop. È implicito quindi che il calciatore debba disporre di una appropriata preparazione tecnico e coordinativa specifica, e sarà quindi opportuno addestrarlo ad una corretta esecuzione di tutti i vari tipi di stop, tenendo conto della necessaria progressività metodologica.
Tipi di Stop che consentono un buon controllo di palla:
Bloccaggio: - Stop con la pianta del piede - con l'interno piede - con l'esterno piede
Smorzamento: - Stop con la punta del piede - con l'interno piede - con la coscia - con la testa
Stop di petto
Stop a seguire:
- con l'interno piede
- con l'esterno piede
- stop con l'interno piede con rallentamento della velocità della palla su traiettoria rasoterra
- stop con l'interno piede su palla con traiettoria rasoterra
Fattori fondamentali:
- Il calciatore deve essere in possesso di una buona capacità di valutazione Spazio-Temporale, cioè quella capacità, che gli consenta di effettuare una appropriata valutazione della distanza, della traiettoria e della velocità con cui arriva la palla. - Il calciatore non dovrà aspettare la palla, ma dovrà portarsi il più rapidamente possibile sul punto d'arrivo di questa, per non rischiare l'anticipo e per predisporre il proprio corpo già in equilibrio per effettuare lo stop.
- Sarà comunque fondamentale per il calciatore a conclusione del movimento di smarcamento, per venire in appoggio al compagno, "non dare le spalle al campo" ma orientare il proprio corpo in modo da avere a disposizione un campo visivo il più ampio possibile.
- In presenza di un avversario, al momento della ricezione, sarà fondamentale mantenere la copertura della palla, frapponendo il proprio corpo tra questa e l'avversario stesso controllandola con l'arto opposto rispetto alla sua posizione .
- Il calciatore dovrà effettuare lo stop il più rapidamente possibile, oltre che in base alla traiettoria e alla velocità con cui arriva la palla, alla situazione contingente e conseguentemente all'obbiettivo che egli stesso vuole raggiungere, posizionandosi nella direziono verso la quale intende proseguire. In talune situazioni, soprattutto in fase di impostazione, sia davanti alla "zona pericolosa" che a centro campo, nella tipica giocata a due tocchi, sempre in sicurezza, sarà opportuno controllare la palla con un piede per poi calciarla con l'altro, avendo l'accortezza di orientare la punta del piede portante (quello che ha anche, effettuato lo stop), già verso l'obbiettivo, in modo così da guadagnare tempo. Nella circolazione della palla da una parte all'altra del campo, con questa proveniente da sinistra, e, dovendola indirizzare sulla propria destra, sarà opportuno che il calciatore la controlli con l'interno piede destro per poi calciarla col sinistro, e viceversa, con palla in arrivo da destra, stop con l'interno piede sinistro e passaggio di destro.
Fig. 1 - Obiettivo: stop e passaggio per trasmissione veloce della palla. Esternamente ad un quadrato 4 giocatori disposti ognuno in prossimità di un angolo si passano la palla, avendo l'accortezza di "stoppare " col piede dx la palla che arriva dalla propria sn, per poi calciarla col piede sn, e viceversa, stoppare col piede sn la palla che arriva da dx per poi calciarla col piede dx, sempre in direzione opposta. Per un maggior numeri di contatti uomo-palla e per il miglioramento anche della capacità di ritmizzazione l'esercitazione dovrà essere eseguita con due palloni, come da figura. Anche durante una corsa di smarcamento in profondità, sarà opportuno al momento del controllo della palla, avere il corpo rivolto nella direzione verso cui si intende proseguire o concludere l'azione. Nel caso dello stop a seguire, sarebbe opportuno abbinare al gesto una finta, una sorta di contromovimento, per potersi meglio sottrarre da una eventuale marcatura dell'avversario. Così come lo stop di interno piede su traiettoria rasoterra, oltre a permettere al calciatore di giocare in sicurezza (stop e do), soprattutto nei pressi della zona pericolosa, gli consentirà, se attaccato alle spalle da un avversario, di sottrarsi dalla sua marcatura: • stop, finta, portando poi via la palla con l'interno dell'altro piede in direzione opposta.
Fig.1
Fig. 2 - All'intemo di un rettangolo si dispongono 3 giocatori, 2 di questi senza palla nello stesso angolo (A) e (B) e il terzo (C) nell'angolo di fronte in possesso palla. (A) con un movimento in diagonale viene a sostegno di (C) per ricevere palla al centro del rettangolo, controllandola con l'arto opposto alla posizione del suo avversario per evitare un eventuale tentativo di anticipo. (A) dovrà cercare di "dribblare" (B) e condurre la palla all'interno dei due conetti (x) e (y). Con il rallentamento della velocità della palla, effettuato generalmente con l'interno piede, l'attaccante, andando incontro a questa oltre a mantenerne la copertura, potrà proseguire nella direzione stessa della palla.
Fig.2
Fig. 3 - Situazione: Bayern Monaco - Real Madrid (Champions League 99/00). Al limite dell'area di rigore, Anelka (A) nell'effettuare un movimento "a mezzaluna", riceve palla e ne rallenta la velocità con l'interno del piede, mantenendo la copertura nei confronti del diretto avversario (B), per poi calciare in porta. Una volta smarcatosi e dopo aver controllato la palla, il calciatore potrà effettuare una di queste tre azioni: • II Passaggio, il Dribbling, o il Tiro in porta.
Fig.3
IL PASSAGGIO Potrebbe essere definito come l'atto di indirizzare la palla verso un proprio compagno. È il gesto tecnico del calciare applicato allo sviluppo del gioco, può essere quindi considerato l'elemento che collega la Tecnica Individuale al gioco collettivo. Il passaggio serve fondamentalmente a: - Guadagnare Tempo e Spazio - Superare uno o più avversari - Mantenere il Possesso di Palla II passaggio richiede inoltre un minor consumo energetico rispetto al Dribbling e alla Guida della palla. Il tempo del passaggio è dettato dal movimento senza palla del possibile ricevitore. Il passaggio può essere: Diretto: Se viene effettuato sulla figura del proprio compagno. Ad esempio se indirizzato ad un compagno, che, muovendosi in diagonale, venga in appoggio per costituire un punto di riferimento per il Portatore di palla. Se il compagno fosse marcato, il passaggio dovrebbe essere effettuato sul piede opposto al lato dove si trova l'avversario, in modo da consentirgli di effettuare una buona copertura della palla. Indiretto: Se viene effettuato nello spazio libero, sulla direzione di corsa del compagno. Ad esempio, se la palla viene indirizzata in profondità oltre la linea di una difesa schierata a zona nell'interspazio tra due difensori, per l'inserimento da dietro di un compagno. Il passaggio inoltre può essere: Breve o Medio-Breve: entro i 15-20 m . Può essere effettuato con l'interno piede: Viene utilizzato maggiormente dinanzi alla zona pericolosa, dove "il Portatore" deve giocare in sicurezza (entro il proprio campo visivo), per garantirsi una maggior precisione, ma anche a centrocampo, dove non può permettersi di perdere palla. Può anche essere effettuato con l'esterno collo piede: Viene utilizzato più frequentemente in fase di finalizzazione dove occorre più rapidità e più imprevedibilità, anche durante una corsa veloce. Lungo: oltre i 20-25 m. Può essere effettuato calciando con l'interno collo piede. Potendo abbinare potenza a precisione, può essere utilizzato per cambi di giuoco, cross, traversoni etc. Può essere effettuato anche con l'esterno collo piede: Non garantisce la medesima precisione del calcio di interno collo piede, ma potrebbe sopperire alla "mancanza" del piede meno abile, ed essere utilizzato al meglio durante una corsa veloce.
Fig. 4 - Obiettivo: passaggio, guida della palla, miglioramento capacità coordinative: adattamento e trasformazione, equilibrio dinamico, differenziazione, ritmizzazione, capacità di valutazione spazio temporale ecc. 6/7 coppie di giocatori con casacche di diverso colore, disposte ogni 3/4 m. di distanza, si passano la palla utilizzando inizialmente l'interno piede per poi utilizzare tutte le parti del piede. I due giocatori (A) e (B) ognuno con casacca diversa, guidano la palla nel "corridoio ", cercando di evitare i palloni in movimento, rallentando, accelerando la propria corsa, arrestando la palla sotto la pianta del piede per poi ripartire; dovranno lasciare la palla vicino al cono posto in fondo al corridoio, scambiandosi di posto con un compagno dello stesso colore, vincerà la squadra che utilizzerà in minor tempo l'intero organico. Il passaggio può anche essere effettuato con la punta del piede. Questo tipo di calcio sarà usato prevalentemente su terreni fangosi, ma potrà essere usato anche per anticipare l'intervento dell'avversario. In rapporto alle linee perimetrali del campo il Passaggio può anche essere così definito: Passaggio in Profondità: La palla si muove tendenzialmente lungo l'asse maggiore del campo; viene utilizzato soprattutto per le verticalizzazioni, previa il movimento senza palla degli attaccanti atto a creare spazio per vie centrali.
Fig.4
Fig. 5 - Nella situazione di giuoco (a), Il Portatore di palla vedendo il compagno effettuare un corsa in diagonale, da sinistra verso destra, dovrà calciare la palla o con l'interno collo destro o con l'esterno collo sinistro. Nella situazione di giuoco (b), viceversa, il "Portatore ", vedendo il compagno effettuare un movimento da destra verso sinistra, dovrà calciare la palla o con l'esterno collo destro, o con l'interno collo. In entrambi i casi, la palla acquisirà una traiettoria a rientrare favorendo così l'attaccante che, potrebbe concludere in porta senza un ulteriore controllo della palla comunque il passaggio dovrà essere effettuato all'interno dello spazio compreso tra le due bandierine.
Fig.5
Fig. 6 - Obiettivo: passaggio "a muro " e passaggio in profondità. All'interno di un triangolo situato di fronte all'area di rigore, si dispongono 2/3 giocatori su ogni angolo. Il giocatore (A) effettua un passaggio a (B) e va in sovrapposizione, (B) passa a (C) al centro del triangolo che muovendosi a ritroso effettua un passaggio in profondità per l'inserimento di (A), calciando con l'interno collo dx, imprimendo così una traiettoria a rientrare. Passaggio Incrociato: II cosiddetto "cambio di giuoco", con la palla che viene calciata dalla zona destra del campo a quella sinistra o viceversa . Questo tipo di passaggio viene usato pure nell'applicazione di un importante sviluppo di tattica, IL GIUOCO DALLA PARTE CIECA: Sviluppo di tattica in fase di possesso, che può essere utilizzato come contromossa alla Zona, al Pressing, ed al Fuorigioco. Attraverso una fìtta rete di passaggi, congiuntamente al rallentamento del ritmo di giuoco, si cerca di attrarre i giocatori avversari in una determinata zona di campo, per poi metterli in difficoltà grazie ad un cambio di giuoco nello spazio opposto, resosi libero, dove si andrà ad inserire imprevedibilmente un compagno. Ecco che in questo contesto tattico, disporre del calciatore col passaggio di 40-50 m. nei piedi (con palla veloce e traiettoria tesa per guadagnar tempo), sia condizione determinante. Passaggio Trasversale: Con palla che si sposta parallelamente all'asse mediano del campo. Contrariamente ai due precedenti, con questo tipo di passaggio non si conquista spazio. Tra l'altro il passaggio trasversale potrebbe rivestire connotati di notevole pericolosità, se effettuato ad esempio nel contesto di una circolazione della palla, da destra a sinistra o viceversa, sia nei pressi della zona pericolosa che a centrocampo. Soprattutto nel caso in cui il calciatore decidesse di giocare la palla dall'esterno verso l'interno, si potrebbe dare origine ad un intercettamento molto pericoloso da parte di qualche avversario seminascosto, che taglierebbe fuori sia chi effettua il passaggio, sia il possibile ricevitore. Quindi onde evitare spiacevoli esperienze tipo quella toccata all'ingenuo" Junior, in Italia – Brasile nel mondiale '82, che si vide intercettare il proprio passaggio trasversale dal "furbo" Paolo Rossi, che andò ad involarsi verso la porta avversaria per il goal), sarà obbligo del ricevitore, arretrare in diagonale verso il portatore di palla, invitandolo ad effettuare un passaggio indietro.
Fig.6
Fig. 7 - Obiettivo: uno-due-tre, circolazione veloce della palla. All'esterno di un quadrato 5 giocatori sono disposti agli angoli, due dei quali nello stesso angolo con la palla. Il giocatore (A) effettua un passaggio a (B) che, dopo avergli restituito la palla effettua un breve movimento a "mezzaluna " intorno al conetto per ricevere nuovamente la palla da (A) che andrà ad occupare l'angolo di (B). Intanto (B) sempre di prima intenzione passa a (C) e via di seguito. Passaggio in diagonale: Con la palla che si muove obliquamente rispetto alla linea mediana del campo, come ad esempio nel caso appena citato, ma anche in situazioni in cui si debba comunque guadagnar spazio. Per effettuare triangolazioni, passaggi a muro o uno - due etc. Passaggio indietro: Nel caso vi sia l'impossibilità di giocar la palla in avanti, vuoi perché gli spazi sono chiusi, vuoi perché i compagni sono marcati, sarà opportuno, anziché dare un calcione alla palla, effettuare un passaggio indietro al compagno venuto a sostegno, che avrà un campo visivo migliore a disposizione. Non si guadagnerà spazio, ma avremo senza dubbio la possibilità di mantenere il possesso palla, e comunque, nel frattempo, qualche situazione potrebbe sbloccarsi. Anche in fase di finalizzazione, l'attaccante spalle alla porta, trovandosi nell'impossibilità di potersi girare, dovrebbe cercare di trovare un appoggio indietro per quel compagno, che avesse la possibilità di proseguire l'azione, o di concluderla col tiro in porta.
Al momento del passaggio, se possibile dovranno essere considerate ed eventualmente valorizzate le caratteristiche del possibile ricevitore:
- Per giocatori veloci: dovranno essere effettuati passaggi indiretti, nello spazio sulla corsa
- Per giocatori lenti: passaggi diretti, sulla figura.
- Per giocatori dotati di elevazione: potranno essere effettuati passaggi con traiettoria aerea. Ad esempio, disponendo in squadra di attaccanti veloci ma di bassa statura, sarebbe improponibile chiedere agli esterni di andare al cross dal fondo imprimendo traiettorie molto alte, sarebbe più opportuno giungere alla finalizzazione, attraverso veloci verticalizzazioni, uno - due, tagli, corse orizzontali e taglio o movimenti a L, movimenti a mezzaluna etc.
Fig.7
Tuttalpiù i cross potrebbero essere con traiettoria bassa e tesi "sul primo palo" per un eventuale "spizzicata". Il calciatore nel momento dell'esecuzione del passaggio, deve tener conto dei fattori TEMPO e SPAZIO a secondo delle situazioni. Un passaggio lento può dar tempo all'avversario di prendere posizione, di anticipare o intercettare la palla. In fase di finalizzazione, una manovra lenta da modo alla squadra avversaria di concentrarsi dinanzi alla zona pericolosa, quindi, per evitare ciò, sarà opportuno che i passaggi siano veloci con palla tesa e rasoterra, cioè immediatamente giocabile. Pochi passaggi ma veloci. In fase di impostazione, davanti alla zona pericolosa, sarà opportuno, come a più riprese abbiamo sottolineato, giocare in sicurezza (all'interno del cono visivo). Se la squadra avversaria dovesse accennare movimenti a pressione, a quel punto sarebbe opportuno effettuare una circolazione veloce della palla, grazie a passaggi tesi e veloci con palla rasoterra, in modo da non offrire punti di riferimento per Pressioni individuali, Raddoppi e Azioni coordinate di Pressing. Va comunque sottolineato, che non sempre è possibile far circolare la palla in modo veloce, talvolta è consigliabile anche il contrario: vi sono infatti delle situazioni tattiche in cui il ritmo di giuoco deve essere rallentato, per poi magari essere accelerato nuovamente (Es: Giuoco dalla parte cieca), e quindi anche il passaggio potrà essere più o meno veloce. È particolarmente importante che il calciatore effettui il passaggio comunque con imprevedibilità, in modo da non far capire troppo in anticipo agli avversari dove vuoi giocare la palla. Le Capacità Coordinative sono assai importanti nell'esecuzione del passaggio, citiamo tra le tante: • La capacità di differenziazione, che permette di gradualizzare in modo preciso la forza da impiegare nel gesto tecnico. • La capacità di orientamento, che consente al calciatore di muoversi nello spazio in riferimento alla posizione della palla, dei compagni e degli avversari. Viene associata con la cosiddetta "VISTA PERIFERICA".
Fig. 8
- Esercitazione di psico-cinetica, stop e passaggio per trasmissione veloce della palla. All'interno di un quadrato di 4 giocatori disposti agli angoli, si passano la palla alternando al passaggio 'incrociato" un passaggio "lungo linea".
Fig.8
Fig. 9 - Esercitazione di psico-cinetica per il miglioramento della tecnica del passaggio e dei tempi di gioco. All'interno di un rettangolo 5 giocatori sono disposti agli angoli, due dei quali nello stesso angolo con la palla. (A) effettua un passaggio lungo linea per (B), viene a ricevere il passaggio di ritorno al centro e di prima intenzione calcia la palla verso (C) andandosi a collocare alle sue spalle, (fig. a). Conseguentemente (C) effettua un passaggio incrociato verso (E) e va al centro a ricevere il passaggio di ritorno di questi e di prima intenzione appoggia la palla a (D) e va a collocarsi alle sue spalle e via di seguito, (fig. b) l 'esercitazione prosegue alternando passaggi lungolinea a passaggi incrociati. Nel caso in cui il terreno di giuoco sia fangoso, sarà opportuno effettuare il passaggio colpendo la palla nella sua parte inferiore, per imprimere una traiettoria aerea, impedendogli così di impantanarsi nel terreno; così come in caso di terreno bagnato, sarà più logico effettuare passaggi tesi ma sulla figura del compagno.
Fig.9
Il passaggio potrà essere effettuato anche con il COLPO DI TESTA, utilizzando la fronte, che essendo superficie ampia e piatta, garantirà precisione. Collocandosi frontalmente nei confronti della palla e grazie ad un accentuato inarcamento, si potrà offrire al gesto anche più potenza.

di Antonio Acconcia - Allenatore 1° categoria – Istruttore corsi Allenatore di Base
Fonte: dal "Notiziario del Settore Tecnico"
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