Il sito ufficiale dell'F.B.C. Borghetto 1968
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Pino Romeo (del 30/03/2007 @ 15:00:00, in Pillole, linkato 215 volte)
SPORT E TALENTI.
La società occidentale sta cambiando continuamente e repentinamente. La giornata “tipo” del bambino di oggi è diversa da quella del suo coetaneo di venti, quindici, dieci anni fa. Le caratteristiche principali di questo cambiamento riguardano le situazioni che egli vive: gli spazi liberi utilizzabili per giocare sono sempre di meno ed il tempo a sua disposizione viene spesso in prevalenza per attività nelle quali il movimento è una componente marginale. Questa purtroppo è una costante della maggior parte degli ambienti da lui vissuti, sia nelle ore trascorse a scuola che in quelle appartenenti al cosiddetto tempo libero. L’ambiente urbano è ormai imbottito di traffico e malvivenza, tanto che i genitori non si fidano a lasciar giocare i bambini per strada. Lo sviluppo delle tecnologie d’appartamento, come il personal computer e la play station, inoltre, sembrano invitarli a vivere quasi solo tra le mura domestiche. Internet e i telefoni cellulari stanno modificando fortemente il modo con il quale si relazionano tra di loro. Questi cambiamenti si ripercuotono sulla capacità di rapportarsi con l’ambiente, da un lato, e con le persone, dall’altro. La prima conseguenza è quella di una crescente fragilità strutturale, perché meno ci si muove e meno il proprio corpo si adatta a farlo, rischiando di infortunarsi al mutare delle situazioni esterne. Non solo. Muoversi poco e male nei primi anni di vita comporta dei problemi nella formazione anatomica del cervello. Alla nascita, infatti, il tessuto nervoso non è formato, ma semplicemente “abbozzato”, grazie alla presenza di un certo numero di neuroni. Quei neuroni necessitano però di stimoli quotidiani provenienti dall’esterno per rafforzare i contatti tra loro sia in quantità che in qualità. Un cervello che cresce e si forma in un bambino che si muove poco, quindi, sarà il cervello di un adulto limitato, non solo nelle funzioni motorie ma in tutta la sfera cognitiva. Ecco perché la fragilità delle strutture scheletriche, muscolari, tessutali e soprattutto nervose va prevenuta e l’unico modo per farlo è garantire al bambino nei primi anni di vita un elevato numero di esperienze, attraverso l’utilizzo di tutte le vie predisposte a ricevere informazioni dall’ambiente: quelle visiva, uditiva, olfattiva, gustativa, tattile… ma anche e soprattutto quelle vestibolari e cinestesiche, in grado di dare informazioni relative all’equilibrio e alla posizione del proprio corpo nello spazio. In appartamento o seduti ad un tavolo queste vie vengono utilizzate solo in minima parte e le risposte motorie non possono che essere poche e scadenti. Tra le mura domestiche, inoltre, si incontrano pochi coetanei. I bambini di oggi parlano sempre di meno ed invece si rapportano con gli altri digitando e chattando. L’effetto di tutto questo è una crescente solitudine, sommata ad una diminuzione del dialogo, ad una modifica dei processi utilizzati per comunicare, all’uso di un linguaggio sempre più povero. Lo sviluppo cognitivo del bambino passa attraverso il rapporto con l’ambiente e quello con gli altri e quindi i bambini del prossimo futuro rischiano di non sfruttare appieno le proprie potenzialità. La carenza di confronti con sé stessi (muovendosi) e con gli altri (parlando) forse non comprometterà l’intelligenza, ma sicuramente influirà negativamente su autocontrollo e fiducia in sé stessi. Parafrasando una nota pubblicità, si potrebbe ricordare che “l’intelligenza è nulla senza controllo”. La maggior parte del tempo, però, i bambini lo trascorrono a scuola. L’inadeguatezza dell’ambiente urbano alle loro necessità, quindi, potrebbe in parte essere compensata da un’ideazione dei contenuti e degli spazi in ambito scolastico capace di garantirgli quel movimento che il resto del mondo ormai gli proibisce. Se la finalità della scuola è quella di educare e formare i cittadini del futuro, come può non avere negli obiettivi principali quello di permettere alla potenzialità cognitiva di esprimersi nella sua interezza? Il sistema scolastico attuale, pur riconoscendo teoricamente al movimento la stessa dignità delle altre materie, lo porta, in pratica, ad avere un ruolo marginale nel percorso formativo dei giovani. Le cause sono principalmente due: il modo con il quale vengono formati gli insegnanti (percorso magistrale) non sempre utilizza il giusto approccio nei confronti dell’importanza del movimento umano, non considerandolo preponderante per un equilibrata attuazione dei processi cognitivi ma relegandolo a banale elemento ludico, utile quasi esclusivamente a far riposare il cervello tra un’attività cognitiva e l’altra; le strutture, inoltre, a livello nazionale sono molte volte inadeguate per permettere a chi di dovere di proporre nel migliore dei modi l’attività motoria. Di conseguenza al primo problema si hanno insegnanti che non danno il giusto peso all’attività motoria, oppure che, pur intuendone l’importanza, si trovano privi degli strumenti indispensabili per poterla proporre correttamente e quindi “senza fare danni”. Dalla mancanza di strutture adeguate, invece, consegue una vera e propria impossibilità a far muovere i bambini. Il tutto in una programmazione che riserva al movimento solo qualche briciola dell’orario settimanale. Si pensi che l’educazione fisica non è prevista negli asili nido, mentre nella scuola dell’infanzia e in quella primaria è lasciata alla buona volontà degli insegnanti, non più di un’ora a settimana. In alcuni casi sono i genitori ad accollarsi la spesa di qualche integrazione, chiamando ad intervenire professionisti extrascolastici. Un insegnante di educazione fisica vero e proprio compare solo nella scuola secondaria e non ha a disposizione più di cento minuti alla settimana. A dieci anni, però, lo sviluppo motorio del bambino è ormai in gran parte compromesso, tanto che risulterà sempre più difficile intervenire per migliorarlo in futuro. Ogni settimana, inoltre, viviamo centosessantotto ore. Anche se il bambino ne dormisse la metà, gliene rimarrebbero ottantaquattro da trascorrere sveglio. E praticare attività fisica nella scuola secondaria per due ore alla settimana significa dedicare all’educazione motoria un tempo irrisorio rispetto al totale delle ore a disposizione. In realtà il movimento dovrebbe essere tanto e di qualità. Nella necessità di ridurlo, si dovrebbe intervenire sugli anni successivi a quelli dell’infanzia, mentre attualmente avviene proprio il contrario. E’ disarmante che sia proprio la fascia d’età 0-6 anni quella più scoperta dal punto di vista motorio, visto che si tratta del periodo più importante nello sviluppo del bambino.A tutto questo si aggiunge una “tendenza generale” da parte di componenti esterni alla scuola (genitori e mass-media) ad accelerare i tempi, bruciando le tappe. Così già agli asili nido i bambini sono chiamati a compilare schede, a sedersi al tavolo, ad allontanarsi dal loro istinto di muoversi e giocare usando il proprio corpo, per iniziare il prima possibile a sviluppare solo alcune delle loro facoltà mentali. Alla scuola dell’infanzia succede la stessa cosa, tanto che la maggior parte di loro arriva alla scuola primaria già in grado di leggere e scrivere. Da questa “corsa contro il tempo”, però, ne esce sconfitto soprattutto il bambino, che vede privilegiare a torto solo alcuni aspetti del suo percorso evolutivo, a scapito, purtroppo, di quelli più importanti. L’unica soluzione possibile sembrerebbe essere quella di una revisione radicale del sistema scolastico nazionale. I bambini dovrebbero partire dall’esperienza, dal gioco. Da li dovrebbero scaturire quegli stati di necessità che permettano poi di approfondire sui libri le varie materie. Dal giardino, dal campo giochi, dalla palestra dovrebbero nascere i presupposti della curiosità e del bisogno di conoscenza. Seguendo l’orientamento attuale, invece, l’educazione fisica troverà sempre meno spazio nelle scuole. I bambini saranno sempre prima e sempre più in fretta indottrinati, informatizzati, omologati. Le strutture degli uomini occidentali saranno, conseguentemente, sempre meno adatte a muoversi e tutte quelle attività che richiedono un elevato contributo motorio ne risentiranno. I lavori fisicamente più impegnativi, come quelli edili o agricoli, verranno probabilmente svolti da uomini nati in Africa, in Asia ed in Sud America, cresciuti in un ambiente stimolante e non inibente. Lo sport, che dovrebbe rappresentare l’esaltazione del movimento umano, subirà un cambiamento simile, vedendo primeggiare sempre più gli atleti provenienti da quegli stessi Paesi. E’ solo una questione di tempo: quando i vantaggi ambientali saranno accompagnati da un aumento di cultura sportiva, il gioco sarà fatto. Troppe volte si è data una spiegazione di natura “genetica” alla grande abilità dei brasiliani di giocare a calcio o dei cubani di giocare a pallavolo. La componente genetica è fondamentale nella formazione di un talento sportivo, ma non si dimentichi che nella formazione e nello sviluppo del sistema nervoso, l’apporto genetico è relativo e soprattutto è condizionato fortemente dagli input provenienti dall’ambiente esterno nei primi anni di vita. Quindi è difficile che senza una base genetica un bambino diventi un talento, ma è altrettanto difficile che con una base genetica sufficiente, un bambino possa diventare tale senza le sollecitazioni adeguate provenienti dal mondo in cui cresce e vive. Da anni si sprecano i dibattiti su “come” allenare un atleta, su quanto una buona metodologia d’allenamento possa incrementare le possibilità che un individuo geneticamente dotato arrivi a fare sport ad altissimo livello. Il calcio italiano sta perdendo sempre più in “qualità”. Più che in serie A, dove la presenza di giocatori stranieri in parte compensa tale lacuna, lo si può notare nei campionati professionistici minori, dove è palese l’impoverimento tecnico generale. Visto che la predisposizione genetica degli italiani a giocare a calcio non dovrebbe essere mutata di molto da vent’anni a questa parte, si finisce spesso con il dare la colpa alla scuola calcistica. In Italia si sarebbe prediletto per anni (ed è vero) l’insegnamento della tattica e l’irrobustimento fisico dei giovani calciatori a scapito della cura della tecnica. In Italia, in pratica, si sarebbe preteso di allenare calcio senza proporre calcio. Una pretesa che, alla luce delle poche ore dedicate dai bambini al gioco del calcio, ha preso le sembianze di una presunzione. Spesso si prende ad esempio la scuola brasiliana. Bene: in Brasile innanzitutto si gioca a calcio. Non c’è un metodo scientifico, una via studiata a tavolino per “costruire” talenti; ci sono la strada, il gioco libero, la creatività. E nella strada c’è una componente fondamentale troppo spesso trascurata nelle analisi intellettuali occidentali: la quantità. Perché è indiscutibile che meglio un atleta lavora e più è facile che si migliori, ma se quella qualità è concentrata in un numero di ore irrisorio, rischia di diventare inutile. La strada brasiliana, senza allenatori, preparatori atletici, macchine di potenziamento muscolare, elettrostimolatori, è in grado di aiutare gli elementi geneticamente predisposti ad eccellere nel gioco del calcio molto di più rispetto alle alchimie tecnologiche occidentali, semplicemente perché il tempo dedicato al gioco da parte dei bambini brasiliani è decisamente superiore rispetto a quello dedicato dai nostri bambini. Gli allenatori sportivi dovrebbero cercare di intervenire sulla motricità dei loro allievi in modo da aiutarli a migliorare, favorendo confronti utili. Quegli stessi confronti che il gioco spontaneo permetterebbe di compiere in tempi più dilatati. I vantaggi derivanti dalla presenza di un allenatore però, passano attraverso due condizioni: il livello professionale dell’allenatore e il numero delle ore comunque dedicato alla disciplina. Quando la differenza tra le ore dedicate alla disciplina sportiva libera da un bambino brasiliano e quelle dedicate alla disciplina sportiva guidata da un bambino occidentale è troppo marcata a svantaggio del secondo, gli accorgimenti metodologici diventano irrilevanti. I talenti sportivi occidentali diminuiranno sempre più, fino a quando il modello di vita non cambierà, fino a quando non verranno restituiti ai bambini quegli spazi e quei momenti ludici indispensabili per il loro sviluppo. Solo così si potrà invertire la tendenza, permettendo di trarre vantaggi a tutti, non solo agli sportivi. Perché un’infanzia in movimento garantirebbe uno sviluppo più equilibrato anche a chi successivamente decidesse di vivere seduto ad una scrivania. Nello sviluppo cognitivo, come visto. E nel gettare le basi per una salute più duratura. In tal senso vanno sensibilizzate le famiglie. In questa direzione, soprattutto, deve indirizzarsi il dibattito sulla scuola. Per ottenere risultati concreti va per forza di cose riconsiderata la valenza educativa dell’attività motoria. Nei fatti oltre che nelle parole, aumentando drasticamente il numero delle ore settimanali da dedicare al movimento. L’obiettivo finale è quello di ritornare ad una società più vivibile ed equilibrata. Una società che permetta di nuovo ai bambini di giocare all’aria aperta. E questo può avvenire solo dopo aver cambiato la scuola, il modo con il quale si formano i bambini, gli stati di necessità che in loro si inducono. Saranno loro, poi, a cambiare la società in cui si troveranno, perché la riterranno inadeguata. Saranno loro che restituiranno alle generazioni future quell’ambiente vivibile che noi abbiamo perduto..
| Autore: Marco Gaburro | Fonte: Notiziario Settore Tecnico |
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Di Pino Romeo (del 27/03/2007 @ 10:00:00, in Angolo tecnico, linkato 262 volte)

SOLUZIONI IN SITUAZIONE NELLA FASE DI POSSESSO.

In questi ultimi anni gli aspetti tattici hanno sempre più inciso nell’approccio verso le problematiche della gara. La celebrazione di un nuovo sistema di gioco, a volte accolto dai media come la panacea dei mali del nostro calcio, fa sensazione. La disposizione in campo di un 1:3:4:3, di un 1:3:4:1:2 o di un 1:4:3:3 piuttosto di un 1:4:4:2 o di un 1:5:3:2 o viceversa, conferiscono ad un qualsiasi tecnico, o l’etichetta di astro nascente del firmamento calcistico, portatore di chissà quali innovazioni tattiche, o al contrario il marchio di allenatore oramai superato. E’ bene però ribadire, casomai ce ne fosse bisogno, che il sistema di gioco è una dislocazione statica dei giocatori in campo, che pur innovativa quanto si vuole, potrà incidere relativamente. Al contrario, il modulo di gioco, che è lo sviluppo in fase dinamica del sistema, potrà essere fattivamente determinante ai fini della qualità e dell’efficacia del gioco collettivo, grazie all’applicazione degli schemi proposti dal tecnico, con i vari movimenti dei giocatori, nel contesto di un necessario equilibrio tattico. Determinanti ai fini dell’efficienza del gioco collettivo sono i tempi di gioco, dettati dai comportamenti individuali di tecnica applicata e tattica individuale, senza la conoscenza dei quali nessuno schema potrebbe essere applicato con efficacia.

Nella fase di possesso, obbiettivo prioritario rimane la costante ricerca della superiorità numerica in ogni zona del campo, grazie al sostegno che i compagni danno al portatore di palla, in modo da offrirgli più alternative di giuoco, più soluzioni. Il giusto movimento del giocatore senza palla, atto a creare spazio, e lo smarcamento di chi invece deve riceverla, sono comportamenti essenziali ai fini del giuoco collettivo, oltre a dettare i tempi di gioco al portatore, sono presupposti irrinunciabili per il conseguimento della superiorità numerica e del conseguente mantenimento del possesso di palla. Come del resto la finta, il cosiddetto “contromovimento”, atti a conferire sempre quel pizzico di imprevedibilità, sono comportamenti fondamentali a supporto degli sviluppi tattici in fase offensiva. Come tutti ben sappiamo, un conto è la teoria un conto è la pratica sul campo, con incognite e variabili, tra cui anche il comportamento dell’avversario, ed è per questo motivo che dobbiamo dare ai nostri giocatori gli strumenti adatti per ovviare, possibilmente, a qualsiasi variante e per trovare conseguentemente la giusta soluzione di giuoco. Prendiamo ad esempio questa particolare situazione (v. fig. 1/a), il portatore di palla (A) potrebbe avere a disposizione differenti soluzioni anche in funzione del diverso comportamento del difensore:

  • Per un passaggio diretto su (B), che con la sua azione di smarcamento, fingendo prima la profondità per poi venire in appoggio in diagonale, ha imposto il tempo di gioco al compagno in possesso di palla e al compagno di reparto per il movimento complementare per una possibile verticalizzazione (2).
  • Passaggio nello spazio creatosi grazie al movimenti di (D) sulla corsa di (C).

Nel caso in cui (B) riuscisse ad acquisire spazio, grazie ad un abile contromovimento, nei confronti del proprio marcatore, potrebbe controllare la palla con il piede sinistro, orientando il corpo di lato con le spalle alla linea laterale e fronte all’interno del campo, in modo da avere un più ampio campo visivo a disposizione, per poter così scegliere la soluzione più idonea:

1) “Puntare” il proprio avversario cercando di dribblarlo in modo tale da poter acquisire superiorità numerica.

2) Verticalizzare con un passaggio in profondità sul movimento a mezzaluna del compagno di reparto (D).


3) In alternativa giocare la palla nello spazio, creato dal movimento di (D), sulla corsa di (C) (v. fig. 1/b).

Nel caso in cui l’attaccante (B), attraverso il suo movimento, non riuscisse a guadagnar spazio nei confronti del proprio avversario, mantenendo la copertura della palla, non potrebbe far altro che effettuare un passaggio indietro al compagno (A), come presupposto per una possibile verticalizzazione per il movimento di (D), calciando la palla con l’interno collo del piede sinistro o con l’esterno collo del piede destro, imprimendo alla palla una traiettoria “a rientrare” in modo da mettere l’attaccante (D) nelle condizioni di poter “vedere” la porta o, in alternativa, un passaggio atto ad acquisire ampiezza sulla corsa di un terzo giocatore (C), che, partendo da dietro la linea della palla, si inserisce imprevedibilmente nello spazio creatosi grazie al movimento di (D), (v. fig. 1/c).

Consideriamo un’altra particolare situazione tipo (v. fig. 2):
  1. (C) col suo contromovimento detta il passaggio ad (A), che gli passa la palla sul suo sinistro in copertura e si accentra per ricevere il passaggio di ritorno; mentre (B) effettua una corsa in sovrapposizione, (D) attraverso un contromovimento detta il passaggio ad (A), e se il difensore (X) dovesse rimanere in marcatura di (C), potrebbe effettuare un passaggio atto ad acquisire ampiezza sulla corsa di (B) (v. fig. 2/a).
  2. Al contrario, se il difensore (X) dovesse decidere di “staccarsi” per contrapporsi all’inserimento di (B), (D), anziché “cercare” l’ampiezza sulla corsa di (B), potrebbe giocare la palla indietro ad (A) ed effettuare un ampio movimento a mezzaluna, mentre (A) avrebbe la possibilità di verticalizzare, calciando o con l’esterno collo sinistro o con l’interno collo destro sul movimento dell’altra punta (E), oppure effettuare un passaggio incrociato nello spazio creato dal movimento di (E) sulla corsa di (F) atta ad acquisire ampiezza dall’altra parte del campo (v. fig. 2/b).
ESERCITAZIONI NEL TRIANGOLO

Questo tipo di esercitazioni, che riproducono particolari situazioni in zona di finalizzazione, prevedono l’utilizzo complessivo di tre terne di giocatori che, ruotando a turno, si scambiano le postazioni agli angoli, in modo che non ci siano tempi morti tra un turno e l’altro. Tenendo conto della necessaria progressività metodologica, in un secondo momento potranno essere inseriti anche i difensori, in modo da rendere l’esercitazione ancora più situazionale. E’ importante che dopo le varie combinazioni di movimenti e passaggi, in zona di conclusione verso la porta, si riformi sempre un triangolo: un giocatore sul primo palo, uno sul secondo, uno sul vertice alto per una possibile ”ribattuta”.

(fig. 3) - Palla in possesso di (A), il tempo di gioco è dettato dal contromovimento di (B), che ritorna la palla ad (A), e compie un ampio movimento a mezzaluna, (A) verticalizza sul movimento in profondità di (C), calciando con l’esterno collo sinistro o con l’interno collo destro, per mettere (C) in condizione di trovar la palla sulla corsa verso la porta, e continua la corsa come vertice alto del triangolo che si andrà a riformare.

(fig. 4) - Stessa situazione precedente, verticalizzazione di (A), con (C) che finge la profondità ed effettua un movimento a mezzaluna per “saltare” esternamente l’avversario.

(fig. 5) - (A) effettua un passaggio diretto su (B) che ha dettato il tempo col proprio contromovimento, e compie una corsa in sovrapposizione esterna su (B), che a sua volta, gioca la palla verso il centro del triangolo ed effettua un ampio movimento a mezzaluna, mentre (C) viene indietro ed esegue un passaggio in profondità sulla corsa di (A), calciando di interno collo destro. Quindi prosegue centralmente per riformare il vertice alto del triangolo.

(fig. 6) - (A) gioca la palla verso (B) e va in sovrapposizione esterna, (B) che grazie al solito contromovimento può guadagnare spazio e tempo nei confronti del marcatore e orientare così il proprio corpo verso l’interno del campo, in modo da effettuare con più facilità un passaggio in profondità, calciando con l’interno collo sinistro, al di là della linea difensiva sulla corsa a mezzaluna di (C).

(fig. 7) - Questa esercitazione prevede in partenza un solo punto di riferimento in avanti (B), che grazie al solito contromovimento detta il passaggio ad (A) che lo effettua sul piede sinistro di (B) che gli ritorna la palla e compie un movimento “a mezzaluna” per decentrarsi e creare spazio al centro; (A) a sua volta verticalizza, calciando la palla sulla corsa di (C) che parte da dietro la linea della palla.

(fig. 8) - Stessa sequenza della situazione precedente con (B) che scarica su (C) che verticalizza su (B) che compie un rapido movimento “a mezzaluna” mentre (A) effettua una corsa in sovrapposizione a (C) per offrirgli un eventuale alternativa.

Variante dell’esercitazione precedente.

Il portatore di palla (A) passa la palla a (B), che gli ha dato il tempo di gioco attraverso il proprio “contromovimento”, ed effettua una corsa in diagonale in profondità, mentre (B) dopo aver “scaricato la palla su (C) compie a sua volta una corsa a “mezzaluna”. (C)ha così a disposizione due possibili soluzioni per verticalizzare: 1) passaggio in profondità sulla corsa di (A) calciando di interno collo dx o di esterno collo sx; 2) passaggio in profondità sul movimento di (B) calciando di interno collo sx o di esterno collo dx imprimendo alla palla una traiettoria tale da farla pervenire sulla corsa del compagno.

       

 

 di Antonio Acconcia *Allenatore 1ª Categoria - Istruttore Corsi Allenatore di Base

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Di Antonio Bianco (del 25/03/2007 @ 23:28:29, in Prima squadra, linkato 273 volte)
A conclusione di un week end calcistico molto positivo per la nostra società, hanno praticamente vinto tutte le squadre dai pulcini ai giovanissimi, si è aggiunta oggi pomeriggio la vittoria importantissima della prima squadra con un rotondo 3-0 che aggiunto alla sconfitta della nostra inseguitrice, ha permesso ai ragazzi del Mister Vio di festeggiare con una giornata di anticipo la meritata vittoria del campionato di terza categoria e quindi della promozione in seconda. Ci attende domenica prossima una bella festa, naturalmente tutto il settore giovanile è caldamente invitato a partecipare, ed anche tutti i simpatizzanti dell'FBC Borghetto 1968.
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Di Antonio Bianco (del 25/03/2007 @ 23:17:28, in Avvisi importanti, linkato 172 volte)
A causa delle condizioni metereologiche poco clementi, gli allenamenti di lunedì 26 e martedì 27 c.m.  con il Team di allenatori dell' I.F.C. sono rimandati alla prossima settimana, rimandato anche l'incontro con gli allenatori. Passate la voce, grazie.
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Di Fabrizio Losacco (del 25/03/2007 @ 17:01:48, in allievi 1991 -1992, linkato 239 volte)
Ritorno alla vittoria per la compagine granata e qualificazione raggiunta con 4 turni di anticipo alle semifinali del campionato provinciale. Non era certo una gara difficile contro l'andora , però, nel calcio tutto può succedere, pertanto la vittoria ottenuta mette ora in condizione la squadra di prepararsi al meglio per il rush finale. Il risultato finale di 3-1 per il Borghetto è addirittura stretto se si pensa ai cinque legni colpiti e alle innumerevoli occasioni sbagliate sotto porta. Buona comunque la prova di tutta la squadra, che finchè ha giocato con ordine è stata superiore in ogni reparto, non sono mancati comunque gli eccessi di personalismo tipici di alcuni nostri giocatori e ancora una volta non utili al gioco corale di squadra. Miglior in campo oggi Bianco (7,5) ordinato, concentrato e sempre pronto a giocate pulite ed efficaci , molto bene anche Scannapieco (7)impeccabile nel suo ruolo di centrale difensivo non ha concesso nulla agli avversari(il fallo da cui è scaturito il rigore era un metro fuori dall'area ) Bianchi (7) sempre pronto a impostare e rilanciare tenta anche la via del goal , Pisciotti (6,5)ordinato e corretto non si fa mai superare dall'avversario diretto e lancia sempre bene il compagno in fase di attacco Odasso (7) spostato a centrocampo ha impiegato qualche minuto a entrare in partita, poi, ha fatto la differenza segnando anche la terza rete, Chiaro (6)partita buona con qualche spunto personale interessante, Mammana (6) non è proprio la sua giornata, tenta di dare il massimo ma lo tradisce l'ansia di segnare a tutti i costi. Losacco (6,5) stesso discorso come per Mammana, supera gli avversari quando vuole ma non da concretezza alle giocare, ottimo comunque come assist man, Kopasek (7) due reti da raro opportunista e una partita da vero attaccante, Frezza (s,v,) inoperoso forse la squadra avversaria tira in porta solo in occasione del rigore. Fiorillo (6) un po troppo caotico e frettoloso non incide come al solito, Bova (6,5) viene colpito spesso in maniera fallosa, e non riesce a terminare le sue progressioni, comunque è in netto recupero In panchina non utilizzato Canepa. Terminata l'ansia per la qualificazione , ora giunge il momento di lavorare per preparare al meglio la fase finale mettendo in campo tutte le migliori qualità evidenziate nel corso della stagione.
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Di Pino Romeo (del 22/03/2007 @ 17:00:00, in Angolo tecnico, linkato 267 volte)

NON C'È CALCIO SE NON C'È SMARCAMENTO

Il gioco del calcio, al pari di altre discipline sportive collettive, ha la particolarità di mantenere la contemporanea presenza sul campo da gioco di due squadre di giocatori e, quindi, le azioni di gioco sono determinate dalla cooperazione diretta dei compagni di una squadra in possesso palla in rapporto al comportamento degli avversari.

In effetti, l’azione di ciascun giocatore, in ogni momento della gara, dovrà prendere in considerazione: la posizione del pallone e di chi ne ha il possesso, la posizione dei compagni, la posizione degli avversari; solo quando tutto questo complesso di elementi viene percepito sarà possibile elaborare una soluzione efficace della situazione di gioco.

In una partita esistono due situazioni che si alternano continuamente - di possesso e di non possesso palla - chiamate rispettivamente “attacco” e “difesa”, le quali costituiscono gran parte della dinamica del gioco del calcio, anzi, rappresentano il contenuto della “tattica”, attraverso cui si determina il risultato agonistico.

Infatti, proprio la molteplicità delle situazioni e la loro rapida mutevolezza nel tempo e nello spazio (assieme all’elevato numero di giocatori in campo), ha sempre reso problematica la determinazione di principi tattici offensivi e difensivi di generale ed assoluta validità.

Per ovviare a ciò, la ripetizione sistematica degli esercizi per le varie fasi difensive, offensive e di palla inattiva costituisce uno strumento importantissimo, al fine di ottenere un’efficace organizzazione di squadra, indipendentemente dall’età dei giocatori e dalle categorie in cui giocano.

D’altra parte, durante la gara agonistica, la maniera di stare in campo e di giocare di una squadra è lo specchio del lavoro eseguito durante la settimana!

Tuttavia, sebbene in una partita la lettura tattica dell’allenatore possa consentire di modificare l’andamento di un incontro, correggendo le posizioni in campo ed i compiti tattici di alcuni giocatori, a volte, non si riesce ad avere il sopravvento perchè gli avversari dispongono di un organico superiore nelle varie qualità (tecniche, tattiche, mentali), oppure perché l’esecuzione delle giocate da parte dei giocatori non è ottimale.

Dunque, è fondamentale che ogni squadra disponga di un’adeguata organizzazione che si consegue solo con ripetute esercitazioni sul campo durante l’addestramento tattico dei vari allenamenti.

Ed è evidente che, in ogni gara, emerge l’importanza di una precisa fase di gioco, il possesso palla, che è definita come “un azione coordinata di più giocatori che, grazie a un preciso scaglionamento, a una corretta mobilità e a un continuo smarcamento riescono a mantenere e trasmettersi la sfera”.

Il possesso palla è necessario quando si vuole:

·        invogliare l’avanzamento di avversari che attuano un gioco eccessivamente difensivo;

·        tentare di abbassare il ritmo della gara o di una sua fase;

·        preparare un cambio di ritmo improvviso;

·        favorire un cambio di fronte di gioco;

·        ampliare il fronte di attacco;

·        creare i presupposti per gli inserimenti, i tagli, le sovrapposizioni e i movimenti degli attaccanti.

Le esercitazioni per il possesso della palla sono un elemento fondamentale e un principio irrinunciabile nella programmazione didattica dell’allenamento dei calciatori di qualunque età e categoria.

Infatti, per poter insegnare e migliorare il possesso palla, specialmente quando si attacca, diventa di fondamentale importanza far capire il concetto di smarcamento, che è un movimento di tattica individuale, per cui il giocatore in possesso di palla, grazie al continuo movimento dei compagni di squadra che si liberano dalla marcatura degli avversari, riesce ad avere diverse opzioni di gioco.

In questo caso, durante gli esercizi di “possesso palla”, gli elementi tattici basilari che devono emergere sono proprio il continuo movimento dei giocatori negli spazi vuoti per sfruttare al meglio la superficie del campo e la situazione di assiduo sostegno al compagno in possesso di palla!

Tra l’altro, bisogna tener presente che non esiste solo il movimento di smarcamento per ricevere la palla, ma si può eseguire anche una corsa di smarcamento per creare spazio ad un compagno.

In ogni caso, un buon movimento di smarcamento prevede l’assimilazione di tre concetti basilari:

·        tempo di smarcamento: muoversi quando il compagno è in condizione di passare la palla;

·        dove smarcarsi: nella zona “luce”, cioè nell’area visiva del compagno in possesso di palla;

·        come smarcarsi: facendo un movimento contrario (finta) a quello che si aspetta l’avversario.

Peraltro, è chiaro che conservare la gestione del pallone può permettere di rompere il ritmo della squadra avversaria o di far passare il tempo e concedere meno possibilità di veloci e pericolose ripartenze alla squadra avversaria.

Personalmente, penso che le esercitazioni per il miglioramento del possesso di palla sono preminentemente sviluppabili soprattutto mediante “partitelle”, una parte delle quali prevedono l’utilizzo di porte piccole e di spazi molto ridotti; ciò, infatti, potrebbe stimolare nei giocatori la volontà di trovare il metodo migliore per raggiungere gli obiettivi proposti, “costringendoli” ad usare al meglio diversi fondamentali individuali, quali dribbling, finta, ricezione dei passaggi, ecc.
Questa tipologia di esercizi può diventare un elemento importantissimo per la preparazione atletica, perché, in base a quanto proposto, possono verificarsi implicazioni fisiologiche sia del meccanismo anaerobico lattacido (resistenza fisica), sia del meccanismo anaerobico alattacido (rapidità), che si esplicano in un impegno motorio molto simile a quello che il calciatore è chiamato a svolgere durante la partita vera.

Volendo idealizzare quanto detto fin qui, si può schematizzare un’esercitazione tipo fissando:

finalità: acquisizione delle abilità tattiche necessarie per giocare in fase di possesso palla;

  • obiettivi: sviluppo della tecnica individuale in situazione, sviluppo della tattica individuale in fase di possesso palla, sviluppo della tattica di squadra in fase di possesso palla;
  • obiettivi secondari: sviluppo della coordinazione spazio-tempo, sviluppo della capacità di valutazione delle traiettorie, miglioramento dei gesti tecnici, miglioramento dei principi tattici in fase di possesso palla (scaglionamento, penetrazione, profondità, ampiezza e mobilità sul fronte d’attacco, imprevedibilità nell’attacco), miglioramento della comunicazione non verbale della propria squadra.

Comunque, a mio parere, lo smarcamento durante il possesso palla si deve allenare sempre e, fra l’altro, sebbene lo si possa inserire nella fase di riscaldamento, deve costituire la fase principale dell’allenamento, essendo allo stesso tempo sia un mezzo propedeutico al gioco di squadra, sia un addestramento generico delle abilità tecniche.

Logicamente, è chiaro che ogni allenatore dovrà elaborare il programma addestrativo più adatto osservando attentamente il comportamento dei giocatori in gara, in quanto solo la gara può evidenziare i reali punti forti e deboli di ognuno di essi.

Tuttavia, tenendo conto che ogni atleta prova più soddisfazione se le esercitazioni non sono fini a se stesse, ma strutturate come un gioco finalizzato o una piccola gara, ritengo valide proporre l’esecuzione delle seguenti esercitazioni.

 
Esercitazione n. 1

Gioco dei 10 passaggi (possesso palla a 3, 2, 1 tocco), in cui due squadre si affrontano cercando di effettuare almeno 10 passaggi consecutivi per ottenere un punto in uno spazio delimitato in precedenza in base a certi criteri (ad esempio il numero di atleti presenti).

 
Esercitazione n. 2

Palla-rugby, in cui si cerca di mantenere il possesso palla, cercando di portare la palla sulla linea di fondo campo (un punto) ed adoperando la regola del fuorigioco; si gioca in un campo di 60x50 metri, 8 contro 8, ma si può cambiare in base al numero di atleti presenti.

 
Esercitazione n. 3

Il terreno di gioco è un rettangolo di 15x5 metri, suddiviso in tre parti uguali di 5x5 metri “A”, “B”, “C” su cui si dispongono 3 squadre composte da 3 giocatori ciascuna; i giocatori nel settore “A” devono far pervenire la palla rasoterra a quelli posti in “C”, mentre quelli situati nel settore “B” devono cercare di intercettare il passaggio; chi è in possesso di palla può muoversi e passare liberamente la palla nel suo campo, aspettando che chi deve ricevere il passaggio si sia adeguatamente smarcato, ma non si può uscire con la palla fuori dal settore; dopo 3 minuti si cambia.


Tuttavia, si possono inserire alcune varianti:

a) -si può imporre un limite massimo di passaggi in uno stesso settore;

b) -si può dare un punto ad ogni passaggio riuscito da settore a settore;

c) -si può permettere anche il passaggio alto da settore a settore.

 
di Maurizio Ciani*Allenatore di Base c/o Settore Giovanile Palmanova  - Fonte: l’Allenatore n. 01/2006
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Di Pino Romeo (del 19/03/2007 @ 16:00:00, in Pillole, linkato 273 volte)

OBESITÀ NEI PIÙ GIOVANI: UN PROBLEMA NEL PROBLEMA Quando non sono impegnato nei miei compiti professionali, mi piace girare, in maniera anonima, nei campi di calcio della mia città, quelli di terra e pieni di buche, dove nessuno si lamenta e tutti si divertono senza protestare.

E’ molto bello vedere allenatori che per un paio di ore si tolgono gli abiti dell’impiegato, dell’operaio e del professionista ed indossano quelli dell’allenatore di Settore Giovanile.
Queste stupende persone, che con la loro passione verso questo meraviglioso sport che è il calcio, nella vita svolgono un solo lavoro ma, sul campo di calcio, sono “tutto”. Li vedi, cioè, allenare, improvvisarsi preparatori atletici o preparatori dei portieri, fare gli educatori, i fisioterapisti, i medici, i dietologi, gli psicologi. Ed i ragazzini pendono dalle loro labbra perché se il mister ha detto una cosa quella cosa è “verbo”.
Da un po’ di tempo, però, la mia curiosità scientifica si è soffermata su di un certo tipo di giovane calciatore che, purtroppo, è sempre più frequente sui campi di calcio: il giocatore obeso.


L’obesità è diventata una malattia cronica di rilevanza sociale; qualcuno all’università comincia a parlare di epidemia. Infatti recenti statistiche hanno stabilito che ben il 40% degli italiani ha problemi di peso. Di conseguenza, il problema riguarda anche i bambini e gli adolescenti: 3 bambini su 10 (cioè il 30%) sono in soprappeso e 1 su 10 (cioè il 10%) è obeso.
Si va, quindi, dal semplice soprappeso all’obesità di 1° e 2° grado, fino alla grande obesità. Per stabilire il grado di obesità il mondo scientifico fa ormai riferimento a tabelle preparate a proposito ed il metodo seguito è quello dell’indice di Massa Corporea (B.M.I. = Body Massa Index) ottenuto calcolando il rapporto tra il peso dell’individuo ed il quadrato della sua altezza.
Nella maggioranza dei casi, l’obesità non ha una causa ben definita, anche se c’è sempre alla sua base uno squilibrio tra consumo energetico ed apporto calorico. Rimane comunque il fatto che l’obesità è una condizione determinata da molteplici concause, più o meno modificabili, tra cui fattori biologici, ambientali e comportamentali.
La predisposizione genetica è sicuramente un elemento oggettivo; è stato calcolato che, indipendentemente dalle abitudini alimentari famigliari, quando i genitori sono obesi l’80% dei figli tende a diventare obeso; se è obeso solo un genitore, il 40% dei figli tende a diventare obeso; se invece i genitori non hanno alcun problema di soprappeso, soltanto il 7% dei figli diventa obeso.
La predisposizione genetica non è sufficiente perché si verifichi la malattia. Le concause che si vanno a sommare sono: la quantità di cibo introdotto nell’organismo, lo stile alimentare e lo stile di vite acquisito.
Del resto il termine “dieta” deriva dal greco DIAITA che significa “stile, modo di vivere” e che nell’antica Grecia stava ad indicare il complesso delle norme di vita atte a mantenere lo stato di salute. Ho voluto fare questa premessa di natura scientifica prima di entrare concretamente nel merito della questione.
E’ opportuno che un giovane in sovrappeso, o addirittura obeso, prima di iniziare a giocare al calcio, riduca la sua massa corporea e, quindi, il suo peso. E’ scorretto, nei confronti del ragazzo e della famiglia, consigliare il gioco del calcio come strumento di riduzione del peso. Le complicazioni indotte dall’attività calcistica per un giovane obeso sono sicuramente molte mentre, credo di poterlo affermare, di vantaggi non ce ne sono.
Cerchiamo di capire perché non è opportuno che un giovane obeso faccia, come attività fisica, il gioco del calcio. In primis perché il gioco del calcio non è una disciplina aerobica che consente, nel tempo prolungato, di “bruciare” il superfluo. Il calcio, infatti, è uno sport situazionale dove la componete aerobica è solo una di quelle attivate durante il gioco. La coordinazione generale e specifica del gioco del calcio è soprattutto una coordinazione fine degli arti inferiori che fanno della velocità e della rapidità le caratteristiche essenziali sotto il profilo condizionale e che, sommate ai prerequisiti di base specifici del gioco del calcio, rendono il giovane calciatore più o meno abile.
Allora, come si può migliorare la tecnica individuale di un soggetto in soprappeso, o addirittura obeso, quando questi ha problemi addirittura nella corsa? Quali e quante patologie possono nascere a livello articolare, osseo e muscolare proponendo un’attività fisica ad alta intensità a chi deve spostare dei pesi eccessivi distribuiti sulla sua struttura fisica? Oltre a questi aspetti di natura fisica, occorre poi comprendere che un giovane deve praticare l’attività sportiva in funzione delle sue caratteristiche fisiche. Troppe volte questi ragazzi in soprappeso vedono sfrecciare i loro compagni a velocità per loro irraggiungibili e con coordinazioni motorie molto più evolute. Accade allora che questi ragazzini, che a volte, in maniera spietata, vengono derisi dai compagni di gioco, o fingono di farsi male o si mettono in porta, sperando di occupare con la loro massa il maggior spazio possibile per evitare i gol e conquistarsi in questo modo la stima dei compagni e dell’intero gruppo.
Credo che i ragazzi che subiscono questo tipo di “attenzioni” possano, a livello psicologico, risentire di questo essere diversi nel momento del gioco che, a livello di fascia d’età evolutiva, ha una straordinaria importanza. Il calcio è un gioco crudele perché, a qualunque livello, è selettivo; sicuramente, però, gli operatori del settore possono impedire alcune forme di linciaggio psicologico ai giovani che stanno crescendo, consigliando agli interessati di consultare, prima di intraprendere un’attività così impegnativa, un medico dietologo che possa affrontare con la dovuta scientificità il problema. Quindi è meglio che i tecnici facciano i tecnici e non creino false illusioni, difficilmente realizzabili, in un mondo delicato qual è quello dei settori giovanili. Cerchiamo, quindi, di non proporre diete se non conosciamo la composizione degli alimenti né il fabbisogno energetico di un giovane e, tantomeno, quanto sia necessario e quanto sia, invece, superfluo per un organismo in fase evolutiva.
QUALE SPORT PER I BAMBINI CON TENDENZA ALL’OBESITÀ?

Le attività più utili contro l’obesità sono le aerobiche. Quelle cioè in cui i muscoli consumano ossigeno continuamente per avere le energie necessarie allo sforzo. Tra le attività più consigliabili per gli obesi di 1° grado, c’è il pattinaggio. Con questo sport aerobico tutto il corpo, dalle gambe al busto alle braccia, brucia calorie.
Sempre seguendo questo percorso, ancora una volta è la cyclette uno degli strumenti più facili e comodi da utilizzare. Pedalare, anche al chiuso, ma senza effettuare saune di sudore e senza alterare il ritmo cardiaco, si dimostra utile in tutti i casi di obesità. Altre attività, come la palestra, fanno consumare poche calorie a dispetto di una grande fatica.
La corsa potrebbe essere l’ideale, anche per vincere lo stress e quindi eliminare una delle cause scatenanti la sovralimentazione, ma quando si è in sovrappeso è difficile correre caricando sulle nostre povere articolazioni tutto il peso corporeo.
Se da una parte combattiamo l’obesità, dall’altra i continui microtraumi a cui si assoggettano ginocchia e caviglie possono procurare spiacevoli infortuni. L’immobilità a cui si sarebbe costretti non farebbe altro che dar fiato all’obesità.
Il nuoto è indicatissimo, ma solo per chi ha già pratica con questo sport, altrimenti non è tra i più consigliati. Perché se la bracciata è fluida e spontanea si pratica un’attività aerobica, naturalmente in armonia con tutte le parti del corpo e con la respirazione. Se invece dopo qualche metro si annaspa, ci si ferma o si forza sull’acqua utilizzando solo alcuni muscoli delle braccia e delle gambe, l’effetto può diventare controproducente.

di Enrico Fabbro*Allenatore di Base c/o SS. Lazio e membro della Commissione Nazionale del Settore Giovanile e Scolastico della FIGC

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