Il sito ufficiale dell'F.B.C. Borghetto 1968
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Antonio Bianco (del 28/04/2006 @ 21:43:01, in Tornei di Primavera, linkato 248 volte)
Inizia il torneo dei Piccoli Amici, siete tutti invitati al campo.
L'inizio però è alle 15.00 e non alle 9.00 come indicato nel manifesto.



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Di Fiorenzo Panizza (del 27/04/2006 @ 08:26:29, in juniores, linkato 1935 volte)

Modifica

Il torneo di Cengio è terminato con il nostro settimo posto. E' stata comunque una buona esperienza in quanto il calendario ci ha messi di fronte alla Cairese (regionali 89), vincitrice del torneo, per la quale, nonostante la differenza di età, siamo stati un osso duro da rosicchiare e solo grazie ad un rigore al 10° della ripresa sono riusciti a sbloccare il risultato. Il torneo, con la formula a eliminazione diretta ci ha posti poi di fronte al Finale (regionali 89), con il quale siamo stati penalizzati dalla leggerezza di un nostro giocatore che dopo aver segnato il goal si è tolto la maglia in segno di esultanza ed è stato espulso per doppia ammonizione. Ridotti in dieci uomini siamo comunque riusciti a passare in vantaggio ma, successivamente,  due reti subite in clamorosa posizione di fuorigioco ci hanno definitivamente tagliato le gambe. L'ultimo incontro ci ha visti prevalere ai calci di rigore contro i padroni di casa dopo che l'incontro era terminato 1 a 1, ma il risultato è stato suffragato da un'ottima gara che ha visto la nostra compagine dominare la partita e, solo la sfortuna ci ha impedito di vincere nei tempi regolamentari.      

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Di Antonio Bianco (del 25/04/2006 @ 13:38:01, in Pulcini 1° fascia, linkato 326 volte)
Primo ed unico torneo a 11 della stagione per i pulcini 95, ad attenderci un girone "di ferro" con il Genoa e l'Ospedaletti, la prima gara la perdiamo 1-0 contro l'Ospedaletti comunque non meritando la sconfitta, anche se le prime lacune nel gioco a 11 sembrano già evidenti, peraltro l'unico gol subito era in netto fuorigioco non ravvisato dall'arbitro; nella seconda gara che ci vedeva impegnati con i pari età del Genoa possiamo dire che tutto sommato siamo riusciti a limitare i danni perdendo solo, si fa per dire, per 3-0; conclusa la prima fase all'ultimo posto del girone procediamo con la seconda dove veniamo battuti per 2-0 dall'Alassio che ha meritato certamente la vittoria, occupando bene gli spazi e sfruttando le occasioni che abbiamo concesso.
Andiamo a giocare così la finale per l'ultimo e penultimo posto
contro la Bolzanetese (che emozione) , e in questa gara forse un po' per orgoglio e un po' per aver preso le misure del gioco a 11, i nostri ragazzi sono riusciti ad imporsi per 2-0, giocando la migliore gara del torneo.
Dopo quattro finali raggiunte, di cui 2 vinte, su quattro tornei disputati, abbiamo scoperto le difficoltà del gioco a 11 ed il lavoro che ci attende per la stagione ventura sarà molto, sinceramente pensavo che ci trovassimo meglio nel calcio dei grandi ma gli elementi per poter ben sperare non mancano.
Una nota di plauso alla Loanesi che nella finalissima, persa ai rigori, nel primo tempo ha messo sotto i ragazzi del Genoa mancando solo per un soffio il meritato vantaggio, e devo dire che ha tenuto bene anche nel secondo dove ha saputo contenere il ritorno dei più blasonati rossoblu, bravi !!
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Di Pino Romeo (del 25/04/2006 @ 11:00:00, in Angolo tecnico, linkato 284 volte)

LA RELAZIONE ALLENATORE - ATLETA NELLO SPORT GIOVANILE

Lo sviluppo dello sport nel mondo porta a dichiarare che esso riveste notevole influenza nello sviluppo del giovane e contribuisce a formare il fisico, la personalità e le abitudini sociali. La pratica sportiva è un mezzo per sviluppare caratteristiche positive come la capacità di affrontare e superare difficoltà, la consapevolezza delle proprie possibilità, l'autonomia, la motivazione, il successo, la capacità di collaborare con gli altri. Queste potenzialità dello sport che sono indubbie, non si realizzano però in modo automatico. E cioè lo sport di per sé non determina e fa affiorare sempre questo complesso di influenze positive; al contrario può ingenerare altrettante influenze di tipo negativo qualora le figure adulte (genitori - tecnici - dirigenti) che organizzano e gestiscono lo sport giovanile non spingano verso una direzione positiva e rendano lo sport di fatto educativo. Per contro è bene dire che lo sport possiede una tale forza intrinseca educativa con una serie di regole, comportamenti, consuetudini, valori che a volte il giovane rimane miracolosamente immune da forzature ed aspetti diseducativi dell'ambiente in cui cresce. Numerosi autori hanno evidenziato come l'esperienza sportiva dei giovani atleti sia influenzata fortemente dall'allenatore ed in particolare dal suo modo di porsi nei rapporti con i ragazzi (modalità di interazione).  Small e Smith (1988) ritengono che l'allenatore sia determinante per il livello di stress competitivo che i ragazzi possono vivere nell'attività agonistica. Nel concetto di stress è insita la datata diatriba tra agonismo e non agonismo. Chi è favorevole allo sport competitivo afferma che le gare (o le partite) offrono l'occasione agli atleti di imparare a gestire situazioni stressanti; chi è contrario, ritiene che la competizione racchiuda in sé un fattore di stress eccessivo in grado di inibire desiderio e piacere e ridurre il divertimento.

Per Martens, Vealey e Burton, lo stress è definito come il processo che porta all'ansia di stato, la quale deriva dalla percezione dello squilibrio fra richieste dell'ambiente e capacità personali di risposta. In pratica c'è un livello di ansia che può essere considerato fisiologico e anche utile per la prestazione, nel quale l'atleta percepisce lo squilibrio reale e non altera artificiosamente le differenze fra richieste dell'ambiente e capacità di risposta. L'ansia di tratto è quell'ansia dove gli equilibri non vengono rispettati ed è provocata da livelli di stress eccessivi. Con i giovani, in particolare con i bambini, l'allenatore influenza notevolmente il modo in cui viene percepito il livello di capacità personale come pure l'importanza del risultato, della gara, della partita. E' l'allenatore infatti che esprime valutazioni sulle prestazioni, sui livelli e ritmi di apprendimento, sulla padronanza delle tecniche specifiche. Assieme ai genitori, inoltre, è l'allenatore che, in prossimità di una competizione può caricare il ragazzo di aspettative, esagerando i toni sull'importanza della gara e del risultato. Questo atteggiamento viene amplificato ulteriormente nei soggetti ansiosi e con bassa autostima. Il comportamento dell'allenatore è significativo anche per quanto riguarda le motivazioni alla partecipazione e l'abbandono. Il suo atteggiamento è decisivo per mantenere vivo nei ragazzi l'entusiasmo verso la pratica e per favorire l'acquisizione e lo sviluppo di competenze e abilità. Una ricerca su come i giovani atleti percepiscono i comportamenti del proprio allenatore prima e durante una competizione e come vorrebbero fosse l'allenatore ideale è stata effettuata nel 1995 su 332 soggetti nella fascia d'età 10 - 14 anni (Bortoli, Malignani, Robazza) praticanti sport individuali e di squadra. Il questionario prevedeva una scala a 5 punti con le valutazioni da : no per niente a: sì, moltissimo. Lo stesso questionario veniva riproposto anche per allenatore ritenuto ideale. I risultati relativi al proprio allenatore hanno messo in evidenza che, in generale, gli atleti non erano del tutto soddisfatti del proprio allenatore, manifestando l'esigenza di modalità diverse d'interazione.

In particolare per i ragazzi l'allenatore dovrebbe:

-         arrabbiarsi e urlare di meno durante le gare

-         dare importanza anche al divertimento e non solo al risultato o alla vittoria

-         incoraggiare e sostenere l'atleta in caso di errore.

Ciò non significa che l'allenatore deve spersonalizzarsi, rinunciare al suo modo di essere, perdere l'entusiasmo di far ciò che fa, spesso in forma gratuita, ma deve solo padroneggiare meglio certe situazioni e quindi deve crescere non solo nella tecnica specifica ma anche da un punto di vista pedagogico e didattico proprio perché le sue competenze tecniche possano meglio attecchire qualora supportate da strategie di tipo motivazionale.

Un cenno a proposito del concetto di vittoria.

Sulla vittoria Small e Smith hanno espresso la seguente filosofia:

-         vincere non è tutto, è un obiettivo importante ma non è l'unico

-         la sconfitta nella competizione non è un fallimento personale o una minaccia al proprio valore come persona

-         vittoria e successo non sono sinonimi; anche una sconfitta può coincidere con un miglioramento della prestazione o con il raggiungimenti di un obiettivo stabilito.

-         successo non è solo vincere ma soprattutto lottare per vincere.

Per l'importanza che gli aspetti motivazionali assumono nei giovani, gli allenatori dovrebbero conoscere le strategie per rendere la pratica sportiva un'esperienza gratificante ed eliminare o almeno ridurre le cause di abbandono precoce.

Alcune di queste strategie sono le seguenti:

-         analisi del compito

-         istruzioni pre-pratica

-         modalità di presentazione delle proposte

-         uso del feedback

-         individualizzare le richieste

-         stimolare la scoperta individuale di risoluzione del compito. 

L'Autore: Prof. Stefano Bearzi, Insegnante di educazione fisica, Allenatore. 

 

Fonte: sportwebinforma.it      

 

ALLENAMENTO PER GRUPPI OMOGENEI

 

Nelle squadre giovanili di calcio, come nelle classi scolastiche, non tutti i ragazzi dispongono di tutte le abilità tecnico-tattiche per cui manifestano differenze significative, non solo sul piano delle abilità calcistiche, ma anche su quello relativo alle caratteristiche di personalità e ai diversi stili di apprendimento.

C’è, infatti, chi è più o meno attento e concentrato, chi dimostra maggiore motivazione e chi invece ha bisogno di essere continuamente stimolato, chi apprende rapidamente e chi ha bisogno di tempi più lunghi, chi è particolarmente sensibile ai rimproveri e chi, apparentemente, non si lascia scalfire dagli stessi, chi è irrequieto e disturba, chi si isola, e così via.

A questo punto sorgono spontanee alcune domande:

  • È giusto proporre a tutti le stesse attività?
  • È meglio proseguire con i più capaci e rischiare di perdere per strada i meno dotati o viceversa rispettare i tempi di chi mostra difficoltà con il rischio di rallentare lo sviluppo degli altri, demotivandoli?

Per rispondere a questi interrogativi è importante rendersi conto che un gruppo è formato da ragazzi diversi per capacità, interessi, motivazioni, inclinazioni, esperienze compiute, modi e tempi di apprendimento.

Poiché non tutti apprendono allo stesso modo, non si possono rivolgere le stesse proposte a tutti i ragazzi, ma si devono diversificare i percorsi didattici attraverso l’allenamento per gruppi omogenei  che, oltre a rispettare le differenze individuali, offre ad ognuno il modo di esprimere le proprie potenzialità e di raggiungere i massimi traguardi personali.

Ciò richiede agli allenatori dei gruppi numerosi un’adeguata valutazione delle qualità degli allievi, in modo da evitare sia le frustrazioni conseguenti ad obiettivi troppo elevati, sia la demotivazione che deriva dal raggiungimento di traguardi troppo facili.

Si ricorda che il miglioramento dei singoli calciatori consente il miglioramento dei gruppi e che il gruppo è strettamente dipendente dai singoli.

“Tanti buoni calciatori possono formare una buona squadra”, mentre “Un gruppo di giocatori scarsi non forma una buona squadra!”.

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Di Pino Romeo (del 25/04/2006 @ 11:00:00, in Pillole, linkato 273 volte)

GENITORI E CALCIO

 

È difficile per un genitore osservare il proprio figlio mentre corre in un campo da gioco e non avere il batticuore, quando tocca la palla e per un momento diviene il protagonista. In un attimo scorrono davanti ai suoi occhi una serie di frammenti di vita, tra cui l’emozione di trovarsi lui stesso, ancora bambino, a governare una situazione di gioco condivisa da un gruppo, non necessariamente legata al calcio, con degli avversari da superare ed i compagni attorno che si affidano a te. Ed ora è il proprio figlio che si imbatte in una situazione analoga, tale da rappresentare la vita stessa, fatta di mete condivise e di ostacoli da superare. Lui in mezzo al campo a giocarsi la sua partita.
Non esistono altri genitori, non esiste l’allenatore, né il resto della squadra, ma si vede solo lui, quel figlio e tutto il resto che gli gira attorno, come se si trattasse di una condizione inscenata per fargli da sfondo. Tale figlio, vissuto come il centro dell’universo, attiva una miriade di emozioni, che partono dall’amore più grande e che per tale ragione sono legittime e comuni a tutti i genitori, ma che inconsapevolmente possono trasformarsi in emozioni fuorvianti, quando le fantasie che si legano a queste si scontrano con una realtà ben diversa. Così il genitore che si aspetta la vittoria per esultare assieme al figlio, può non riconoscere che la partita è stata persa perché la squadra avversaria ha compiuto una prestazione migliore e dà la colpa all’arbitro, all’allenatore, senza riconoscere che le proteste nascondono la rabbia di non aver visto il figlio vincere.
Spesso, eventi come questi accadono perché il genitore oltre a dimenticare che il calcio giovanile è prima di tutto un gioco, non è a conoscenza delle dinamiche che questo sport attiva e che possono involontariamente coinvolgerlo senza rendersene conto. Egli non sa a cosa portano le emozioni provate al bordo campo, se non sono ben dosate e gestite.

I suggerimenti che seguono sono diretti a quei genitori che, attraverso la conoscenza di certi meccanismi, intendono emozionarsi di fronte al proprio figlio che gioca, andando oltre il ruolo di semplice spettatore. Quei genitori che accettano di farsi coinvolgere attivamente nello sport del figlio, adoperando l’energia che accumulano nel seguire i suoi eventi calcistici, non per sbraitare dalla tribuna o per criticare fuori gli spogliatoi, ma per cercare di proporsi al loro giovane atleta come un valido sostegno in ogni esperienza che compie, lungo il cammino che lo condurrà a diventare il futuro uomo di domani.

Insegnare al proprio figlio a tollerare la frustrazione
Ogni genitore per il proprio figlio vorrebbe il meglio e se fosse possibile gli eviterebbe di imbattersi in qualsiasi esperienza negativa. Semplicemente perché lo ama molto. Ma proprio per questo, bisogna avere la forza di fargli sperimentare, oltre alle cose belle, le delusioni e le esperienze problematiche.
A tale proposito, il calcio oltre a permettere al bambino di fare esperienza di una serie di eventi positivi, da l’opportunità di cimentarsi nella sconfitta, attraverso la partita persa, i rimproveri del compagno, il gol subito o la mancata convocazione. Anche se per ogni genitore è doloroso vedere il proprio figlio deprimersi o soffrire per ciò che sta vivendo, è importante insegnargli che bisogna tollerare i momenti difficili, perché con questa esperienza si propone al bambino l’opportunità di trovare la strategia personale per reagire alle situazioni stressanti della quotidianità.
Se non si insegna ai propri figli che le cose non vanno sempre come si desidera, da adulti non saranno in grado di farlo da soli. Quindi bisogna sostenerli a sopportare una delusione che viene dall’esterno, guardando con ottimismo alle opportunità future di riscattarsi, suggerendogli in questo modo una strategia per non sentirsi sopraffatti dagli eventi. Il calcio dà l’opportunità ad un bambino di fare questo tipo di esperienza, bisogna sostenerlo e spiegargli con amore che più si imparano a sopportare le sconfitte più ci si rafforza, ma prima è necessario che sia convinto di questo il genitore che suggerisce il messaggio.

Distinguere se stesso dal proprio figlio

Spesso il proprio figlio è vissuto come un prolungamento di se stessi. Questo atteggiamento, spontaneo e non controllabile, è la conseguenza della tendenza dell’essere umano a vedere una parte di sé nel bambino che mette al mondo. Se succede di vedere piangere il proprio figlio in mezzo al campo perché ha sbagliato il rigore o ha subito un fallo, ci si sente inquieti e si può reagire in modo brusco, magari con il genitore di quel bambino autore del fallo. Tutto ciò accade perché quell’esperienza è stata vissuta come un attacco alla parte di se stessi a cui si tiene di più, ovvero quella proiettata sul figlio. In questo senso, il genitore vive le esperienze del proprio figlio come se fosse lui a farle, recependo le sue sconfitte come se fosse lui il perdente, sovreccitandosi anche in modo troppo acceso se il figlio vince. Questo atteggiamento non passa inosservato al bambino, che è sensibile agli stati d’animo del genitore ed al modo in cui egli si comporta o parla con lui. Se dopo aver perso la gara, vede il genitore affranto con il suo silenzio o ipercritico, oppure a seguito di una vittoria lo sente esprimere un eccesso di elogi, l’idea che si fa è che sia accettato da lui soltanto se vincente. Ciò può portarlo, nel momento in cui si appresta a disputare la gara, a concentrarsi soltanto sul tentativo di non perdere, per evitare di sopportare la delusione di vedere insoddisfatto il proprio genitore. Sarebbe invece costruttivo che si concentrasse sulla collaborazione con gli altri compagni, su ciò che gli suggerisce dalla panchina il mister e disputare la propria gara, non quella che si aspetta il genitore.

Lasciare al proprio figlio lo spazio di farsi un’idea personale degli altri e delle situazioni

Il bambino di solito, valuta le sue esperienze in base a come i genitori le vivono, in quanto non ha ancora senso critico. Se si dice al proprio figlio: “Questa maglietta ha un colore che non ti sta bene” lui molto spesso non riesce a capire che si tratta di un giudizio personale, ma pensa che in assoluto quel colore non gli stia bene. Nel contesto dell’esperienza calcistica questo significa che dargli giudizi personali su altri calciatori, o sull’allenatore, o su un’altra squadra, potrebbe confondergli le idee, inquinando il rapporto che il bambino tenta di stabilire con gli altri.

A volte dopo una partita, il genitore, insoddisfatto del risultato o della prestazione del figlio, si mette a criticare le decisioni del mister, non rendendosi conto, per mancanza di conoscenza di questi meccanismi, che così facendo svalorizza una figura di riferimento per il figlio, discernendola di credibilità. Inoltre, ciò può indurre il bambino, che tende ad imitare il genitore, all’abitudine di criticare tutti, proiettando spesso sugli altri il motivo di una sconfitta, o di un’ammonizione, senza riconoscere le proprie manchevolezze. In questo senso può capitare che invece di rendersi conto di non aver giocato molto bene, si dà la colpa all’arbitro, o all’allenatore, soprattutto se si assiste alle affermazioni di un genitore che non riconosce i limiti del figlio. Così facendo, si esclude al bambino l’opportunità di riflettere e capire dove si è sbagliato, traendo da ciò degli spunti di crescita.

Delegare la preparazione del figlio, esclusivamente all’allenatore.

Partecipare all’attività del figlio come se si assistesse al calcio degli adulti, entusiasma e coinvolge i genitori, ma senza dubbio relega in secondo piano l’attenzione per il bambino e molto spesso incide sulla figura dell’allenatore, esponendolo a critiche e giudizi poco obbiettivi, che rischiano di demotivarlo ed interferire sul lavoro che compie con impegno e professionalità. Di fronte a questo problema, non si può avere la pretesa di modificare una concezione del calcio che ha radici culturali profonde e largamente condivise. Bisogna tuttavia riconoscere, che spesso il genitore agisce in modo inadeguato involontariamente, perché non si rende conto che l’allenatore rappresenta per il proprio figlio una figura di riferimento importante, che il bambino tende ad idealizzare e che le critiche rivolte al tecnico possono disorientarlo. L’allenatore che lavora in una scuola calcio dovrebbe essere riconosciuto un ruolo ben diverso da quello del tecnico delle squadre che si seguono in televisione, in quanto egli è un educatore che nell’istruire allo sport, insegna al bambino ad esprimere le sue potenzialità al meglio, intendendo con queste non solo le capacità tecniche, ma la capacità di socializzazione in un gruppo, di gestire l’ansia attivata dal mettersi in gioco, la capacità di diventare autonomi negli spogliatoi, di rispettare l’autorevolezza dell’allenatore, quindi una serie di aspetti dal valore educativo utili per la crescita.

Non ci si può, quindi, limitare a valutare il suo operato esclusivamente dal numero delle vittorie e dalle sconfitte raccolte, ma bisogna predisporsi a valutare in un modo più ampio il suo lavoro ed i suoi risultati, cercando di interferire il meno possibile. In questo senso, il genitore dovrebbe essere in grado di lasciare l’allenatore libero di fare le sue scelte, anche perché se è vero che nessuno meglio del genitore conosce il proprio figlio e pur vero che nessuno meglio dell’allenatore conosce la sua squadra.

Se poi i risultati non sono soddisfacenti per il genitore, bisogna considerare che potrebbero esserlo per l’allenatore, che per esempio con una formazione alternativa mandata in campo intende, magari, sperimentare nuove potenzialità del gruppo al di là del risultato. Molto spesso, il genitore concentrato esclusivamente sul risultato, non coglie taluni aspetti e muove più o meno direttamente delle critiche, che rischiano di confondere il tecnico e ripercuotersi sull’andamento della squadra, inficiando proprio su quello a cui i genitori aspirano, ovvero veder vincere il proprio figlio.

Cercare di comprendere cosa ci si aspetta dal proprio figlio

Il comportamento del genitore a volte, senza volerlo, può indurre il figlio a pensare di non essere adeguatamente accettato se non riesce a rendere per quello che il genitore si aspetta da lui. Ciò può interferire sulla concentrazione dell’atleta e soprattutto rappresenta uno dei fattori che attivano l’ansia preagonistica, che è la principale causa del calo di prestazione in campo da parte del calciatore.

Il genitore dovrebbe cercare di rendersi conto di quali siano le sue aspettative nei confronti del proprio figlio e quali siano le reali capacità del figlio di attuarle. Ogni bambino ha le sue preziose potenzialità e se tra queste non ci rientra la capacità di giocare bene a pallone, bisogna essere in grado di riconoscere che il proprio figlio potrebbe sentirsi molto più realizzato e sicuro di sé nell’ambito di un altro sport. A meno che non gli si faccia capire che il calcio è un gioco e che prima di tutto ci si deve divertire, in questa ottica non è necessario essere un campione per disputare una gara.

Il genitore dovrebbe sapersi concedere uno spazio di riflessione, in cui chiedersi cosa si aspetta dal proprio figlio, in questo modo potrà rendersi conto che al di là delle aspettative compensatorie per cui si desidera vedere attuare in lui quello che non si è riusciti a diventare, l’aspettativa profonda a cui ogni genitore tiene di più è senza dubbio quella di desiderare che il proprio figlio diventi un adulto sereno. Per far si che ciò avvenga bisogna prima di tutto lasciarlo libero di essere quello che è e proporsi a lui come un valido riferimento da cui trarre conforto ma anche incitamento, controllando meglio che si può l’insidioso tentativo che a volte sfugge, di plasmarlo secondo i propri desideri.

In conclusione quel genitore che in tribuna si emoziona perché il figlio sta calciando il pallone, assieme al desiderio di vederlo vincere dovrebbe tentare di vedere la situazione con un’altra ottica, per cui incitarlo affinché non demorda nell’affrontare meglio che può l’avversario, impegnandosi con tenacia nel perseguire le direttive del mister, non abbattendosi se qualcuno più forte di lui lo contrasta. In tal modo, il genitore diviene spettatore di un evento più soddisfacente della vittoria stessa: vedere il proprio figlio impegnato ad esprimersi al meglio indipendentemente dal risultato, dal momento che entra in campo fino al fischio finale di quella partita che è solo sua. In questo modo il giovane calciatore può gratificarsi del fatto di aver recepito non solo dall’allenatore, ma anche dal papà, o dalla mamma, l’insegnamento per cui gli avversari in campo, come le avversità nella vita, si affrontano dando il meglio di se stessi, indipendentemente da quanto si è bravi o meno a giocare a pallone.

di Isabella Gasperini*

 

* Psicologa, Psicoterapeuta - Cisco Lodigiani Calcio

 

 

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Di Antonio Bianco (del 23/04/2006 @ 20:44:11, in Pulcini 1° fascia, linkato 277 volte)
FBC Borghetto 1968 1 - Speranza 0

Il buon stato di forma dei nostri pulcini 95 è stato riconfermato nella giornata di Coppa Ansaldo di Sabato 22, nella partita casalinga abbiamo portato a casa una vittoria per 1-0 con i ragazzi dello Speranza con una buona prestazione generale della squadra e qualche intervento decisivo dei portieri.
Questi i protagonisti: Jacopo Vargiu, Matteo Richero, Daniele Torterolo, Giacomo Mele, Marcello e Giacomo Miceli, Sebastiano Crivello, Andrea Fedozzi, Matteo Bertorello, Andrea Cammarata, Gianluca Briozzo di cui l'unica rete della gara.



U.S. Pontelungo 1 - FBC Borghetto 1968 5

Fuori casa contro il Pontelungo, a termine di una gara sempre dominata ma decisa soltanto nel terzo tempo, dopo essere passati in svantaggio, i nostri ragazzi sono riusciti a capitalizzare solo in parte le innumerevoli occasioni create nell'arco di tutti i tre tempi, realizzando comunque 5 reti a 1.
Ecco i granata: Samuele Accame, Gabriele Pelazza, Stefano Lamarra, Marouane Dahmani, Nicolas Nardulli, Simone Contratto, Suffien Dahmani, Gabriele Bianco, Luis Vite; da segnalare un paio di interventi strepitosi di Samuele, le due reti di Gabriele Bianco e l'ottima doppietta di Suffien.


Bravi ragazzi e domani ci attende il torneo a 11 di San Bartolomeo.
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Di Antonio Bianco (del 23/04/2006 @ 11:24:53, in Avvisi importanti, linkato 333 volte)
Considerato che, nonostante ripeuti inviti a comportarsi diversamente, si continuano a lasciare commenti offensivi da commentatori che si firmano anonimi, vi avviso che anonimi non lo siete affatto, per tutti coloro che lasciano un commento il sistema ne registra l'ora e l'indirizzo ip, per gli ignoranti in materia l'indirizzo ip indica senza possibilità di errore il computer, o per meglio dire la connessione che ha generato un commento o una connessione, questa sotto e la dimostrazione:

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PANNELLO DI CONTROLLO - GESTIONE COMMENTI

Di seguito i commenti relativi all'oggetto richiesto.

la mamma di zef

Autore zer Link n.d.
Inviato il 23/04/2006 @ 11:11:55 con IP 82.50.133.196
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Naturalmente io direttamente non posso individuare tramite l'indirizzo ip la persona che lo ha generato ma la polizia postale si, e vi assicuro  che non scherzano, abbiamo due possibilità se alcuni commenti continuano ad essere offensivi, o denuncio alla polizia postale i commentatori maleducati e privi di personalità (così definisco le persone che insultano gli altri nascondendosi dietro l'anonimato) o disabilito dal sito i commenti.

E non scherzo !!
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